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  1. Marcello Tava Rispondi

    È un esercizio un po' stucchevole questo delle accuse incrociate in mezzo alla tempesta: da una parte i paesi disciplinati rinfacciano ai PIIGS la malgestione fiscale; dall'altra nei paesi viziosi si levano sempre più alte le voci di chi indica nella fissazione per il pareggio di bilancio di Bundsbank e Merkel (ma non va dimenticata la corte costituzionale tedesca) il vero freno per la ripresa economica. Recentemente tra le personalità più note di questo secondo gruppo è emerso Prodi (fondatore di Nomisma, di cui de Nardis è Chief Economist), con un attivismo mediatico sorprendente dopo il letargo degli ultimi anni. Ciò che non convice di quanti intonano il mantra "disciplina=recessione" è che poche volte esso è accompagnato da concrete proposte di sviluppo. I tassi della BCE (1%) indicano che il problema non è (solo) di liquidità ma di politica economica. Allora: se ci fossero i soldi, quale politica economica andrebbe realizzata in Italia? Vorrei sapere quali riforme (escludendo quelle a costo zero) l’autore proporrebbe per convincere i partner a un bail-out. Magari cominciando da un utilizzo più effciente dei finanziamenti UE che l’Italia annualmente si vede revocare.

  2. Precario2 Rispondi

    Nel 1992 in effetti Amato fece una manovra molto simile a quella che in questi giorni ha varato il governo Monti. Allora si tassarono le casa (ICI), si presero i soldi dai conti correnti con un prelievo forzoso (oggi sostituito con una più equa tassa di bollo), si modificò il sistema pensionistico. Si può dire che cambiano i musicisti, ma la musica resta la stessa.. Ed a pagare di più sono sempre gli "spettatori" che hanno meno. Detto ciò andiamo al concreto: la crisi finanzaria si è trasformata in crisi reale e, se è vero che è una crisi da debito è altrettanto vero, come dimostrano i dati sui consumi natalizi, che si tratta anche di una crisi da domanda. In passato alle crisi di domanda si rispondeva con politiche keynesiane, ma queste aumentano il debito, cosa proprio non possibile ora. E quindi? Se aumentare la torta non è possibile, l'ottima efficienza Paretiana di dare più utilità ad almeno un soggetto economo senza toccare quella degli altri è ben lontano, in quanto occorre recedere, almeno concentriamosi sull'altro versante dell'economia: l'equità. Redistribuire meglio la torta è a mio avviso imperativo.

  3. Andrea Rispondi

    La discesa dello spread e dei costi di finanziamento delle banche, evitando pericolose insolvenze e conseguenti drammatici effetti sull'occupazione non sono da considerare? L'incoerenza temporale non può esserci in tali situazioni per le banche, senza le quali non si può riavviare la crescita. Non sono da tenere in conto i futuri interventi della BCE grazie a una situazione stabilizzata in Italia? Non sarebbe altrimenti peggiore la recessione?

  4. Andrea Manera Rispondi

    Al di là di forzate considerazioni sulla governance europea e su quanto si sarebbe potuto fare sui mercati finanziari, l'effetto di un abbassamento dello spread e delle politiche intraprese dalla BCE a sostegno delle banche, non aiuteranno a frenare almeno un poco la recessione? Non è da considerare il costo-opportunità e l'utilità di una facilitazione del credito che potrebbe in parte stimolare nel breve termine, evitando insolvenze dal grave impatto anche sull'occupazione?

