SABATO 9 MAGGIO 2026

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Monopolio a tutto gas

Eni si è difesa dalla maggior concorrenza dovuta alla liberalizzazione del mercato del gas mantenendo direttamente o indirettamente il controllo su tutta la filiera. Così, i prezzi finali restano elevati. E’ perciò necessario continuare con la politica di liberalizzazione, fino a una completa separazione proprietaria tra società che gestisce le infrastrutture e imprese che esercitano le attività di vendita di gas. Il passaggio a una vera e propria Borsa presuppone però una crescita della liquidità ottenibile solo con operazioni di gas release.

Meno tasse o meno debito?

Le promesse del presidente del Consiglio sulla riduzione della pressione fiscale assommano ad almeno un punto e mezzo di prodotto. Più o meno quanto sarebbe necessario per ottenere una pur minima riduzione del debito, due punti. Per raggiungere entrambi gli obiettivi servirebbero interventi sulla spesa di 35-40 miliardi. E allora che cosa sceglierà di fare il governo? Ridurre il debito servirebbe per mettersi al riparo dai rischi di mercato ed evitare le censure internazionali. Ma, a meno di due anni dalle elezioni, è più probabile che opti per il taglio delle tasse.

Eredità

Sembra difficile sostenere che il governo di centrodestra abbia ereditato da quello precedente una situazione dei conti pubblici fortemente deteriorata o che il rallentamento dell’economia mondiale abbia pesato in maniera determinante sugli andamenti di finanza pubblica dopo il 2001. Se così fosse, tra l’altro, i conti pubblici non registrerebbero un ulteriore e pronunciato deterioramento proprio nel 2004, quando si manifestano i primi segnali di una seppur timida ripresa. Mentre è arduo il compito che attende il prossimo ministro dell’Economia.

Grandi infrastrutture e granitiche certezze

La necessità delle grandi opere non sembra essere messa in discussione da nessuno. Ma le ricerche indipendenti dimostrano che i costi sono ben superiori ai benefici. E per coloro che dovrebbero utilizzarle, imprenditori e cittadini, non sono una priorità. Eppure quella del cemento è una tentazione a cui difficilmente i politici resistono perché assicura una visibilità immediata, mentre i problemi di efficienza sono nascosti o comunque rimandati nel tempo. Così anche lÂ’opposizione finisce per lanciarsi in pericoli “inseguimenti” dei piani governativi.

Sommario 12 luglio 2004

Difficile tagliare le tasse senza mettere a rischio la sostenibilità del debito pubblico, anche ipotizzando che i tassi di interesse non aumentino. Bisogna prima trovare le risorse per sostituire le una tantum del 2004: questo dovrà essere il compito prioritario del nuovo ministro dell’economia.
Intanto la manovra che doveva correggere i conti pubblici nel 2004 con misure permanenti si rivela l’ennesima una tantum. Con buona pace degli impegni presi dall’Italia all’Ecofin.
Una rassegna della stampa estera sul downgrading del debito italiano da parte di Standard & PoorÂ’s.
Berlusconi promette, oltre ai tagli alle tasse, anche tanto cemento. E inaugura opere con cantieri inesistenti, come l’autostrada Milano-Brescia. Anche l’opposizione promette cemento. Prima di avere spiacevoli sorprese, meglio minare molte granitiche certezze sull’utilità delle grandi opere infrastrutturali.
Strano che ai vertici di Confindustria prenda sempre più peso unÂ’impresa in crisi. Ancora più strano che il nuovo amministratore delegato della Fiat, chiaramente uomo di fiducia dellÂ’azionista di maggioranza, prima della sua nomina figurasse come “amministratore indipendente“.
LÂ’ex monopolio di stato, Eni, realizza extra-profitti ai danni degli utenti. Un altro esempio di privatizzazione senza liberalizzazione.

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Il downgrading del debito italiano da parte di Standard & Poor’s Rassegna della stampa estera

“L’Italia ha bisogno di un governo in grado di dare un calcio alle zuffe interne, per concentrarsi sulla riduzione del debito pubblico e sulla riforma di pensioni, sanità e mercato del lavoro. Ma, al momento, le probabilità che tutto questo accada sono molto basse”. Sono le parole del quotidiano economico inglese Financial Times, subito dopo il declassamento del debito italiano da parte di Standard & Poor’s. Il giornale rosa salmone non usa mezzi termini anche quando dà del “ridicolo” alle liti nell’alleanza di centro-destra tra chi vuole ridurre le imposte per 14 miliardi di euro e chi, invece, chiede che il fiume di sussidi che da Roma scende al Mezzogiorno continui senza interruzioni.

