La protezione del made in Italy è una questione decisamente importante per il sistema industriale italiano. Difficile riuscirci con norme che hanno efficacia solo sul territorio nazionale. Tanto più se non distinguono tra prodotti alimentari e industriali e se per questi ultimi cedono alla tentazione anacronistica di ricercare quelli esclusivamente realizzati nel nostro paese. Una soluzione efficace si può trovare solo con accordi multilaterali che stabiliscano una disciplina comune e un riordino generale del coacervo di disposizioni oggi esistenti
Il sistema industriale italiano è sempre più in difficoltà . Ma di fronte al disastro dell’Alitalia, riemergono soprattutto le tentazioni colbertiste del Governo, che non parla più di privatizzazioni (che fine hanno fatto le promesse del primo Dpef?) e che dimentica le liberalizzazioni (dei servizi aeroportuali, ad esempio).
In risposta alla crisi della siderurgia a Terni, l’esecutivo è più pronto a criticare l’investitore estero (peraltro non privo di colpe) che a riflettere sul fatto che le mancate liberalizzazioni continuano a scoraggiare le imprese estere dall’investire in Italia. Deludenti i dati della bilancia commerciale. Importante aiutare il sistema di medie e piccole imprese ad affrontare le sfide dell’internazionalizzazione. Ma nelle norme della Finanziaria manca un progetto complessivo.
Più articolata la proposta dell’opposizione che inciampa però nel meccanismo di copertura e cede inopinatamente alle tentazioni del “fully made in Italy”. Perché non istituire invece un “made in EU”?. È nelle sedi internazionali che si deve operare se si vogliono veramente proteggere le produzioni italiane contro le falsificazioni.
Le simulazioni effettuate da Tito Boeri e Agar Brugiavini indicano che una riforma delle pensioni più graduale, ma che partisse subito, sarebbe più equa e otterrebbe risparmi maggiori dell’ultima proposta governativa. Vincenzo Galasso si chiede perchè allora c’è questo rinvio: forse dipende dalla dislocazione territoriale delle pensioni di anzianità e del voto alla Lega, che si è battuta accanitamente per rinviare ogni intervento a dopo il 2008, e che sta chiedendo ulteriori ritocchi alla proposta forse per salvaguardare altre generazioni di lavoratori soprattutto in Lombardia.
Meno ambiente vuol dire meno benessere. È utile modificare le statistiche sulla crescita in modo da comprendere gli effetti dei danni ambientali? E in ogni caso non sarebbe corretto sviluppare misure del benessere che tengano conto della qualità dell’ambiente? I contributi di Enzo Di Giulio e Giorgio Nebbia sul tema.
Nel dibattito sulle elezioni europee ci si deve occupare anche del rilancio della trattativa sul Protocollo di Kyoto dopo l’esito inferiore alle attese del Cop9. Su questi temi presentiamo un contributo di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza e uno di Edoardo Croci.
Torniamo ad occuparci del disegno di legge governativo di tutela del risparmio.  Troppe le omissioni, una semplificazione delle authority solo virtuale, mentre è forte il rischio che, con ulteriori compromessi, ne venga fuori un pateracchio. Speriamo nel dibattito parlamentare, cui cercheremo di contribuire organizzando un incontro su questi temi. Presto maggiori notizie in merito.
Pensioni. Abbiamo mostrato che partendo subito si potrebbe fare una riforma equa ed efficace. Ci chiediamo perchè si aspetti allora fino al 2008 prima di intervenire. Forse per il veto di un componente della coalizione?
L’amministrazione Bush tiene nascosto un rapporto sull’effetto serra elaborato dal Pentagono.  A quanto pare,  non si vuole l’ambiente nella campagna elettorale. Bene che in Europa ci si prepari alle elezioni diversamente. Senza una forte iniziativa del Vecchio Continente sul controllo delle emissioni, si rischia infatti un nuovo stallo della trattativa sul Protocollo di Kyoto. E non è affatto detto che il controllo delle emissioni riduca la crescita.  Mentre la mancata tutela dell’ambiente riduce sicuramente il nostro benessere. Dovremmo avere qualche indicatore dei danni all’ambiente nella contabilità nazionale.
Il disegno di legge governativo sulla riforma delle autorità di vigilanza finanziaria è debole perché frutto di molte mediazioni tra posizioni diverse. Il principio della ripartizione per finalità è solo affermato, ma non realizzato fino in fondo. Sulla corporate governance non dice quasi nulla. Sanzioni e risarcimenti corrono sul filo del paradosso. Dovrà quindi essere il Parlamento a dare al provvedimento la necessaria razionalità e coerenza.
