MARTEDì 7 LUGLIO 2026

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Sommario 4 marzo 2004

Torniamo sullo stato dei conti pubblici, alla luce dei dati appresi nellÂ’ultima settimana. Nel 2003 sono aumentate le spese, al netto degli interessi, e si sono ridotte le entrate. Prima di parlare di riduzioni delle imposte, il Governo dovrebbe allora chiarire quali spese intende tagliare. Altrimenti si alimenta solo lÂ’incertezza.
Anche nel 2004 si pensa di fare affidamento su entrate straordinarie. Dal concordato preventivo sperimentale ci si attendono 3,6 miliardi di euro. Sarà così? Finora le adesioni non sono state numerose e si parla di una proroga del termine, che rischierebbe di trasformare il concordato in un nuovo condono.
Abbiamo in questi giorni scoperto anche che il debito pubblico è più alto. Cosa c’è dietro il nuovo scontro fra Tesoro e Banca d’Italia? Un nuovo episodio della faida fra le due istituzioni o un serio problema di trasparenza dei conti pubblici?
Infine, si apprende che l’8 per mille a favore della Chiesa cattolica non è in discussione. E quello per le finalità umanitarie dello Stato?

La crisi del calcio

La crisi del calcio nuovamente sotto i riflettori. Riproponiamo ai lettori alcuni contributi che affrontano la genesi del problema e ne discutono possibili soluzioni. Gli interventi di Marco Gambaro (Il calcio è di rigore), Luca Enriques (Ma il problema è il Codice civile), Carlo Scarpa (Stadi vuoti, conti in rosso) e Giuseppe Pisauro (Finale di partita senza pareggio, Un calcio al fisco)

Col fiato corto

L’economia italiana continua a perdere colpi. Il nuovo miracolo economico ipotizzato a inizio legislatura è tramontato presto, di fronte alla virtuale stagnazione del Pil dal secondo trimestre del 2001 a oggi. Ma il rischio attuale è di perdere anche la possibilità che sia la ripresa dell’economia internazionale a risollevare le sorti della nostra. Infatti, mentre per Stati Uniti ed Europa i dati sono rassicuranti, quelli italiani del primo trimestre del 2004 non promettono nulla di buono. E le previsioni di crescita del Governo potrebbero rivelarsi del tutto irrealistiche.

Scip2 strikes back

L’operazione Scip ha vantaggi presunti, ma finora non provati. Infatti, i risultati del 2003 sono largamente al di sotto delle aspettative. Né sembra vero che la cartolarizzazione acceleri il processo di vendita degli immobili. Di sicuro, consente di far cassa subito e di migliorare l’aspetto dei conti pubblici. Ma altrettanto sicuri sono i costi di cui occorre rendere nota la dimensione. Senza dimenticare i futuri costi della politica delle entrate straordinarie perseguita in questi anni.

Sommario 1 marzo 2004

L’economia italiana continua a perdere colpi. La poca crescita del 2003 è dovuta esclusivamente a scorte e spesa pubblica, in assenza delle quali si sarebbe registrata una forte recessione. Preoccupano soprattutto le prospettive per il 2004, con un’economia appesantita dalle scorte e in cui calano ulteriormente la fiducia dei consumatori e le esportazioni. La ripresa dellÂ’economia mondiale potrebbe non bastare. Migliori sono i dati di finanza pubblica. Il conseguimento dellÂ’obbiettivo di disavanzo è però funzione di misure una tantum quali condoni e cartolarizzazioni. E sull’efficacia di queste ultime come strumento per accelerare le vendite di immobili pubblici i dubbi sono sempre più diffusi. Lo Stato, infatti, è costretto a vendere immobili a se stesso. E anche questa misura rischia di non essere sufficiente. Sembra inevitabile il ricorso a un prestito ponte garantito dallo Stato.

Anche la vicenda del calcio, con le perquisizioni condotte dalla guardia di finanza, dimostra che operazioni meramente contabili non possono risanare i bilanci. Servono misure strutturali, volte a ridurre i costi, accrescere i ricavi e, perché no, regole contabili che impongano vincoli stringenti ai bilanci societari.

Il calcio è di rigore

Negli ultimi sei anni i costi delle società di calcio sono stati superiori ai ricavi. Le perdite, che superano i tre miliardi e mezzo, sono state ripianate con le plusvalenze generate dalla compravendita di giocatori. Le regole Uefa impongono ora vincoli di bilancio stringenti, compreso un tetto per gli stipendi dei calciatori. Ma per il calcio italiano, il necessario risanamento deve partire dalla ricostruzione di una cornice di regole e istituzioni adatta alla nuova interazione tra dinamiche sportive e concorrenza economica.

Romania, provincia veneta

La delocalizzazione produttiva nell’Europa orientale è ormai una realtà nell’abbigliamento e nelle calzature. Perché il costo del lavoro in quei paesi è nettamente inferiore, le maestranze sono qualificate e la vicinanza geografica assicura il controllo sulla qualità dei capi. Il Veneto ha scelto da tempo questo modello, che per il momento consente di mantenere in Italia le attività più innovative e a più alta intensità di capitale. Perché possa farlo anche in futuro, sono necessari investimenti in capitale umano e tecnologia.

Una legge per il made in Italy

La Finanziaria prevede una serie di misure destinate a sviluppare il mercato di Borsa anche per le società di piccola e media capitalizzazione. Continua a mancare, però, un progetto complessivo dedicato alle Pmi non quotate, che sono poi quelle specializzate nella produzione del “made in Italy”. Un’attenzione che invece ritroviamo nella proposta di legge dei Ds. Ma se è condivisibile la scelta di puntare ancora sugli incentivi fiscali, più dubbi suscita il meccanismo di reperimento delle risorse necessarie.

Vola solo il deficit

Le cause più evidenti della crisi Alitalia sono una bassa produttività del personale e dei mezzi, una politica tariffaria divenuta dinamica solo da poco e una flotta “arlecchino”. La privatizzazione della società è senz’altro indispensabile, ma può non essere sufficiente. Bisogna premere sulla Ue per una reale liberalizzazione del settore, che permetta di abbattere molti costi impropri. E in un settore in rapida evoluzione, forse converrebbe scommettere su una compagnia low cost.

Thyssen Krupp, il barbaro

Pochi e spesso accolti con ingiustificata diffidenza gli investimenti delle imprese straniere in Italia. Infrastrutture carenti, burocrazia eccessiva, rigidità del mercato del lavoro, ambiente scientifico non soddisfacente sono le ragioni principali che tengono lontano dal nostro paese le multinazionali. E certo non aiuta spostare le decisioni di investimento o disinvestimento dalla sfera economica a quella politica, come è avvenuto nel caso di Terni.

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