SABATO 4 APRILE 2026

Lavoce.info

La Cina: troppo autoritaria e troppo liberista

LA RIFORMA SPIEGATA AI NON ADDETTI AI LAVORI

L’impianto della riforma dell’università è in linea di principio coerente e razionale. Tuttavia nel testo mancano spesso dettagli importanti per valutare l’efficacia concreta delle disposizioni. Così come molte volte non è indicata o sembra eccessivamente limitata l’entità delle risorse per realizzarle. I meccanismi per la valutazione o l’incentivazione della qualità sembrano eccessivamente dirigistici. Si tratta di limiti che in larga parte dipendono dalla scelta di fondo fatta dalla legge: regolamentare invece di responsabilizzare.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio tutti i lettori per i commenti anche duri ma sempre civili. C’è una chiara spaccatura tra chi "sta" con Marchionne, vedendo il problema del declino italiano come prioritario, e chi contro, ritenendo inammissibile ridurre le tutele dei lavoratori a prescindere. E’ chiaro che queste posizioni, come anche la mia analisi, riflettono dei giudizi di valore, sui quali non ho nulla da dire. Ci sono dei dati di fatto che comunque è importante  aver presente e con cui è inevitabile confrontarsi.. Rispondo alle questioni più rappresentative.

·  Un punto che emerge spesso in questa discussione è che il problema della Fiat sia principalmente di modelli e di scarsa R&D. Non sono in grado di giudicare a fondo questa parte della strategia industriale, ma non credo che questo punto colga il segno. Fare modelli che vendono è condizione necessaria perché le fabbriche poi abbiamo qualcosa da produrre. Ma non sufficiente: se un impianto ha costi troppo alti, non sarà comunque competitivo. In altre parole, il problema dell’efficienza degli impianti si pone indipendentemente da quello dei modelli. E’ sbagliato pensare di sostituire innovazione di processo (efficienza produttiva) con innovazione di prodotto (modelli): le due cose sono complementari. Il mercato dell’auto è troppo competitivo per poter pensare di scaricare sui modelli le inefficienze produttive. Per sopravvivere, Fiat ha bisogno sia di modelli di successo che di impianti efficienti. Mi sembra che questa strategia sia coerente e non abbia alternative.

·  Un altro punto ricorrente nei commenti è che non è colpa degli operai ma delle inefficienze del sistema paese. Concordo pienamente. Sostengo da tempo che il paese è a rischio declino, che il contesto in cui si opera a tutti i livelli è sfavorevole e continua a peggiorare relativamente a quello degli altri paesi. Proprio per questo mi aveva stupito il lancio del progetto Fabbrica Italia. Quello che sta succedendo è che, visto che il paese non si muove, Marchionne cerca di "riformare in proprio" una parte delle "infrastrutture immateriali", cioè le regole che governano gli impianti. In un paese con una classe dirigente adeguata queste riforme sarebbero discusse e portate avanti a livello nazionale. Invece, qui vengono demandate a singoli contratti aziendali, che assumono una valenza sia simbolica che pratica nazionale. E’ chiaro che in questo momento sulle spalle dei cinquemila lavoratori che stanno partecipando al referendum c’è molto di più di ciò che loro dovrebbero portare. Credo che questo spieghi anche l’atteggiamento della FIOM.

·  Un altro punto riguarda l’esigibilità: bastano le norme contrattuali? Che limiti esatti impongono al diritto di sciopero? Valeva la pena alzare il tono dello scontro aumentando la conflittualità come ha fatto Marchionne? Su questi aspetti ho seri dubbi anch’io. In un paese in cui il sistema giudiziario funziona male (si torna sempre all’inefficienza generale di contesto), non è chiaro che un contratto sia sufficiente a garantire la governabilità, particolarmente quando viene firmato in un’atmosfera così incandescente, in buona parte dovuta alle recenti dichiarazioni di Marchionne.  