Negli anni recenti, il tema dell’ambiente ci ha consegnato una serie di interrogativi spesso di non semplice risposta. A grandi linee, confluiscono in due nuclei principali: il primo è rappresentato da una riflessione generale su cosa sia, e da cosa dipenda, il nostro benessere. Il secondo concerne ciò che possiamo fare per vivere in un ambiente più sano. Possono essere visti come il polo positivo e il polo normativo della questione ambientale: l’essere e il dover essere.
Il primo tema, del quale qui ci occuperemo, suscita un riflessione critica sul concetto di prodotto interno lordo e, per tale ragione, potrebbe avere in futuro effetti notevoli sulle nostre vite.
Più Pil, più benessere?
Concepito quale strumento di misurazione della capacità produttiva del periodo bellico, il Pil è diventato negli anni una sorta di metro del benessere di una nazione: la sua crescita suscita plauso, la sua stagnazione genera preoccupazione. Ciò accade per diverse ragioni, anche condivisibili, tra le quali i riflessi sull’occupazione. Eppure, lo stesso Simon Kuznets, il suo principale ideatore, ha sottolineato più volte l’errore insito nella formula "più Pil = più benessere".
Poiché il Pil aumenta ogni volta che si verifica una transazione nell’economia, inevitabilmente la sua crescita tende a essere connessa a spese che, in alcuni casi, rappresentano un indizio di malessere più che di benessere, come quelle associate ad esempio, a disastri ecologici, alla lotta alla criminalità , ai divorzi. Spese sostenute per la bonifica di un oil spill, oppure per la cura di un tumore da inquinamento, pur facendo crescere il Pil, sono sintomi di un danno per l’ambiente e per l’uomo. Su questo fronte, anche per il più bravo degli avvocati difensori, è difficile soccorrere il Pil. Una crescita della spesa per il Prozac, pur stimolando il Pil, non implica una maggiore felicità .
L’impronta ecologica
Ora, a questa pars destruens si affianca una pars costruens, spesso trascurata dai detrattori del Pil. Esterna alla tradizione economica, abbiamo una classe di indicatori sintetici, di tipo fisico che, prescindendo dal Pil, cercano di misurare la qualità dell’ambiente o lo sforzo che a esso chiediamo.
Un esempio è rappresentato dal concetto di impronta ecologica ("ecological footprint") che misura l’incidenza esercitata da una certa popolazione sul territorio, in termini di ettari utilizzati per lo svolgimento delle sue attività .
L’impronta ecologica di un abitante medio degli Stati Uniti è di 10,3 ettari, mentre il territorio procapite disponibile è di 6,7 ettari, il che significa che la pressione sul territorio è eccessiva (+3.6). Analoghe situazioni riscontriamo in altri paesi: tra gli altri, Singapore (+7.1), Giappone (+3,4), Svizzera (+3,2), Germania (+3,4), Italia (+2,9).
Altro strumento interessante è il barometro della sostenibilità , che combina indicatori elementari in due dati sintetici: uno riferito agli esseri umani, un altro all’ecosistema.
Indici, ambiente e societÃ
Una maggiore continuità caratterizza una classe di indicatori che, interna alla tradizione economica, cerca di superare il Pil a partire dal Pil. In termini generali, questi indicatori cercano di fornire informazioni, oltre che sulla sfera economica, anche su quella sociale e ambientale.
Nell’ambito dell’Unep (United Nations Development Program), ad esempio, troviamo un insieme di indicatori di grande interesse, il più noto dei quali è probabilmente l’indice di sviluppo umano (Human Development Index) che aggrega con peso identico, dopo opportuna elaborazione, tre variabili principali: il reddito pro-capite, la speranza di vita alla nascita, il tasso combinato di alfabetismo e scolarizzazione.
Ispirato dal Nobel Amartya Sen, l’Hdi ridimensiona il peso del Pil dando spazio ad altri elementi che influiscono sul benessere dell’uomo e che tentano di catturare, seppure sinteticamente, il ruolo svolto dalle libertà , così care a Sen. Nella sua visione, "lo sviluppo è libertà " di fare e di essere, e questo spiega l’inclusione della longevità e dell’istruzione nell’Hdi.
Un altro esempio è rappresentato dal Pil verde, che sottrae al prodotto interno lordo i danni ambientali.
Ma probabilmente, la formulazione più avanzata dello sforzo di superamento del Pil è il Genuine Progress Indicator (Gpi). Proposto da Redefining Progress, è un indice ottenuto attraverso alcune correzioni del Pil.
