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Lavoce.info

sommario 2 settembre 2003


Il problema degli anziani non-autosufficienti non c’è solo d’agosto, come si potrebbe credere leggendo i giornali. Ne parliamo ora, lontani dagli scaricabarile fra Governo e amministrazioni locali sulla moria di anziani di questa torrida estate. Lo facciamo ponendo interrogativi cui la politica dovrà dare risposte. Per affrontare il problema ci vogliono fondi e non programmi privi di stanziamenti e con nomi altisonanti. Meglio attribuire indennità di accompagnamento più ricche di quelle attuali solo a chi ne ha più bisogno, risparmiare su altri capitoli di spesa (come le pensioni di anzianità) e attivare servizi integrativi a livello locale. Sbagliato continuare a pensare che di questi problemi si possa far carico unicamente la famiglia del non-autosufficiente. Perchè sempre più spesso questa famiglia non c’è.
Una rassegna stampa delle reazioni che in Germania hanno accompagnato le proposte di riforma del sistema previdenziale della commissione Rürup. Mentre in Germania si discute di proposte concrete, da noi continua la ridda di voci.  E vi è sempre minore trasparenza nei conti previdenziali.  Rendiamo nota ai lettori un’inquietante circolare dell’INPS.

Anziani in cerca di risposte

Finita l’estate, restano i problemi dei non autosufficienti. Se è imperativo incrementare le risorse da destinare all’assistenza, è altrettanto necessario chiarire le fonti di finanziamento. Tra le ipotesi, un significativo spostamento di risorse dalla spesa previdenziale, una modifica di quella ospedaliera e un prelievo fiscale aggiuntivo. Oltre a un riordino delle prestazioni agli invalidi. Così come deve essere risolto il nodo delle competenze tra i diversi livelli di governo. Il punto di partenza è una maggiore assunzione di responsabilità dello Stato.

Quando la famiglia non basta

L’ecatombe silenziosa di anziani di questa estate dimostra che la famiglia non può più sopperire all’intervento pubblico nel fornire assistenza ai non-autosufficienti. Invece di proporre nuovi programmi da nomi altisonanti e privi di alcun finanziamento, occorre pensare a strumenti universali che consentano la cura degli anziani più bisognosi senza fare affidamento unicamente sui familiari. Da finanziare a livello nazionale, con una più accorta allocazione delle indennità di accompagnamento e con la riduzione della spesa per le pensioni di anzianità.

Le soluzioni di Trento e Bolzano

Le due province autonome istituiscono un Fondo pubblico e universale per erogare prestazioni alle persone non autosufficienti, indipendentemente dalle loro condizioni economiche. Sono finanziati con i bilanci provinciali e con un contributo obbligatorio e progressivo di tutti i cittadini. Garantita anche la sostenibilità finanziaria futura. Un modello da esportare alle altre Regioni? Potrebbero sorgere problemi di equità e portabilità dei diritti. E’ comunque necessario pensare a un fondo nazionale.

Fumo contro la povertà

Un elenco di buoni, ma molto vaghi propositi nel secondo piano nazionale contro povertà e emarginazione sociale. Il documento tocca molti temi, dalla scuola al mercato del lavoro al sostegno alla natalità, senza mai accennare a risorse da impiegare né a misure concrete o prendere impegni precisi. Affidandosi spesso al sempiterno leitmotiv della famiglia. E alla genericità si aggiungono due svarioni che mostrano la sostanziale ignoranza dei fenomeni che si vorrebbero combattere.

La riforma delle pensioni in Germania: la Commissione Rürup

Antefatto. Il 21 novembre 2002 in Germania il ministro per gli affari sociali Ulla Schmidt insedia la Commissione per la sostenibilità del finanziamento dei sistemi di sicurezza sociale. Sotto la guida del prof. Bert Rürup 26 esperti provenienti dal mondo politico, economico, scientifico e sindacale devono elaborare proposte per il futuro del sistema pensionistico, sanitario e assistenziale tedesco, nel rispetto dell’equità intergenerazionale e riducendo i costi accessori del salario. Non si tratta quindi di ripensare complessivamente l’intero stato sociale, ma di valutare la sostenibilità finanziaria dei tre rami obbligatori delle assicurazioni sociali. Alla commissione si affida inoltre il compito di evidenziare gli interventi legislativi da attuare e quindi di preparare l’opinione pubblica a futuri tagli delle spese sociali, comunque inevitabili.