  5. Pierluca Meregalli Rispondi

    Finora, visto che l'eccedenza della bilancia commerciale Tedesca per il 60% si ha con i paesi Ue,pare che lo sviluppo Tedesco sia avvenuto a spese degli altri paesi Ue. Altro che locomotiva! Adesso che il problema è il debito sovrano,dato l'esito recessivo inevitabile degli aggiustamenti necessari, visto che i mercati credono più alla Germania che agli altri paesi Ue fra i quali noi,forse una azione espansiva sul mercato Tedesco, riducendo l'eccedenza della bilancia commerciale,aumenterebbe la domanda carente negli altri paesi Ue. Altrimenti anche liberalizzando tutto il liberalizzabile saranno lacrime e sangue

  6. Salvatore Rispondi

    Se il costo per rimanere nell'area Euro deve essere:
    a) una pressione fiscale del 55% e più per ripagare gli interessi sul debito e quindi ingrossare le casse di finanziatori stranieri
    b) continui fallimenti di aziende che devono sopportare costi del capitale più alti di quelli francesi e tedeschi
    c) Una totale flessibilità del lavoro con conseguente impoverimento della popolazione italiana per consentire alle aziende di scaricare i costi aumentati del capitale sui costi del lavoro d) La vaporizzazione dell'industria italiana venduta a prezzi scontati alle multinazionali estere
    e) Il dissipamento del patrimonio immobiliare pubblico allora ci saranno sufficienti incentivi per noi per dichiarare un Default controllato.
    Questo è un messaggio che Mario Monti deve fornire in modo forte ai partner Europei. I compiti a casa li abbiamo fatti, adesso ci aiutino altrimenti non ci faremo spennare. In questa fase per rendere ancora più credibile il messaggio oltre che per aumentare il PIL incrementerei la spesa militare con una commessa importante a Finmeccanica.

  7. maria di falco Rispondi

    Ma anche rivalutazione di quel che resta delle imprese pubbliche (ad esempio, Finmeccanica). Per rivalutazione del pubblico intendo una gestione delle imprese (penso alle municipalizzate che gestiscono l'acqua e i trasporti) da persone capaci, efficienti ed oneste e non strapagate. Non tutto si può risolvere con il concetto di "mercato", questo moderno idolo, che poco ci dice ! Il bene pubblico è un bene economico in sè e non c'è alcun bisogno che i dirigenti prendano stipendi alti, non c'è alcun bisogno di liberalizzare i prezzi dell'acqua per valutare l'importanza economica della risorsa acqua. Questo versante e cioè la riqualificazione della gestione delle aziende pubbliche è molto trascurato e tutto viene affidato al mercato. Ma in un modo di 7 miliardi di persone, ce lo vogliamo mettere in testa che la gestione di risorse fondamentali o è pubblica ed efficiente o non è ?

  8. piero Rispondi

    Come può Monti puntare i piedi se è stato messo a capo del governo italiano dall'accoppiata Merkel/Draghi, a mio avviso si deve andare a votare a primavera e il nuovo governo che viene fuori dal nuovo parlamento farà la scelta giusta, che non sarà altro che fare pressione sulla Merke altrimenti usciamo da questa gabbia monetaria che non è altro che l'euro

  9. Lorenzo Lusignoli Rispondi

    Articolo senz'altro interessante che mette il dito nella piaga: le manovre di risanamento sono recessive ed è proprio questo che ci chiede oggi l'Europa. Allora a me pare che l'Italia si sia infilata in un tombino piuttosto stretto. Monti ne è consapevole quando auspica a seguito della manovra un forte aiuto dell'Europa (politiche economiche e cambio). Il problema è che l'Europa continua a seguire pedissequamente le indicazioni tedesche e che queste ci portano dritte dritte verso una grande depressione. Ne sono ben consapevoli anche gli USA che infatti non perdono occasione per sollecitare inversioni di tendenza. Il paradosso è che oggi le politiche indicate dalla Germania sembrano eccessivamente ortodosse perfino al FMI, che ha mostrato maggiore duttilità dopo la crisi del biennio 2008-2009. Le elezioni tedesche potrebbero arrivare troppo tardi per la tenuta dell'euro. Forse occorre auspicare in un riequilibrio geopolitico a nostro favore nella primavera francese. A prescindere dalle considerazioni sulla manovra, speriamo dunque che gli occhiali di Hollande e quelli di Monti siano adeguatamente graduati per farci uscire da questo permanente stato di miopia.

