Il Documento di programmazione economica e finanziaria 2004-2007 dovrà tracciare il programma da qui alla fine della legislatura. Al Governo Berlusconi rimane poco tempo e moltissimo da fare per onorare i cinque punti del “contratto con gli italiani”. E nel frattempo si sono aggiunte nuove costose promesse. Per avvicinarsi ai traguardi indicati servono risorse e quindi tagli in delicati capitoli di spesa. Altrimenti bisognerà rinunciare a parti del programma. Meglio che il Dpef chiarisca tutto questo. Sarebbe anche un modo per vincolare l’intera coalizione di governo ai piani di fine legislatura.
Forte riduzione del numero dei reati, prometteva il “contratto con gli italiani”. Eppure la microcriminalità continua a godere di sostanziale impunità . Perché il poliziotto di quartiere non basta ad assicurare un’opera di prevenzione moderna. Il controllo del territorio deve essere integrato da una rielaborazione investigativa dei dati disponibili. La semplice informatizzazione delle denunce sarebbe già un buon inizio.
L’abbattimento della pressione fiscale promesso dal “contratto con gli italiani” riguarda solo una piccola fascia della popolazione, quella più ricca. Lo dimostrano le misure già adottate, come la soppressione della tassa sulle eredità di maggiore entità , e quelle previste per il futuro, come la revisione delle aliquote Irpef per gli ultimi scaglioni di reddito. Mentre gli effetti distributivi del primo modulo della riforma sono stati quasi nulli.
Si ritiene spesso che il Documento di programmazione economica e finanziaria sia un documento inutile. E in questi giorni di continui rinvii circa la data in cui verrà reso pubblico, sono molte le voci che propongono un “Dpef leggero”. Ma forse mai come in questo momento potrebbe essere utile al Governo un “Dpef pesante”. EÂ’ in forte ritardo nellÂ’attuazione degli obiettivi del suo programma, in particolare di quelli sottoscritti nel “Contratto con gli italiani”. Ci vorranno scelte difficili se si vogliono onorare gli impegni. Il Dpef dovrà dire quali scelte si intendono compiere vincolando al loro rispetto la coalizione di Governo nel suo complesso. Altrimenti meglio dire subito a quali parti del programma si intende rinunciare.
Riproponiamo ai nostri lettori lo studio ripreso dall’Economist del 31 luglio. Trae spunto dal fatto che oggi si confronta spesso l’offerta di De Benedetti a Prodi per l’acquisto della Sme nel 1985 e il ricavato dalla vendita tra 1993 e 1996, raffrontando cifre molto lontane nel tempo e tra loro non comparabili, a meno di non attualizzarle in modo adeguato
Ministero del Welfare e delle Politiche Sociali
10 luglio 2003
Forse si devono ringraziare le nuove tecnologie o lo sviluppo della scienza economica in un paese ad essa spesso ostico, ma è chiaro che “la voce” colma un vuoto ed è qualcosa di cui oggi non si vorrebbe dover fare a meno. I commenti possono essere a volte discutibili (del resto fra economisti notoriamente non ci si trova mai d’accordo), a volte troppo tecnici o, all’opposto, troppo semplicistici: si tratta però d’una tribuna aperta e che, soprattutto, ha il merito di aver sollecitato tante intelligenze ad esprimersi e fornire ad un vasto pubblico un punto di vista informato. Il mio suggerimento è di continuare, continuando a “beccare” il policy maker – è normale che siano i governi a dover subire le maggiori critiche – ma rinunciando ad assumere un proprio ruolo e profilo politico: il partito dei giovani economisti (liberal?) non serve a nessuno.
Investimenti in opere civili per favorire il rilancio dell’economia? La loro efficacia è dubbia perché il settore non genera innovazione e non ha grandi ricadute occupazionali. Senza dimenticare che molte delle grandi opere progettate difficilmente potranno sottrarsi ai vincoli di bilancio europei perché sono inutili e non arricchiscono il Paese. E il rischio è che diventino anche “infinite”, come spesso accade in Italia.
Il Trattato che viene firmato oggi a Roma sancisce il diritto di chiunque risieda e si sposti legalmente all’interno dei confini dell’Unione di ricevere protezione sociale. Su questo tema riproponiamo una discussione tra Tito Boeri (a favore di questo principio) e Hans-Werner Sinn (contrario).
La normativa sulla crisi di impresa fa sì che i costi dell’accesso al credito e il livello del premio di rischio siano più alti in Italia rispetto agli altri Paesi Ue e agli Stati Uniti. Sul primo pesa la lunghezza dei tempi delle procedure e la percentuale minima di recupero dei crediti. Sul secondo, regole molto restrittive che non danno all’imprenditore strumenti per il rilancio dell’azienda, ma solo la possibilità di rinegoziare le scadenze. E una responsabilità patrimoniale che sopravvive al fallimento.
Il Governo pensa di abolire lÂ’articolo di legge sullÂ’autonomia finanziaria degli atenei. Forniamo ai lettori il testo dell’emendamento elaborato dal Ministro Moratti. Dietro il nuovo meccanismo di programmazione, si cela il desiderio del ministero di tornare a un dirigismo centralistico che permette maggiore discrezionalità nellÂ’assegnazione delle risorse. E la speranza di molte università di riuscire a strappare finanziamenti maggiori. Ma a perdere potrebbe essere il sistema nel suo complesso.