Il 28 agosto 2003 la commissione presenta il rapporto finale al ministro Schmidt, confermando per le pensioni quanto già reso pubblico durante i lavori (vedi lavoce.info del 5.6.2003) ovvero l’innalzamento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni. Nel rapporto si sottolinea che le proposte avanzate non intendono stravolgere la riforma Riester del 2001, di cui si conferma l’impostazione, respingendo l’idea di abbandonare il sistema a ripartizione pur sollecitando un rafforzamento delle previdenze integrative a capitalizzazione; si vuole semplicemente dirigersi verso modifiche che rendano sostenibile e stabile il sistema previdenziale, correggendo con misure più realistiche e conformi alla situazione attuale le stime demografiche ed economiche ottimistiche alla base della precedente riforma, frutto peraltro di un compromesso politico fra riformisti da un lato e associazioni varie e sindacati dall’altro. Per arrivare almeno ad una stabilizzazione dei contributi previdenziali occorre collegare stabilmente la formula di calcolo delle pensioni alle entrate contributive.

Le misure introdotte dalla riforma Riester per rallentare l’innalzamento del contributo previdenziale obbligatorio, non bastano per mantenere l’aliquota entro il 22% per il 2030, anzi secondo gli esperti il contributo potrebbe superare il 24%.

Le proposte – Basandosi su queste considerazioni la commissione suggerisce dunque un innalzamento graduale dell’età pensionabile da 65 a 67 anni, a partire dal 2011, con l’incremento di un mese ogni anno, spalmando così l’intero processo sull’arco di 24 anni. Premessa per questo innalzamento è ovviamente il miglioramento della domanda di lavoro rispetto alla situazione odierna: per questo sono richiesti sia interventi legislativi che un maggiore coinvolgimento dei datori di lavoro. Una vita lavorativa più lunga richiede migliori opportunità soprattutto per i lavoratori più anziani (i Paesi in cui il prepensionamento non viene utilizzato come strumento di politica del lavoro mostrano tassi più elevati di occupazione dei lavoratori più anziani, senza contare che il prepensionamento non fa che aumentare il costo accessorio del lavoro e quindi crea disoccupazione più che diminuirla). Da qui l’importanza della formazione permanente, a cui si aggiungono per una carriera lavorativa più lunga misure in campo sanitario rivolte alla prevenzione e alla riabilitazione. Benché l’età pensionabile salga a 67 anni si intende offrire ancora la possibilità di anticipare di tre anni il pensionamento (dunque a 64 anni e non più a 62) ma con le riduzioni attuariali già previste (0,3% per ogni mese di anticipo con un tetto massimo di 10,8%) senza prevedere eccezioni per chi fa lavori usuranti e per chi ha molti anni di versamenti contributivi (45); questi ultimi tuttavia possono usufruire di una “finestra d’uscita” anticipando fino a 5 anni il pensionamento, sempre con relative decurtazioni.

Restano invariati gli incentivi per chi decide di continuare a lavorare: 0,5% per ogni mese in più, 6% per anno.

Oltre all’aumento dell’età pensionabile la commissione suggerisce di rallentare in futuro l’incremento della pensione per non gravare su chi versa i contributi. Nella formula di adeguamento della pensione verrebbe integrato un fattore di sostenibilità che riduce l’adeguamento annuale della pensione, se il rapporto fra pensionati e chi versa i contributi cambia a sfavore di questi ultimi. Per contro si può arrivare ad adeguamenti più elevati delle pensioni, se grazie ad una maggiore partecipazione al mercato del lavoro si allarga il numero dei contribuenti. Secondo i calcoli della commissione, il fattore di sostenibilità dovrebbe portare ad un abbassamento di mezzo punto percentuale all’anno dell’aliquota rispetto all’attuale formula di adeguamento. Esso avrebbe in sé un effetto di stabilizzazione, in quanto tiene conto dello sviluppo demografico e dello stato dell’occupazione. Le conseguenze sono un abbassamento del livello della pensione.

Quello attuale corrisponde ad un 48% dei salari lordi; tale livello scenderà al 40% per il 2030 (6 punti percentuali sono già il risultato della riforma previdenziale del 2001). Nonostante questo non verrà intaccato il potere di acquisto delle pensioni: supponendo un aumento reale dei salari del 1,5% annuo, una pensione standard depurata dell’inflazione salirà dagli attuali 1.170 euro mensili a 1.429 nel 2030; senza le modifiche proposte dalla commissione sarebbe di 1.496 euro. Con le misure proposte, si avrà dunque un risparmio nel 2030 sull’aliquota contributiva di 2,2 punti percentuali, di cui 1,4 da attribuire al fattore di sostenibilità, 0,6 all’aumento dell’età pensionabile e 0,2 al posticipo dell’adeguamento delle pensioni dal luglio al gennaio successivo (misura non ancora attuata, ma che sembra prevista per il prossimo anno).