    • La redazione Rispondi

      Condivido le considerazioni di Lusignoli, anche sugli sviluppi politici in Germania (il 2013 sembra molto lontano rispetto ai tempi della crisi) e in Francia (qualche possibilità di smuovere gli equilibri con le elezioni del 2012). Una precisazione riguardo al fatto che l'Italia si è "infilata in un tobino"; non c'era possibilità di scelta, la stada era obbligata nella vigente regola europea.

  10. Roberto A Rispondi

    A me certe conclusioni come quella della perdita di 8 punti di PIL cumulata e recessione per 3 anni mi sembrano campata per aria e notevolmente esagerate. Forse vorrebbe dirci che la manovra Prodi del 2007 di 15 miliardi avrebbe impattato - prendendo in esame il secondo caso - per uno 0,7 nel 2007,uno 0,4 nel 2008? Quindi,nel 2007 invece dell'1,9 avremmo avuto un 2,6 di crescita? E quindi avremmo avuto una crescita del PIL nominale nel 2007 intorno al 5%, senza quella manovra da 15 miliardi (1 punto di PIL)? Oppure che nel 2010,senza la manovra Tremonti del 2008 di giugno, avremmo avuto invece di una crescita all'1,5, almeno al 2 di PIL reale? Io direi che le cose sono un po' piu' complesse e ancora di piu' nel caso Italia che andrebbero affrontate in maniera un po' piu' seria.

    • La redazione Rispondi

      La manovra Prodi sul 2007 (1% del PIL) è in effetti inclusa nel Panel di episodi su cui il FMI effettua le sue stime di elasticità, quella di Tremonti no.
      Nel 2007 il PIL è aumentato in volume dell'1,7%. Tenendo conto che le condizioni del sistema bancario erano allora più favorevoli delle attuali (le conseguenze del crack di Lehman arrivarono nell'ultimo trimestre), ritengo accettabile la stima che, in assenza degli effetti di contrazione della manovra, il PIL sarebbe aumentato del 2,2-2,4%. Il grande debito pubblico italiano incide sulla crescita anche attraverso le manovre di contenimento fiscale che le esigenze di rientro hanno ripetutamente imposto negli anni.

  11. marco Rispondi

    Articolo illuminante, ma mi chiedo, sarebbe possibile tentare un confronto fra due visioni alternative dell'Italia diciamo fra 5 anni? La prima nell'ipotesi di restare nell'euro, dopo la drastica deflazione ipotizzata, e in compagnia di altri partner euro in analoghe condizioni. La seconda in ipotesi di uscita dall'euro, svalutazione, recessione temporanea seguita da recupero della produzione e esportazioni in un mercato mondiale e in condizioni di vantaggio rispetto agli ex-partner euro che non avranno svalutato.

    • La redazione Rispondi

      E' un esercizio quasi impossibile quantificare gli effetti di una spaccatura della moneta unica. Esistono valutazioni (per esempio di UBS) sulle conseguenze di una rottura dell'euro che tengono conto dei benefici della svalutazione. Queste stime mostrano costi netti molto, molto grandi per tutti i paesi membri. Anche scontando programmi post-disintegrazione di risanamento progressivo quanto più seri possibili, sarebbe ben difficile riuscire a convincere i mercati della loro realizzazione.

  12. Andrea Zhok Rispondi

    L'analisi di cui sopra è lucida e, per quanto l'entità dell'impulso recessivo possa essere oggetto di qualche discussione, il meccanismo che ci porterà in recessione è macroeconomicamente evidente. Che in questa fase, opportunità politiche a parte, l'Italia non sia nelle condizioni di fare un'operazione espansiva anticiclica a debito è ovvio: lo spread impazzirebbe. Liberalizzare certi settori potrebbe consentire di cogliere meglio la ripresa, se e quando si verificasse, ma non può certo crearla. L'unica via d'uscita resta un'operazione espansiva europea, a carico della BCE, con produzione di inflazione. Ciò avrebbe il duplice effetto di svalutare l'euro (facilitando esportazioni) e di rimettere in moto la domanda europea di beni intraeuropei. Il problema tuttavia è dato dal monetarismo spinto dei vertici europei e tedeschi in particolare: secondo De Nardis chi e come potrebbe essere convinta la Merkel? Forse Monti potrebbe, brandendo la nostra debolezza come forza? Dopo tutto nessuno ne uscirebbe bene da un default dell'Italia, neppure la Germania...

