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sommario 19 giugno 2003

Unione Europea e riforme istituzionali

sono al centro del dibattito. Al Consiglio Europeo di Salonicco viene presentata la bozza di Costituzione Europea elaborata dalla Convenzione.  Molti i delusi. Tra lÂ’altro, perché la bozza non estende il voto a maggioranza in politica estera.  Ma è un problema relativamente secondario.  Se si applicasse il voto a maggioranza nellÂ’attuale situazione, nessun Paese si sentirebbe responsabile delle decisioni comuni, con il rischio di far prevalere le scelte ideologiche su quelle realiste, come per la guerra in Iraq. In questo campo, non c’è alternativa ad unÂ’assunzione diretta di responsabilità delle istituzioni europee. Ma i problemi non sono solo costituzionali. Il Patto di Stabilità strangola i paesi dellÂ’EMU e li spinge a tagliare gli investimenti pubblici o a portarli fuori bilancio, riducendo la trasparenza dei conti pubblici. La proposta Tremonti di riprendere il piano Delors sullÂ’infrastrutture transnazionali va nella giusta direzione ma appare del tutto insufficiente. Non c’è alternativa ad una revisione del Patto. Come non c’è alternativa ad una riforma della politica agricola europea. A dieci giorni dallÂ’inizio del suo semestre di Presidenza, l’Italia non sembra intenzionata ad affrontare il problema.  Peccato, perché le follie della PAC le paghiamo soprattutto noi, date le inefficienze della nostra struttura produttiva.  Infine, anche in Italia riprende quota il dibattito sulle grandi riforme istituzionali. Ma ci sono forse riforme più semplici, come quelle sui regolamenti parlamentari, che consentirebbero e in tempi brevi progressi maggiori.

A proposito di riforme istituzionali

L’effetto dei diversi assetti istituzionali sull’efficacia, efficienza e equità delle politiche pubbliche è incerto. Se davvero si vuole imprimere una svolta maggioritaria al sistema italiano, conviene forse guardare a “regole di minor livello”, più vicine però ai meccanismi decisionali, come i regolamenti parlamentari.

Riforma della PAC e quote latte: i problemi di fondo

A Bruxelles si discute l’ennesima riforma della politica agricola comune. Come da copione, l’Italia chiede nuovi sussidi. Ma ancora una volta il dibattito elude il punto cruciale: lÂ’eccessiva protezione accordata allÂ’agricoltura fin dalla istituzione del Mercato Comune. Prezzi dei prodotti alimentari più alti e una struttura produttiva inefficiente sono i risultati. Che finiscono per penalizzare gran parte degli agricoltori italiani.

Per un’Europa responsabile

In alcuni ambiti come la politica estera non c’è alternativa al metodo comunitario. Perché anche se si applicasse il voto a maggioranza nessun Paese si sentirebbe responsabile delle decisioni comuni, con il rischio di far prevalere le scelte populiste su quelle realiste. E condannando così cittadini e Governi a una condizione di irrilevanza. Come ha dimostrato la guerra in Iraq.

Un Codice non troppo nuovo

Il Codice delle comunicazioni deve essere approvato in fretta per non incorrere in procedure di infrazione. Le nuove norme muteranno quindi più la forma che la sostanza del sistema delle comunicazioni elettroniche. Restano aperti tutti i problemi legati allo sviluppo della concorrenza, a partire dalle frequenze radio per finire all’accesso e interconnessione fra reti. E il ministero sembra volere mantenere competenze di controllo che l’Europa assegna a autorità più decentrate.

Il declino dell’Italia

Ancora un trimestre di crescita negativa per il nostro prodotto interno lordo: l’inizio del 2003 può adesso essere definito come una fase di recessione. Soprattutto l’Italia continua a crescere meno della pur stagnante Europa. Riproponiamo ai lettori gli interventi di Rodolfo Helg, Paolo Manasse e Marco Pagano e Fausto Panunzi, in cui si discutono le ragioni del declino economico del nostro Paese.

sommario 17 giugno 2003

Concorrenza poco tutelata e privatizzazioni che procedono a rilento, addormentatesi negli ultimi due anni. C’è una forte assonanza in questa diagnosi del declino economico italiano fra le Considerazioni Conclusive del Governatore Fazio e la relazione del presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro. Lodevole soprattutto il tentativo di misurare la zavorra che grava sulle imprese di esportazione che devono utilizzare beni prodotti da settori protetti. Concorrenza poco tutelata anche dal Codice delle Comunicazioni predisposto dal Ministro Gasparri, che ascrive a sè prerogative che dovrebbero essere assegnate ad authority indipendenti secondo le direttive comunitarie, soprattutto in mercati fortemente concentrati come il nostro. Se la concorrenza è un bene pubblico, lo è anche l’informazione. L’indipendenza dei media verrebbe meglio tutelata dalla quotazione in borsa dei grandi gruppi editoriali e dalla privatizzazione della RAI. Ma è anche un problema culturale. Giornalisti e direttori coraggiosi si vedono anche dal numero di lamentele che ricevono… dalla proprietà.

Il valore dell’informazione

L’informazione articolata è un bene pubblico da tutelare, anche per il buon funzionamento dell’economia. In Italia, la ristrettezza del mercato e gli intrecci di interesse giustificano i dubbi di ingerenze della politica e degli affari sul mondo dei mass media. Ma una cultura dell’autonomia e dell’indipendenza può nascere solo dalla volontà dei protagonisti: politici, editori e giornalisti.

Il costo delle liberalizzazioni incompiute

La relazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato evidenzia come liberalizzazioni insufficienti e rendite oligopolistiche in importanti settori siano un freno alla crescita dell’economia italiana. Perché si trasformano in maggiori costi per le imprese e rappresentano un fattore di svantaggio e di inefficienza nella competizione sui mercati internazionali.

La scomparsa dei co.co.co.

Nel silenzio di Confindustria e sindacati, il decreto Maroni dispone il riassorbimento delle collaborazioni coordinate e continuative autonome nel lavoro subordinato ordinario. La formula del “lavoratore a progetto” rischia invece di far aumentare il contenzioso.

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