Pur riconoscendo alla riforma Riester il merito di aver introdotto e favorito la previdenza aziendale e privata, la commissione sollecita l’estensione di tali sistemi a capitalizzazione a tutti i contribuenti, suggerendo di rendere più semplici e trasparenti le procedure di attuazione e soprattutto di partire subito con l’incentivazione fiscale del 4%, senza aspettare di arrivarci per gradi nel 2008. Per il momento resta invece in sospeso la decisione se rendere obbligatoria la previdenza integrativa privata.

Infine i pensionati a partire dal 2010 dovranno farsi carico di un contributo del 2% del loro reddito soggetto a contribuzione, per coprire i crescenti costi dell’assicurazione per l’assistenza di lungo periodo (soprattutto degli anziani non autosufficienti).

Dopo lunghe discussioni e approfondite analisi, la commissione Rürup accantona invece alcune proposte di riforma, ritenute non idonee e comunque non compatibili con i principi di fondo della previdenza obbligatoria e fonti di considerevoli effetti negativi sul sistema stesso, respingendo così: un cambiamento di sistema verso una pensione di base finanziata con le imposte; aliquote e pensioni stabilite in base al numero dei figli per riconoscere alla cura dei figli un contributo materiale al mantenimento del sistema; un taglio selettivo delle prestazioni pensionistiche dei redditi più elevati come pure una differenziazione della pensione a seconda del numero di anni di contribuzione; un ampliamento della platea dei contribuenti (autonomi e funzionari statali) e l’inclusione di altre forme di entrate (interessi, affitti) nella base di calcolo dei contributi.

Reazioni. Il cancelliere Schröder ha tranquillizzato immediatamente il gruppo SPD contrario alle proposte di riforma, affermando che Rürup non è la Bibbia; il ministro Schmidt ha diplomaticamente affermato che molte delle proposte sono “giuste e ragionevoli” e che verranno attentamente esaminate. Schröder ha dichiarato, fra l’altro, che sarebbe già un grosso passo avanti se l’età pensionabile reale si avvicinasse a quella attuale di legge dei 65 anni, concordando in questo con il presidente del gruppo SPD Franz Müntefering, il quale in un’intervista a Bild am Sonntag ha ribadito come un aumento dell’età pensionabile non “porterebbe attualmente a molto”. L’effettiva età della pensione è 59-60 anni e quindi bisognerebbe riflettere su “come poter avvicinare l’inizio del godimento della pensione a quello effettivamente previsto dalla legge”. Anche la Cdu, per voce di Angela Merkel, si dichiara contraria ad un innalzamento dell’età pensionabile. L’ex ministro democristiano Blüm, che aveva introdotto il fattore demografico, cancellato dalla coalizione rosso-verde, rifiuta l’idea di elevare a 67 anni l’età pensionabile, in quanto il 60% delle imprese tedesche non impiega lavoratori che hanno più di 50 anni. Senza un cambiamento nei rapporti di lavoro la formula pensione a 67 anni non significherebbe altro che tagli alle pensioni. Associazioni delle famiglie e sindacati promettono battaglia sui cambiamenti avanzati dalla commissione. Le associazioni delle famiglie vedono le proposte come uno svantaggio soprattutto per le donne che, dati gli anni dedicati alla cura dei figli, non riescono a disporre di periodi contributivi superiori ai 25,8 anni all’ovest e 35,8 all’est contro i 45 anni richiesti per avere un livello pensionistico pari all’attuale 48% del reddito lordo

Dure critiche vengono anche da DIHK (Unione delle Camere di Commercio e Industria) il cui presidente Braun giudica le riforme come una struttura informe, a cui manca un disegno organico. Favorevole invece il presidente della BDA (Confederazione federale delle associazioni tedesche dei datori di lavoro), Hundt, che ha dichiarato: “Le proposte sono un’eccellente base per ulteriori passi verso la modernizzazione e la sostenibilità futura dei diversi rami dell’assicurazione sociale”. Il capogruppo dei verdi Kirsta Sager si è detta ugualmente favorevole alla pensione a 67 anni.

Aspre critiche per quanto riguarda il fattore di sostenibilità vengono dal mondo sindacale : si teme che in futuro sempre più persone avranno pensioni a livello di sussidio sociale. Soprattutto la generazione degli attuali trentenni sarebbe duramente colpita dall’abbassamento del livello lordo della pensione, dall’introduzione del fattore di sostenibilità e da un ulteriore contributo per l’assicurazione assistenziale. Peters, il neoeletto capo dell’IG Metall, ha dichiarato che darà battaglia alla politica di riforme intrapresa dal governo rosso-verde, che ha tradito il suo programma elettorale.

