MARTEDì 16 GIUGNO 2026

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QUANTO CAPITALE UMANO STIAMO SPRECANDO?

I test per l’ingresso nei corsi di laurea di medicina, biotecnologia, veterinaria, professioni sanitarie, architettura e scienze della formazione primaria si svolgono tutti lo stesso giorno, ma anziché avere un’unica graduatoria nazionale, ogni sede universitaria stila la sua graduatoria. Se un candidato non riesce a entrare nell’ateneo in cui ha sostenuto l’esame di ammissione, perde così il diritto a iscriversi in un altro, anche se magari il suo punteggio è tra i migliori e, in una ipotetica graduatoria nazionale, figurerebbe ben prima del limite fissato dal numero di posti disponibili.
In questi giorni sono state pubblicate tutte le graduatorie del test di medicina nelle varie sedi e abbiamo così potuto calcolare, limitatamente a questa facoltà, quanti sono gli studenti ingiustamente esclusi (e quanti ingiustamente inclusi) nell’anno accademico 2011-12 da questo perverso meccanismo di selezione. Si tratta di 1.320 persone che hanno immeritatamente soffiato il posto ad altre che al test avevano fatto meglio di loro. Mediamente i loro punteggi erano del 10 per cento inferiori a quelli degli esclusi che invece sarebbero stati ammessi con la graduatoria nazionale. I test hanno complessivamente portato ad ammettere 7.719 studenti; quasi uno su cinque di questi ha avuto un posto che non si meritava. Se applichiamo la stessa percentuale agli iscritti alle altre facoltà (riguardo alle quali non avevamo i punteggi nelle diverse sedi) giungiamo a una stima di circa 9.312 persone ingiustamente escluse da facoltà in cui aspiravano iscriversi. È uno spreco di capitale umano ingente, che davvero non possiamo permetterci.

Distribuzione del punteggio totalizzato dall’ultimo studente ammesso in graduatoria, per facoltà.

Il grafico mostra la distribuzione degli studenti all’interno delle facoltà in cui hanno effettuato il test di ammissione, se la graduatoria fosse stilata a livello nazionale. Si può vedere come la gran parte degli studenti proverrebbe da Milano, la minor parte dall’università del Molise.

Il grafico mostra il numero di studenti addizionali, per facoltà, che sarebbero stati ammessi (o esclusi, se il numero è negativo) se il test fosse stato implementato su base nazionale.

NUOVO APPRENDISTATO CONTRO LO SPRECO DI CAPITALE UMANO

Cresce in Italia il numero dei giovani che non studiano e non lavorano. Anche per il fallimento della laurea triennale. Una soluzione potrebbe essere la formazione tecnica universitaria sul modello delle scuole di specializzazione tedesche: una riforma a costo zero per le casse dello Stato. L’università, insieme a un certo numero di imprese locali, potrebbe introdurre un corso di laurea triennale caratterizzato da una presenza simultanea dello studente nelle aule universitarie e in azienda. Controlli reciproci garantirebbero la qualità della formazione.

 

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Nel ringraziare tutti coloro che hanno inviato commenti e osservazioni al nostro pezzo, cogliamo l’occasione per qualche precisazione e sottolineatura, che faremo in modo estremamente schematico. In primo luogo, il programma Nota Fiscal Paulista (di cui esistono versioni anche in altri stati brasiliani) al di là del suo specifico ambito di applicazione (la lotta all’evasione) ci pare un bell’esperimento di e-government, un esempio da seguire per un paese come l’Italia, in cui – tanto per citare un dato – solo 541 Comuni su 8.100 consentono ai propri cittadini di svolgere le pratiche amministrative online (dati Confartigianato 2011). Venendo al merito del programma, quello che colpisce è la sua semplicità e la sua capillarità, facilmente replicabili anche da noi, se pensiamo alla vasta rete di soggetti (datori di lavoro, CAF, commercialisti, patronati di associazioni e sindacati, sedi INPS ecc. ecc.) che potrebbero fungere da interfaccia con il Fisco per tutti i cittadini che non hanno accesso diretto a internet. Quanto al suo funzionamento, uno dei principali punti di forza è che il programma, come hanno notato alcuni lettori, combatte l’evasione coinvolgendo direttamente i cittadini, che sono tra l’altro destinatari di un importante flusso di trasferimenti, addirittura maggiore di quello che alla fine arriva nelle casse pubbliche. Ciò è ovviamente possibile perché il fisco non trae solo benefici diretti (maggior gettito ICMS, l’imposta specificamente interessata dal programma), ma potrà sottoporre ad altre imposte (equivalenti alle nostre Irpef e Ires) transazioni che prima gli erano sconosciute e che oggi emergono perché il cittadino chiede che sullo scontrino venga annotato il suo codice fiscale; Nota Fiscal Paulista funziona in pratica non solo come strumento di lotta all’evasione, ma anche come programma di sostegno al reddito delle famiglie e da sistema di tracciamento delle transazioni, indipendentemente dalla forma di pagamento utilizzata. Ancora, il programma contribuisce a spezzare quel circolo vizioso per cui chi incassa una parte sostanziale dei propri ricavi in nero è poi sostanzialmente “obbligato” a chiedere forniture senza fattura (pena la costante esposizione nelle proprie dichiarazioni dei redditi di perdite sospette per il fisco). Altre considerazioni si potrebbero fare entrando nel dettaglio dei dati, o evidenziando la notevole semplificazione che il programma ha comportato anche nei rapporti tra fisco e pubblici esercizi, ma ciò che ci premeva era mettere in luce un’impostazione di fondo della lotta all’evasione che per certi versi è antitetica ai temi dominanti nel nostro paese. Infine, un lettore evidenzia un’imprecisione nel riportare il lavoro di John List, dovuta a un eccesso di sintesi: l’esperimento metteva a confronto due modi di pagare i dipendenti, uno in cifra fissa oraria, l’altro con compartecipazione al 50% delle offerte ricevute, e ha messo in luce che quest’ultimo riduce di gran lunga l’entità dei furti. È ovvio che ciò comporta un costo, ma è lo stesso concetto di compartecipazione all’IVA riscossa: esso al netto dei costi conviene sempre perché si recupera molto del gettito evaso, solo una parte del quale viene restituito ai cittadini sotto in varie forme.
Alcuni lettori poi esprimono una sorta di censura etica al programma, perché premia in vario modo comportamenti che invece sarebbero doverosi: seguendo questa logica però dovremmo censurare allo stesso modo tutti i tipi di incentivazione, in tutti i campi, quali ad esempio i bonus ai lavoratori che raggiungono particolari risultati. Anche loro non fanno altro che compiere il loro dovere. Senza contare che a noi paiono molto più scorretti quegli strumenti di lotta all’evasione attraverso i quali il Fisco implicitamente (ma non troppo) dice a questa o quella categoria di contribuenti: “secondo me sei un evasore, dimostrami che non è vero”.
Siamo consapevoli, lo ribadiamo ancora a scanso di equivoci, che l’adozione di un programma simile non risolverebbe d’incanto il problema dell’evasione dell’IVA e delle altre imposte ad essa collegate, ma crediamo fortemente che insieme ad altri strumenti possa costituire un importante passo avanti verso un fisco più equo ed efficiente.

DALL’AUTOSTRADA AI TORNANTI

La metafora dell’auto che percorre un’autostrada e si ritrova improvvisamente su un percorso accidentato è utile per comprendere quanto accade oggi nelle economie occidentali. Perché si passa dalla stabilità alle turbolenze? E come tornare su strade più tranquille? Sembra crearsi un circolo vizioso tra maggiore incertezza e maggiore avversione al rischio da un lato e stato dell’economia dall’altro. Ma se il volano della paralisi è il circolo vizioso, la politica economica deve adoperarsi in tutti i modi per evitare che si autoalimenti. Non è quello che sta facendo l’Europa.

USCITA DI SICUREZZA DAL NUCLEARE

Dopo il recente incidente, peraltro minore, alla centrale nucleare di Marcoule in Francia, è il caso di chiedersi se i paesi nuclearisti d’Europa non debbano pianificare una rinuncia, graduale ma irreversibile, a questa fonte di energia. Magari sotto l’egida dell’Unione Europea. Il vento sembra essere cambiato in maniera stabile e paesi come la Germania, la Svizzera e l’Italia hanno già imboccato la strada delle fonti sicure, autoctone e pulite.

COME FINIRÀ LA SAGA DEI DEBITI SOVRANI

Con le ultime notizie dalla Grecia è ripartita la crisi del debito degli Stati. C’è chi pensa che l’euro sia una coperta troppo corta. Non è così: i costi del break up lo rendono una strada a senso unico. E allora bisogna mettersi con pazienza e poco alla volta a rifondare “alla tedesca” il funzionamento dell’Unione Europea, non solo quella monetaria. Dopo aver salvato la Grecia: altrimenti non ci sarà nessuna Unione da rifondare.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Sono grato dei commenti che mi confortano tutti nell’idea di difendere le esigenze della didattica, fatta spesso di saperi complementari. Non è affatto da escludere che ci sia un corso di laurea afferente ad un unico dipartimento omogeneo sotto il profilo disciplinare ; ma è da temere l’autoreferenzialità che porterebbe nel tempo ad eliminare le discipline esterne al dipartimento egemone.  Meglio quindi che di norma operi  una struttura interdipartimentale, magari con pesi diversi assegnati ai dipartimenti  nel consiglio di tale  struttura , scuola o facoltà che si voglia chiamare  ( e in effetti, si poteva mantenere il nome di facoltà per  evitare che la riforma appaia di facciata e che la pluralità dei nomi crei confusione nell’opinione pubblica).
Meno consenso  ha ottenuto l’altra  mia tesi a favore di  dipartimenti  grandi e omogenei  Mi è stato ricordato che talvolta l’eccellenza si trova nei piccoli dipartimenti multidisciplinari. Nessuna obiezione: mai dire mai. Ma  nuovamente la norma  deve essere all’insegna di  dipartimenti disciplinari e semmai di centri tematici pluridisciplinari. Tre  buoni motivi a favore di tale tesi:  evitare duplicazioni  nei costi fissi;  sfruttare le economie di scala e la fertilizzazione incrociata del mondo della ricerca ( che richiedono una limitata diversità e un linguaggio comune); e soprattutto, agevolare la valutazione esterna  del Dipartimento  e le conseguenze da trarne sul  piano dei finanziamenti  all’insegna del merito. Da questo punto di vista, ribadisco di credere che la valutazione della ricerca sia  relativamente più attendibile di quella della didattica; perciò  mi sta bene che il potere di chiamata sia stato spostato sui Dipartimenti. Anche qui, tutti conosciamo qualche caso dissociazione tra buon ricercatore e buon insegnate; ma nell’insieme è alta la  correlazione tra buona ricerca e buona didattica. Il tutto dipende tuttavia da due condizioni,richiamate anche in qualche commento:  la sistematica e corretta valutazione; e un adeguato finanziamento  del sistema universitario, perché nessun modello organizzativo può supplire all’assenza di risorse.

QUANDO LA TRASPARENZA AIUTA LO SVILUPPO

In tempi di crisi economica, aumenta la pressione ad usare efficacemente la spesa pubblica, inclusi gli aiuti pubblici allo sviluppo internazionale. Si punta sopratutto sulla massima trasparenza così da ridurre sprechi, corruzione e migliorare la programmazione. Si tratta di una sfida anche per le Ong. Ma comunicare e valutare la qualità degli interventi finanziati con contributi privati è un tema su cui c’è molto da costruire come dimostrano i risultati di una ricerca sull’efficacia delle Ong italiane.

CNEL: FARLO DIVENTARE DAVVERO UTILE

Contenuto nella manovra di agosto, il taglio di consiglieri e risorse del Cnel potrebbe favorire una utile riforma dell’organismo, previsto dalla Costituzione, sottraendolo all’immagine di ente inutile. Tra le modifiche di prassi, si dovrebbe arrivare a un innalzamento della quota di consiglieri donne e a una maggiore trasparenza dei criteri con cui le parti sociali designano i propri candidati. La presenza di riconosciute personalità tecniche e scientifiche contribuirebbe poi a migliorare la qualità, l’incisività e l’autorevolezza dei lavori del Consiglio.

QUANDO LE IDEE DELLA DIASPORA AIUTANO LA CRESCITA

Scienziati legati da una forte prossimità sociale hanno una maggiore probabilità di scambiare idee e conoscenza, anche se separati geograficamente, rispetto a colleghi debolmente connessi, per quanto fisicamente prossimi. Possiamo dunque sperare che le idee dei cervelli che hanno lasciato l’Italia arrivino anche nel nostro paese e diano un contributo alla ripresa? Accademia e industria sono comunque comunità distinte e una certa prossimità spaziale è necessaria per sopperire alla distanza sociale. L’industria italiana, poi, assume sempre meno personale scientifico.

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