Molte polemiche sulla proposta di diritto di voto agli immigrati. Sarebbe meglio invece rivedere le norme che regolano l’acquisizione della cittadinanza, particolarmente arretrate in Italia, soprattutto per i minori perché basate sull’anacronistico criterio del “legame di sangue”. E optare decisamente per lo jus soli, ovvero per definire cittadino italiano chiunque nasca nel nostro paese da genitori legalmente residenti.
Esiste una differenza tra la variazione dei prezzi misurata dagli istituti di statistica e quella percepita dai consumatori. Un fenomeno che riguarda tutta l’area euro e non solo l’Italia. Molte le spiegazioni sbagliate, compresa quella recente del presidente dell’Istat. Però capire perché le due serie non sono allineate è fondamentale. La divaricazione può comportare fluttuazioni nell’offerta di lavoro e nel prodotto. E potrebbe spiegare anche il ciclo basso in Europa.
Nella Finanziaria nessun impegno di spesa per il reddito di ultima istanza, la misura che dovrebbe servire a contrastare la povertà . Si parla genericamente, e senza specificarne l’entità , di un co-finanziamento alle Regioni, lasciando a queste la decisione finale sull’introduzione o meno del sussidio. Si perpetua così una disparità tra zona e zona del paese. Troppo restrittiva la definizione dei beneficiari: molti i poveri che non potranno ricevere assistenza sotto questa forma.
Gli europei (non solo gli italiani!) continuano a pensare che l’inflazione sia più alta di quella ufficiale. Non è un problema di statistiche né di approssimazioni nel cambio lira-euro. È solo il risultato di un lento processo di apprendimento. Importante accelerarlo educando tutti a fare calcoli in euro. Altrimenti la convergenza fra inflazione percepita ed effettiva avverrà a prezzi più alti per tutti.
Una proposta di legge di AN concede il diritto di voto agli immigrati alle amministrative. Ottimo. Ma è un passo ancora insufficiente, anche in un’ottica europea. Utile rivedere assieme le normative sulla concessione della cittadinanza italiana.
Il super-bonus per chi continua a lavorare, il cosiddetto “regalo in busta paga” previsto dalla riforma sulle pensioni, in realtà sembra un malus. Calcoli attuariali mostrano che non è affatto conveniente. A meno di avere redditi particolarmente alti.
Viceversa i Poveri non hanno molti difensori in questo paese. Nonostante le molte promesse, nessun impegno di spesa nella Finanziaria per il reddito di ultima istanza, la principale misura per contrastare la povertà .
I politici amano discutere di riforme istituzionali anche quando dovrebbero occuparsi di altro. Invece di discettare su premierato alla svedese o cancellierato rafforzato, più utile sarebbe iniziare da riforme meno altisonanti. E riprendere dalle esperienze straniere quegli elementi che assicurano la possibilità di realizzare il programma di Governo. Esiste infatti una larga varietà di strumenti per vincolare l’iniziativa legislativa parlamentare e migliorare l’efficacia decisionale dell’esecutivo.
Il bicameralismo delineato dalla riforma del Governo prevede una netta separazione tra le due assemblee: la Camera legifera sulle competenze esclusive dello Stato, il Senato su quelle concorrenti. Quasi inesistente il coordinamento tra le due. Con il pericolo di minare il funzionamento del sistema federale italiano. Le proposte delle Regioni rischiano di peggiorare il quadro, prefigurando Camere a maggioranze diverse.
La proposta del Governo “chiude” la riforma costituzionale italiana introducendo la Camera delle Regioni. Ma lo fa in modo sbagliato. Le regole sulla rappresentanza indicano che il nuovo Senato di federale ha solo il nome, tant’è che mantiene poteri incompatibili con una vera Camera regionale. Inoltre, crea problemi di attribuzione di competenze tra le due assemblee legislative non facilmente risolvibili. Ambiguo anche il procedimento per lo scioglimento da parte del Presidente della Repubblica “in caso di prolungata impossibilità di funzionamento”.
Molte le novità nella proposta di riforma costituzionale elaborata dai quattro saggi a Lorenzago e approvata dal Consiglio dei ministri. Il mero elenco basta a indicarne la portata, si va dal premierato al Senato federale, al presidenzialismo. Ma sul federalismo, l’attuazione del Titolo V, questo nuovo progetto rimette in discussione e contraddice i precedenti, elaborati dalla stessa maggioranza. Aumenta così la confusione, mentre a procedere speditamente nel suo iter parlamentare è solo il progetto di devolution di Umberto Bossi.
Ci risiamo. Con la definitiva approvazione da parte del Consiglio dei ministri della “bozza di Lorenzago” siamo alla terza proposta di riforma costituzionale del presente Governo, ciascuna in contrasto con quella precedente. Questo mentre lÂ’attuazione della riforma che c’è, quella del Titolo V approvata nel 2001, viene lasciata alle sentenze della Corte costituzionale. I commenti su questÂ’ultima fatica dellÂ’esecutivo si sono concentrati essenzialmente sul premierato. Ma la vera novità è rappresentata dallÂ’introduzione del Senato federale. Che in realtà , per le regole di rappresentanza previste, federale non è. E che, se fosse attuato, creerebbe problemi enormi di coordinamento con lÂ’altra Camera, con il rischio di minare alla base il funzionamento dellÂ’intero sistema. Forse, più che di grandi riforme, avremmo bisogno di interventi di più basso profilo, ma in grado di migliorare la capacità decisionale dei Governi. I paesi più avanzati offrono una pletora di possibilità tra cui scegliere. Conviene rifletterci, nellÂ’attesa della prossima proposta di riforma costituzionale.
Il condono edilizio, pilastro della manovra finanziaria, è stato varato. Ma alcune Regioni lo attaccano. Appellandosi a passate decisioni della Corte costituzionale, sottolineano come la sanatoria potrebbe compromettere la propria gestione del territorio. Inoltre, invocano la maggiore autonomia garantita dal Titolo V. Un’analisi della giurisprudenza costituzionale mostra come il conflitto tra i due livelli di governo sia assai incerto negli esiti.