SE PER PRENDERE L’EVASORE CI VUOLE FALCIANI…

La “lista Falciani”, e cioè l’elenco dei correntisti della filiale di Ginevra della Hsbc sottratto dall’ex dipendente dellaholding Hervé Falciani e poi consegnato alle autorità francesi, contiene il nome di 5.595 persone fisiche e 133 persone giuridiche residenti in Italia che hanno depositato in Svizzera circa 5 miliardi e mezzo di euro al 31/12/2006, in buona parte, si presume, sottraendoli al fisco. Sono già 700 i soggetti indagati dalla sola procura di Roma.
EÂ’ una vicenda molto triste per almeno tre ragioni.
–  Le somme, presumibilmente nascoste al fisco, viaggiano, per ciascun correntista, sui 10-20 milioni di euro. Non siamo certo di fronte a quegli evasori verso cui talvolta, pur non giustificandoli, si prova comprensione: il piccolo artigiano colpito dalla crisi, il piccolo imprenditore strozzato dalla concorrenza asiatica o dellÂ’est europeo. Si tratta invece di stilisti, attori, sportivi, gioiellieri e ogni sorta di vip. Persone che guadagnano ogni anno centinaia e centinaia di volte di più del lavoratore dipendente o autonomo medio. Si sottraggono al dovere di dare il loro contributo al funzionamento della cosa pubblica  (giustizia, sanità ,istruzione, difesa, servizi socialiÂ…) per massimizzare entrate che li pongono già al top della distribuzione dei redditi.
–  I correntisti che risulteranno evasori verranno scoperti solo perchè c’è stata una “spia”. Gli strumenti di accertamento normali non sono stati in grado di scovarli ex post, né di dissuaderli dallÂ’evasione, agendo come minaccia preventiva. Neppure lÂ’inasprimento dei controlli sui capitali detenuti illegalmente allÂ’estero promesso al momento dello scudo è stato considerato credibile, se è vero che, come sembra dalle informazioni riportate sui giornali, la maggioranza dei correntisti sino ad ora indagati non si è premurata di avvalersene.
–  Ma lo scudo ha permesso almeno ad un terzo di loro di regolarizzare la propria posizione. Non sono più perseguibili, si offenderanno se li chiameremo evasori. Ma lo sono. Ricordiamo ancora una volta: per “scudare” 100 euro, su cui non potranno più essere fatti accertamenti, lÂ’evasore ne ha dovuti pagare 5. Ma su quei cento euro non aveva pagata lÂ’Irpef per 40-50 euro. Un bellÂ’affare, non c’è che dire.

SALARI E OCCUPAZIONE, LE CONSEGUENZE DI MIRAFIORI

Il dibattito sul piano Fiat si è finora concentrato sugli aspetti di democrazia sindacale e ha ignorato gli effetti macroeconomici. Cosa accadrebbe a occupazione e salario reale se l’accordo venisse esteso all’intero sistema di relazioni industriali dell’economia? Bisogna distinguere tra un prima e un dopo gli investimenti. Nel breve termine, il salario reale tenderà a ridursi e l’occupazione ad aumentare. Nel medio periodo, una volta effettuati gli investimenti, anche i salari dovrebbero aumentare insieme all’occupazione.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Grazie per i vostri commenti. Alcune critiche sembrano tuttavia non cogliere il punto: al di là del giudizio che si può dare sul ruolo delle nostre truppe in Afghanistan, lì inquesto momento c’è un pezzo del nostro paese ed è doveroso per un Presidente del Consiglio essere al fianco dei nostri soldati. E’ davvero strano che nessuna voce si sialevata in questi giorni anche dai banchi dell’opposizione per chiedere che Berlusconi, pur con ritardo, faccia quello che Blair, Cameron, Obama e Zapatero hanno fatto datempo. Non c’entra l’ideologia. E’ una questione di ruoli istituzionali e di civiltà. Tutto qui.

LA RETORICA DEL 5 PER MILLE

Il 5 per mille mostra sempre più la corda. Non solo è costantemente a rischio di sopravvivenza. Ma si sta rivelando anche uno strumento inadatto a sostenere il volontariato e gli enti non profit. Comporta costi rilevanti di pubblicità per i privati e di gestione per l’amministrazione pubblica. Finisce col finanziare a pioggia, e con importi modesti, enti con le finalità più disparate. La sua efficacia andrebbe confrontata con quella delle agevolazioni fiscali previste per le stesse finalità. Enti locali e finanziamenti virtuosi al terzo settore.

LE COSE NON DETTE SUL CASO FIAT

L’obiettivo principale degli accordi di Pomigliano e Mirafiori è la governabilità degli impianti. La Fiat vuole garanzie prima di effettuare gli investimenti, nella convinzione che il sistema di relazioni industriali italiano non sia adeguato alla gestione di grandi impianti. Ma la sfida competitiva per il nostro paese si gioca in buona parte proprio sulla capacità di aumentare il numero di organizzazioni complesse e di grandi dimensioni. Sarebbe ora di mettere mano a una riforma organica del diritto del lavoro che affronti insieme la flessibilità interna ed esterna.

È ANCORA LUNGA LA STRADA DELL’ITALIA FEDERALE

Non è vero che il federalismo fiscale è fatto. E non solo perché ovviamente alla concreta attuazione della riforma del sistema di finanziamento di Regioni ed enti locali manca un’infinita sequenza di atti amministrativi e un periodo di transizione di cinque anni. Ma anche perché la fase della formulazione e approvazione dei decreti legislativi è ben lontana dall’essere conclusa. Nel mosaico della riforma disegnato da questi provvedimenti ci sono ancora molte lacune, totali o parziali, rispetto a quanto previsto dalla legge delega.

BUON 2011 ALL’EURO

Il 2010 è stato un anno terribile per l’Europa. Andrà meglio nel 2011? Dipende da come verranno affrontati i problemi fondamentali. Chi dovrebbe garantire la disciplina fiscale, i singoli paesi o un rafforzato Patto di stabilità? E come si dovrebbe consentire la ristrutturazione dei debiti sovrani? Il diverso grado di competitività dei paesi è un falso problema. E se gli ottimisti vedono in un futuro Fme i semi di una possibile autorità sovranazionale che superi i limiti di una moneta senza Stato, c’è il rischio che conduca invece al fallimento del progetto dell’euro.

Pagina 998 di 1411

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén