La questione dei debiti delle amministrazioni pubbliche sembra avviata a una soluzione per il passato. Ma come evitare che l’emergenza si ripresenti in futuro? Serve un cambiamento culturale che impedisca alle amministrazioni locali di operare senza risorse. E vanno rafforzate le tecnostrutture.
Per chi come me studiava in Inghilterra alla fine degli anni Ottanta la signora Thatcher era una specie di spaventapasseri. Era diventata lo zimbello dei gruppi rock e punk che andavano per la maggiore come i Clash. Era anche lo zimbello degli economisti più bravi (come Steve Nickell a Oxford e Charlie Bean a LSE) che studiavano tutti economia del lavoro e con i loro studi evidenziavano i costi sociali delle politiche fiscali e monetarie restrittive della Lady di Ferro e della sua vittoriosa battaglia contro i minatori.
Qualche settimana prima del terremoto, mi svegliai di soprassalto avendo sognato che un braccio mi veniva strappato alla spalla. Nella prima scena del film “Salvate il Soldato Ryan” tra i tanti marine massacrati durante lo sbarco in Normandia si coglie la scena pietosa di un soldato che ha appena perso un braccio e con l’altra mano stringe l’arto tranciato quasi a volerlo riattaccare alla spalla.
Questo è, forse, l’abito mentale nei quale mi ritrovai da terremotato di fronte a casa mia lesionata dalle scosse. La disperazione della perdita porta a rimanere attaccati anche ai ruderi di quello che è irrimediabilmente danneggiato oltre ogni possibilità di recupero.
La Banca centrale del Giappone ha annunciato un radicale cambio di regime nella propria condotta. Non è una semplice manovra di politica espansiva, è il tentativo di uscire dalla trappola deflazionistica. Sul suo successo non mancano i dubbi. Come risponderanno la Fed e la Banca centrale europea?
Province sotto accusa, in Italia e in Francia, in nome del rigore. Eppure negli ultimi anni in molti paesi ci sono state riforme verso assetti costituzionali più decentrati. Siamo sicuri che il numero di livelli di governo sia effettivamente associato a maggiore spesa pubblica, debito o deficit?
Certamente i sondaggi elettorali hanno dei limiti, ma merita una riflessione anche il controverso rapporto con i mezzi di informazione. I media e la politica chiedevano una “predizione” che fotografasse molto precisamente l’esito del voto. Con tanto di domande impossibili rivolte ai sondaggisti.
I sondaggi sono uno strumento di marketing molto efficace per le aziende. Più difficili quelli sulle intenzioni di voto. Perché fotografano le opinioni degli elettori in un momento diverso da quello della consultazione. E in un quadro politico che muta rapidamente. Costi e qualità delle ricerche.
Al di là dei problemi che rendono difficile la rilevazione, al sondaggista può capitare di cadere nella trappola dell’opinione dominante. Dubita così dei numeri che ha raccolto e, occhieggiando i risultati dei colleghi, attenua le tendenze che ne emergono. Che poi a urne aperte si rivelano corrette.
I sondaggi non hanno “previsto” il boom del M5S alle ultime elezioni perché era difficile inquadrarlo in uno scenario, proprio per i suoi elementi di peculiarità e novità. Ma probabilmente anche perché gli elettori dell’area di centrosinistra erano riluttanti a dichiarare l’intenzione di votarlo.
La realizzazione delle infrastrutture in Italia è molto spesso ritardata da opposizioni e incertezze non sempre giustificate, danneggiando così la competitività del paese. Da alcuni anni un Osservatorio analizza i “costi del non fare”. Ecco alcuni risultati. E due proposte per migliorare le cose.