In particolare, il Gpi sottrae i costi sociali legati alla criminalità , ai divorzi, all’inquinamento e al deterioramento delle risorse naturali, e aggiunge al prodotto interno lordo il valore del lavoro svolto all’interno della famiglia e del volontariato. Inoltre, il Gpi prende in considerazione altri fattori, quali la distribuzione del reddito (maggiore l’equità , più alto è il Gpi), i servizi e i costi dei beni durevoli e delle infrastrutture, il capitale preso in prestito dall’estero, la disponibilità di tempo libero (maggiore il tempo libero, più alto è il Gpi).
Con tale procedimento, il Gpi si svincola dall’assunzione che a ogni transazione monetaria corrisponda un aumento del benessere. Un confronto tra Pil (Gdp) e Gpi procapite per gli Usa evidenzia una notevole distanza (vedi grafico).
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È certamente auspicabile un superamento del Pil attraverso l’uso di un indicatore non esclusivamente incentrato sulle transazioni economiche, più democratico, che tenga conto di altri aspetti rilevanti nelle nostre vite.
Al di là dei notevoli problemi da superare, a cominciare dalla monetizzazione dei danni ambientali, rappresenterebbe una sorta di rivoluzione. La crescita del Pil sarebbe solo uno degli obiettivi a cui tendere e, nel farlo, occorrerebbe prestare attenzione anche all’ambito sociale e ambientale, e agli effetti che la crescita del Pil avrebbe sui di essi.
Le proposte sono numerose. Ora si tratta di compiere la seconda parte del cammino, dall’idea all’applicazione.
Ma questa, come noto, è la più ardua.
Per saperne di più
Sul Gpi, si veda il sito: http://www.rprogress.org/
Sen A., "Development as freedom", Anchor Books Editions, 2000.
Undp 2003, "Human Development Report 2003", scaricabile dal sito http://www.undp.org/hdr2003/
Wackernagel M. et al. 1997, "Ecological footprints of nations. How much nature do they use? How much nature do
they have?", in http://www.ecouncil.ac.cr/rio/focus/report/english/footprint/
Che noia, che fastidio a leggere i giornali Il canovaccio è scritto, lo recitan contenti , Ci toccherà ascoltare che evadere le tasse Un gregge di serventi ripeterà convinto Domenica mattina di scena il tormentone Lo spazio il lunedì è tutto per Tremonti Il martedi alla sera, riforma federale, Mercoledì va in onda la serata culturale, Fini si è visto dare la fascia preserale Vorrei una cortesia, trattengo un po’ il respiro
Come mangiare in mensa lo stesso piatto triste
Persi nelle cosucce meschine e un po’ banali
Che accadono in cortile, già risapute e viste.
va in scena fino a Giugno tra urla, insulti e cori
non valgono scusanti o impegni precedenti
con obbligo di firma siam tutti spettatori
Rispetta la morale del padre di famiglia
Che deve pur difendere le proprie magre casse
Dall’esattore odioso che invece gliele artiglia
la par condicio è iniqua e inutile barbarie
Che vuol rinchiuder Lui in un piccolo recinto
Per non farlo parlare dal Volga alle Canarie.
Sui giudici faziosi e il loro accanimento
A reti unificate andrà in televisione
E guai a chi oserà tener lo schermo spento
Risolverà i problemi durante una diretta
Di chi sarà la colpa se vanno male i conti?
Dell’Euro, della Cina, al più di Gianni Letta!
conta la voce roca, non certo gli argomenti
se poi ne esce un Frankenstein istituzionale
un brindisi lo stesso, che i Celti son contenti.
il lucido Follini ha un fuoco che lo brucia,
si chiede, un po’ stupito della stima personale,
perché sulla Gasparri abbiam votato la fiducia?
Così potrà spiegare al proprio elettorato
Come la verifica gli sia riuscita male
Finendo a mani vuote, cornuto e un po’ mazziato.
Visto che queste cose tanto le so giÃ
Potrei scender per tempo e andare a fare un giro?
(Sperando che sia meglio l’Italia che verrà )
Gli immigrati lavorano spesso in condizioni rischiose, insalubri e subtutelate. Anche perché l’Italia ha implicitamente adottato il modello dell’integrazione subalterna. La questione cruciale è l’accesso alla cittadinanza italiana. E passa anche attraverso il riconoscimento di una cittadinanza sociale, accanto a quella economica, ormai accettata almeno sotto forma di partecipazione ai livelli più bassi del mercato del lavoro. Opportunità di promozione devono essere garantite per chi ha titoli di studio e competenze professionali riconoscibili.