    • La redazione Rispondi

      L'argomento che un default italiano sarebbe molto doloroso per la Germania e quindi alla fine verrà il momento che Merkel...ha del vero, ma vi è insito anche un grande rischio. Si presuppone un capacità di dominare gli eventi da parte dei politici che nella realtà non c'è. Il primo obiettivo di Merkel è la rielezione. La rincorsa di un elettorato ostile a ipotesi di intervento potrebbe portare a perdere di vista il muro verso cui va a scontrarsi col default italiano. L'azione di Monti (che si aggiunge alle precedenti manovre) forse può essere interpretata nel senso di aiutare Merkel a vedere per tempo quel muro. Si fanno i compiti a casa non tanto per tranquillizzare i mercati, che nella crisi euro non ritengono sufficienti gli sforzi dei singoli paesi, ma per convincere la Germania che stiamo pagando per i nostri peccati, che non facciamo azzardo morale (Monti è molto più credibile di Berlusconi) e che quindi può dare il via libera, prima dell'impatto, a interventi europei.

  13. Piero Rispondi

    E' chiaro che se si vuole eseguire la lezione tedesca, valuta forte per non importare inflazione, paesi piu' competitivi, occorre diminuire il consumo interno a favore del consumo esterno, quindi piu' esportazioni, cio' vuole dire che gli italiano devono rivedere le loro abitudini. In alternativa a cio' una politica monetaria espansiva tramite la monetizzazione in un decennio, che importa inflazione e permette la svalutazione dell'euro, i consumi in apparenza rimangono gli stessi, pero' l'inflazione redistribuira' la ricchezza dalle rendite finanziarie ai lavoratori ed imprese, a questa politica non solo si oppone la Germania ma anche i burocrati bancari, le lobby finanziarie che non potranno fare piu' affari sulle spalle dell'economia reale. In sintesi sarà' una grave recessione se si adotta la politica tedesca e delle lobby finanziari, sara' recessione strisciante se si adotta una politica monetaria espansiva. In ultimo l'idea di fare da prestatori di ultima istanza per i debiti sovrani e' una pessima idea che spero non venga accolta dalle banche italiane, perche' sarebbe un'ulteriore mazzata all'economia reale.

    • La redazione Rispondi

      Tenuto conto della situazione di debolezza in cui già si trova l'economia (e il mercato del lavoro), una recessione, come dice lei, strisciante è preferibile a una  profonda. Il ruolo di prestatore di ultima istanza può essere solo in testa alla Banca centrale.

  14. federico Rispondi

    Bellissimo articolo: circostanziato e tecnico.

  15. bob Rispondi

    "La crescita la si crea con liberalizzazioni". Magari come quella di Autostrade Spa o delle edicole? Ma mi faccia il piacere!

    • La redazione Rispondi

      La crescita di lungo periodo si crea con le liberalizzazioni. L'esperienza dell'ultimo quindicennio di tassi di sviluppo bassi indica che ne abbiamo bisogno: andavano fatte da tempo. Ma le liberalizzazioni sono misure di offerta. Oggi, anche nell'Italia della bassa crescita, abbiamo un problema di mancanza di domanda. E' un problema di breve periodo. Ma breve periodo non significa secondario. Il breve periodo può durare molto, risultare doloroso e compromettere anche le dinamiche di lungo periodo. Le liberalizzazioni possono aiutare la domanda nel breve periodo? Solo se migliorano le aspettative di imprese e consumatori circa i livelli di produttività e ricchezza futuri. Tali anticipazioni potrebbero condurre a decisioni di spesa più robuste nel momento attuale. Nella situazione economica attuale non vedo però questo effetto virtuoso alle porte.

