Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Nicola Molteni, deputato della Lega, sulla proposta di sanatoria fiscale. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.
Il Rapporto Istat 2018 si concentra sulle “reti”. Danno vita a un welfare informale che inasprisce diseguaglianze sociali, inefficienza nella gestione delle risorse e dei processi di crescita. Il mercato del lavoro ne è un esempio, specie per i giovani.
In Italia c’è un preoccupante silenzio sul tema fondi Ue. Ma i dati confermano difficoltà di spesa che richiederebbero un ripensamento dell’intera impalcatura funzionale della politica di coesione, anche in vista del negoziato sul bilancio dell’Unione.
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La “quasi” flat tax sarebbe uno dei punti centrali di un possibile governo Lega-M5s. La metà dei risparmi andrebbe ai redditi più alti, mentre quelli della classe media sarebbero modesti. E si aprirebbe un buco di 50 miliardi nei conti pubblici.
L’apertura ai mercati internazionali genera incertezze, specie se combinata con una lunga crisi. Ma in Italia alla domanda di protezione sociale per i più deboli, si affiancano le richieste dei gruppi di pressione. L’unico argine è l’Autorità antitrust.
La “quasi” flat tax che verrebbe introdotta nell’ipotesi di un governo M5s-Lega darebbe metà dei risparmi ai redditi più alti lasciando comunque 50 miliardi di buco nei conti pubblici. Nel frattempo Matteo Salvini si concentra su un obiettivo più facile, la riforma del bilancio Ue, bollata con il riassunto: “Meno soldi agli agricoltori, ai comuni, alle famiglie, 100 miliardi di nuove tasse europee e più soldi per gli immigrati e chi li ospita”. Falso, come indica il fact-checking de lavoce.info.
L’eventuale accordo M5s-Lega potrebbe includere come punto qualificante anche l’assunto che la concorrenza serve a poco. Se fosse, niente di nuovo: come ricorda la relazione dell’Autorità antitrust, anche nel 2017 la legge “annuale” per la concorrenza era stata approvata con un ritardo di tre anni. Intanto con la Cassa depositi e prestiti (Cdp) ritorna la mano pubblica in Tim a supporto di un fondo d’investimento che dice di voler proteggere i piccoli azionisti dallo sfruttamento di Vivendi. In effetti Cdp e il fondo Elliott hanno messo in minoranza il primo azionista e controllano la maggioranza del cda di Tim. La Consob dovrebbe chiedere chiarimenti ai tre azionisti. Altra contesa dai contorni poco chiari è quella dei diritti televisivi del calcio. Su cui Lega calcio, Sky e la società Mediapro giocano una partita miliardaria a colpi di aste, trattative private, ricorsi agli arbitri (Antitrust e Tribunale civile). È il caso di dirlo: il calcio è nel pallone.
Negli ultimi dieci anni si è ridotta dal 48 al 45 per cento del totale la quota di paesi classificabili come democrazie. Tra gli stati in recessione democratica la Tunisia ma anche Gabon, Ucraina, Messico e Maldive. E crescono gli elementi illiberali in Usa e alcuni paesi Ue (Malta, Polonia, Ungheria). Cosa sta succedendo?
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Tim è ora guidata da una coalizione variegata, nella quale manca un socio dominante. La situazione che si è creata dà al cda un’occasione storica per fare il suo dovere. Che non è garantire un profitto ai soci, ma agire nell’interesse dell’impresa.
Dopo la decisione del tribunale di Milano sui diritti tv per il prossimo campionato di calcio, si è rafforzata la posizione di Sky nel braccio di ferro con Mediapro. Ma un accordo conviene a tutti. Perché il settore affronta un cambiamento radicale.