E’ dunque evidente che alla commissione Rürup non ha ancora raccolto il consenso politico attorno alla proprie proposte e che larga parte del sindacato non intende sostenere quanto suggerito dal rapporto, rendendone difficoltosa la realizzazione; del resto le spaccature all’interno della commissione si sono presentate all’esterno attraverso i voti di minoranza che costellano la relazione finale. Lo stesso Rürup ha dichiarato: “In una commissione che rappresenta così diversi pareri, le decisioni unanimi sarebbero state molto spesso compromessi che non avrebbero risolto i problemi” ed ha esortato la coalizione a trasformare in legge le proposte avanzate, senza tenere conto del parere contrario dei sindacati.

Mentre sul lavoro della commissione ferve un acceso dibattito, il ministro Schmidt ha dichiarato che presenterà in ottobre le sue conclusioni sulla riforma; allo stesso tempo la CDU attende sempre per i primi di ottobre le proposte alternative elaborate da una propria commissione (soprattutto per quanto riguarda la componente famiglia) guidata dall’ex presidente della repubblica Herzog e il gruppo parlamentare SPD alla Camera ha dato incarico ad un team di esperti guidati dal prof. Doering dell’università di Francoforte di effettuare una controvalutazione sulla riforma dei sistemi sociali, anche questa attesa per ottobre.

Fonti:

www.bundesregierung.de 
www.bda-online.de
www.soziale-sicherungssystme.de
www.mea.uni-mannheim.de

“Die Dissenskommission”in Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28.8.2003
“Unfertiger Rohbau, keine Bibel, Basis für Reformen” in . Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28.8.2003
“Rürup-Pläne sorgen für Aufruhr “in Financial Times Deutschland del 28.8.2003
“Streikdebakel verhagelt Peters’Ergebnis zum IG Metall Chef” in Financial Times Deutschland del 31.8.2003
“CDU will Eltern bei Renten besser stellen” in Handelsblatt del 31.8.2003
” Rürup – Die Vorschläge zur Rente” in Tagesspiegel.de del 31.8.2003
“Renten-Pläne benachteiligen die Eltern” in Die Welt del 31.8.2003
“CDU auf Rürup-Kurs” in Der Spiegel nr.36/1.9.2003

Trasparenza, previdenza e … influenza

Un comunicato dell’Inps reagisce alla denuncia de lavoce.info. La circolare del Commissario Straordinario dell’Inps che proibisce a tutti — tranne il Ministro del Welfare — l’accesso a “dati, stime, analisi sulle questioni o sui conti dell’istituto” servirebbe, secondo l’Inps, a “non influenzare in alcun modo il dibattito in corso sul tema delle pensioni”. Strana idea della democrazia e delle funzioni di informazione di un istituto pubblico!

Quanto cambia lÂ’Unione

La Convenzione non dà all’Europa una costituzione in senso proprio. Ma l’ordinamento prefigurato resta un buon risultato perché chiarisce i principi, come la prevalenza del diritto comunitario, e semplifica i meccanismi decisionali. Resta sostanzialmente immutata la suddivisione di competenze tra Stati membri e Ue, mentre nelle istituzioni europee si rafforza il potere di ordinamento e indirizzo della Commissione. Nell’economia, l’euro-gruppo assume un ruolo più incisivo nel coordinamento economico interno.

I “quattro Grandi” dopo la proposta Giscard

Il metodo della doppia maggioranza indicato nella bozza di costituzione europea non si limita soltanto a qualificare le decisioni del Consiglio sulla base della popolazione. Ma sposta la distribuzione del potere politico a vantaggio dei grandi Paesi, a scapito degli Stati di medie dimensioni. E dietro il recupero dellÂ’efficienza decisionale, si cela forse il desiderio di rafforzare lÂ’asse franco-tedesco, che rischiava di scomparire con un allargamento a Est realizzato con le regole del Trattato di Nizza.

Regole vecchie e nuove

Prima di Nizza l’equilibrio politico nella Ue era garantito da un sistema di attribuzione di voti nel Consiglio che tutelava i piccoli Paesi attribuendo ai Grandi un sostanziale diritto di veto. Un equilibrio che si rivela equo anche secondo i principi della statistica. Ma mantenerlo dopo l’allargamento a Est avrebbe significato condannare l’Unione alla incapacità di prendere decisioni. Di qui la necessità di una riforma, come quella elaborata dalla Convenzione con il sistema della doppia maggioranza.

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