  16. Alessandro Pagliara Rispondi

    Gentile Prof. condivido in pieno la sua analisi. Le sottopongo due questioni: - Sarebbe interessante vedere gli effetti di queste manovre sulla Germania che nonostante tutto ha aumentato notevolmente il debito in termini assoluti. Che convenienza ha ad imporre queste condizioni all'Europa? A me questo proprio non è chiaro. Oppure quando gli effetti arriveranno anche da loro inizieranno a dire che Sarkozy e Cameron in maniera diversa avevano ragione? - La cassazione ha scritto che in Italia girano 42 miliardi di mazzette. Appalti a costi stratosferici, licenze come quelle delle tv o dell'NTV di Montezemolo date gratis. Ok, un aggiustamento strutturale delle pensioni. Ma secondo Lei Mediaset rinuncerebbe a fare TV solo se dovesse pagare le licenze? Stessa cosa per l'NTV: è brutto pensarlo, ma dopo l'uscita di Passera che difende senza ma e senza se l'alta velocità anche auspicando una chiusura degli aeroporti... Siamo proprio sicuri che il corporativismo sia solo nel settore delle farmacie e dei taxi? Inizio a pensare che nonostante i prof. al governo siamo inaggiustabili senza un grosso fattore esterno. De Gasperi arrivò dopo la guerra, non prima!

  17. Luigi Bernardi Rispondi

    Finalmente una stima non edulcorata degli effetti recessivi determinati dagli interventi di stabilizzazione della finanza pubblica in Italia. Un punto non mi è chiaro: perché la deflazione sarebbe auspicabile (conti pubblici a parte?). Non mi sembra che aiuti né la produttività nè il rinnovo tecnologico. Le varie"riforme" è proposte per la crescita hanno effetti di offerta limitati, incerti e lontani. Giustamente Sergio ricorda gli anni '30 (1937!) ma oggi sono in pochi a farlo, anche se in compagnia di due premi Nobel (Krugman e Stiglitz). A breve-medio termine resta solo l'espansione della domanda. Come con il bilancio in pareggio (3%?, 0,5% nominale?, 0,5% strutturale?). Vanno invece percorse altre due strade. Primo aumentare la propensione alla spesa di imprese e famiglie, ad esempio detassando gli investimenti e/o obbligando innovazioni tecnologiche, per l'ambiente in particolare. Secondo, redistribuire il reddito ai soggetti con più alta propensione al consumo, ad esempio rimodulando opportunamente la progressività dell'Irpef, a gettito invariato. Gli interventi su pensioni e immobili, in sé giustificati, non mi sembra che vadano in questa direzione.

    • La redazione Rispondi

      Condivido le preoccupazioni di Luigi Bernardi. La deflazione non la ritengo auspicabile e non migliora produttività e tecnologia. Anzi può depauperare il capitale umano (e quindi la produttività). Un effetto messo in luce dal FMI, non considerato nel mio articolo, è che i consolidamenti fiscali hanno impatti ineguali. Aumentano la disoccupazione, ma in modo sperequato: cresce in misura maggiore la disoccupazione di lunga durata (superiore a sei mesi) che impiega poi un periodo più lungo (5 anni) rispetto alle altre forme di disoccupazione per tornare ai livelli pre-shock; ciò mette in moto dispersioni permanenti di conoscenze. L'ineguaglianza riguarda anche la distribuzione del reddito che va a danno di coloro che hanno una più alta propensione al consumo: la perdita di attività economica dovuta all'austerità si traduce, nelle stime del FMI, in una flessione delle retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti più intensa di quella che sperimentano profitti e rendite reali. Quindi la deflazione indotta da consolidamenti generalizzati ha effetti depressivi su più fronti. Rimane il discorso della strada obbligata e del persistere di una possibilità in prospettiva che la giustificherebbe e ne attenurerebbe gli effetti. La possibilità è che essa rappresenti l'obolo da pagare in una sequenza di mosse che alla fine porterebbero al visto tedesco per un intervento Bce di salvataggio dell'euro e a sostegno al ciclo europeo (azzeramento del credit crunch). Quante probabilità ha questo esito, alla luce di dichiarazioni ufficiali tutte in senso contrario, non saprei dirlo. Subito dopo la definizione della manovra sembrava un percorso quasi possibile, salutato anche dai mercati con riduzioni di spread; oggi, a distanza di qualche settimana, non sembra più così.

