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  1. Teresa Baggio Rispondi
    Un professore ordinario, un associato e un economista di Banca d'Italia assieme per scrivere delle cose così ovvie? Eravamo abituati a contributi migliori
  2. claudia villante Rispondi
    Buongiorno, in aggiunta a quanto affermato da Mauro Palumbo e Roberto De Vincenzi vorrei segnalare che diversi tentativi valutativi sono stati fatti nel nostro paese anche non necessariamente legati alla spesa dei Fondi Strutturali (anzi in questo ambito, trattandosi di adempienza comunitaria, spesso sono state prodotte molte cose inutili) .Forse più che ripartire da capo sulla necessità di avviare valutazioni occorrerebbe rileggere l'esperienza fatta, raccogliere quanto di buono e utile è stato fatto e costruire sugli errori commessi dentro e fuori le Pubbliche Amministrazioni.
  3. Marcello Rispondi
    Purtroppo credo che il problema della "ritrosia" della Pubblica Amministrazione, e della disponibilità dei dati in tempi brevi, non sia tecnico, ma politico. Chi fa delle scelte di investimento spesso preferisce evitare valutazioni troppo oggettive dei risultati.
  4. Mauro Palumbo Rispondi
    Buongiorno, tutto giusto, mi permetto di aggiungere tre cose. 1. Non tutte le valutazioni possono essere fatte "usando in maniere diretta o indiretta il metodo sperimentale". Questo è ben documentato a livello internazionale e anche negli USA, dove questo approccio è nato (in ambito valutativo). 2. Esiste dal 1997 l'Associazione Italiana di Valutazione (www.valutazioneitaliana.it) che tratta estesamente questi temi, in particolare nei congressi annuali (si veda sul sito) e nella Rivista "Rassegna Italiana di Valutazione", edita dal 1995. 3. Le proposte di riforma del Senato gli assegnano un ruolo valutativo (discusso anche nel congresso AIV di Genova dell'aprile 2015) che merita di essere considerato. In breve, la diffusione della cultura della valutazione dovrebbe avvenire evidenziando la pluralità degli approcci e dei metodi utilizzabili.
  5. Giulio Giovannini Rispondi
    Bell'articolo anche se breve.
  6. Roberto De Vincenzi Rispondi
    A mio parere, i motivi del ritardo dell'Italia nella cultura e nella pratica di valutazione (di risultato o di efficacia, nel senso di misurazione/stima degli effetti di una politica o programma) sono da diversi anni noti e dibattuti. La pubblicazione del 2011 titolata "Sono soldi ben spesi" di Trivellato e Martini sintetizza in modo efficace le principali ragioni, offrendo nel contempo utili indicazioni per risolvere alcuni ritardi. Anche io, nel mio piccolo, ho tentato di approfondire (cfr. Espanet 2014) alcuni meccanismi culturali (nella comunicazione pubblica) e alcuni particolarismi dei settori formazione professionale e servizi per il lavoro (interessi economici ed elettorali su scala regionale) che riducono a zero, o quasi, la possibilità di impiantare (a monte dell'attuazione della politica o programma) un'azione di valutazione scientifica degli effetti. In ultimo credo che il ricorso alle metodologie di riferimento (sperimentale o quasi-sperimentale) sia già praticabile oggi. Sia in riferimento all'eterogeneità delle forme d'intervento che le politiche assumo nei diversi contesti locali (disegno valutativo tarato sui "differenziali di efficacia", relativamente più fattibile), sia in riferimento all'esistenza di base dati individuali sufficientemente strutturate (archivio studenti, comunicazioni obbligatorie, archivi regionali politiche attive e servizi per il lavoro, archivi Inps, per citare i più utili); ovviamente (per le cose dette), ancora non accessibili.