  18. Alessio Calcagno Rispondi

    La crescita la si crea con liberalizzazioni e non con interventi Keynesiani anni 30. Altrimenti che facciamo, arriviamo ad un debito di quanto? 3, 4, 5 Trillion? La manovrà è recessiva perchè aumenta le tasse al posto di tagliare le spese. Se un popolo spende più di quello che produce è giusto che si dia una regolata. Ma secondo lei, professor De Nardis, io spendo il doppio del mio stipendio ogni mese chiedendo soldi in prestito? Se un popolo vuole spendere di più deve produrre di più. Per produrre di più servono le liberalizzazioni. Non aumentare il debito!

    • La redazione Rispondi

      La crescita di lungo periodo si crea con le liberalizzazioni. L'esperienza dell'ultimo quindicennio di tassi di sviluppo bassi indica che ne abbiamo bisogno: andavano fatte da tempo. Ma le liberalizzazioni sono misure di offerta. Oggi, anche nell'Italia della bassa crescita, abbiamo un problema di mancanza di domanda. E' un problema di breve periodo. Ma breve periodo non significa secondario. Il breve periodo può durare molto, risultare doloroso e compromettere anche le dinamiche di lungo periodo. Le liberalizzazioni possono aiutare la domanda nel breve periodo? Solo se migliorano le aspettative di imprese e consumatori circa i livelli di produttività e ricchezza futuri. Tali anticipazioni potrebbero condurre a decisioni di spesa più robuste nel momento attuale. Nella situazione economica attuale non vedo però questo effetto virtuoso alle porte.

  19. Carmine La Mura Rispondi

    Articolo molto interessante, un'analisi molto chiara della situazione attuale e degli sviluppi futuri. Umilmente chiedo se, considerati questi presupposti e fermo restando la politica di risanamento obbligata del debito pubblico italiana, non è il caso di valutare un uscita controllata dall'euro. Questo consentirebbe di attuare un risanamento progressivo e con un impatto minore sull'economia, di sfruttare una svalutazione competitiva che coniugata a serie riforme strutturali in campo sociale ed economico portino alla crescita dell'economia italiana ed allo sviluppo e quindi alla ricchezza futura dei ns. figli. Analisti economici stranieri puntualizzano che le riforme attuali e quelle attuate congiuntamente in Europa non favoriranno la crescita, inoltre, ci sono seri rischi, come anche evidenziato nel lucidissimo intervento di Sergio De Nardis, di un peggioramento futuro del rapporto Debito /Pil. Mi chiedo allora, Perchè tutto questo? Esiste un'altra via? Non è che stiamo favorendo solo la Germania che vanta notevoli esportazioni nell'area Euro? Le Politiche economiche determinano la ricchezza e la povertà delle nazioni, mi auguro che la strada intrapresa sia quella giusta..

    • La redazione Rispondi

      E' un esercizio quasi impossibile quantificare gli effetti di una spaccatura della moneta unica. Esistono valutazioni (per esempio di UBS) sulle conseguenze di una rottura dell'euro che tengono conto dei benefici della svalutazione. Queste stime mostrano costi netti molto, molto grandi per tutti i paesi membri. Anche scontando programmi post-disintegrazione di risanamento progressivo quanto più seri possibili, sarebbe ben difficile riuscire a convincere i mercati della loro realizzazione.