Per l’americano Wall Street Journal, il declassamento di Standard & Poor’s non poteva capitare in un momento peggiore, attribuendo maggiore risalto ai problemi di Berlusconi nel dare forma a una qualche politica economica e nel tenere unito e in piedi il governo. Inoltre, il downgrading è probabilmente più dannoso di un “early warning” da Bruxelles, perché Roma dovrà così pagare un onere maggiore per il debito, spingendo nuovamente verso l’alto il deficit. Quali, invece, le cause del declassamento del rating? Per Giovanni Zanni, economista di CSFB a Londra, “dietro la decisione di Standard’s & Poor’s, oltre alla crisi politica, c’è la mancanza di chiarezza nei conti pubblici italiani”. Ma non solo. A rincarare la dose ci pensa l’Economist, la bibbia dei settimanali economici mondiali: sono le tante, troppe misure una tantum ad aver spinto l’agenzia di rating verso il giudizio AA- (da AA) sul debito del Bel Paese. Intanto, continua l’Economist, i provvedimenti strutturali scarseggiano, il primo ministro lavora per dipanare la matassa dei propri problemi legali e le audaci promesse elettorali sembrano dimenticate. Con il risultato che oggi l’Italia è in gara con la Germania per il titolo di “malato d’Europa”.

Anche la stampa dell’America latina non ha mancato di riportare e commentare la notizia. La testata argentina Mercado, per esempio, ironizza sul giudizio AA-, che mette l’Italia, quarta economia dell’Unione Europea, sullo stesso piano di Slovenia, Cipro e Andorra. E ancora, il declassamento di Standard & Poor’s è il primo per un paese del G7 dall’aprile del 2002, quando il Giappone era passato da AA ad AA-. E’ un paragone non felice per Roma, dopo i tanti e prolungati problemi di Tokyo, alle prese per anni con stagnazione e deflazione. Tutto questo, secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, comporta una grossa perdita d’immagine per l’Italia, che, stando ai giudizi dell’agenzia di rating, è meno meritevole di paesi come il Portogallo. Restando in Germania, per la Sueddeutsche Zeitung il declassamento può aprire la porta a nuovi downgrading per altre capitali europee, tra cui la stessa Berlino.
Ma il problema, come evidenzia il francese Le Figaro, non è limitato al 2004. Anzi, la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi due anni con un deficit al 4% del Pil, se i promessi tagli alle imposte saranno implementati senza ridurre anche la spesa pubblica.

 

Le imposte di Tremonti

Il suo progetto di riforma fiscale è rimasto incompiuto non solo perché costosissimo, ma anche perché sono emersi gli importanti effetti redistributivi impliciti nel passaggio a un’imposta sui redditi a due aliquote, 23 e 33 per cento. I tagli alle tasse legati alla Tremonti bis e al primo modulo di riforma Irpef non si sono autofinanziati perché non si sono trasformati in un sostegno alla domanda. Resta, però, la riduzione permanente del gettito. Mentre le conseguenze di scudo e condono fiscale sull’attività di accertamento sono state e saranno molto gravi.

Le privatizzazioni di Tremonti

Il Governo Berlusconi era partito come governo liberalizzatore, volto ad alleggerire la presenza pubblica nell’economia e a lasciare spazio agli investimenti privati. Ma l’unica vera privatizzazione del triennio è la vendita dell’Eti, il monopolio tabacchi. Per il resto, solo cessioni di quote marginali o privatizzazioni “all’italiana”, ovvero con una presenza pubblica dominante in imprese nominalmente “privatizzate” da diversi anni. Una contraddizione ha paralizzato l’azione di Tremonti: liberalizzare il sistema industriale, ma anche mantenerne il controllo.

La macroeconomia di Tremonti

Affidiamoci ai numeri per capire come il ministro lascia i conti pubblici. Tremonti si è trovato ad operare in condizioni cicliche ben peggiori dei suoi predecessori. Sulle entrate, il vero neo sono stati i condoni: delle altre una tantum, non ha fatto un uso molto più alto dei governi precedenti. Non c’è stato alcuno sforzo di ridurre la spesa, ma questa non è neanche esplosa come alcuni sostengono: anzi, nel 2002 e 2003 la crescita della spesa primaria e dei consumi pubblici (inclusa la spesa per personale) in termini reali è stata più bassa che nel biennio precedente.

Bilancio di un ministro

Misurata contro le aspettative, la gestione Tremonti può essere vista come una delusione. Ma misurata contro molti predecessori, è ben lungi dall’essere stata un disastro. La spesa non è esplosa, anzi in termini reali essa è aumentata meno che nel periodo precedente, nonostante la situazione ciclica sfavorevole e anche escludendo le entrate una tantum contabilizzate in detrazione di spesa. E Tremonti ha ereditato un indebitamento netto già pericolosamente vicino alla soglia del 3 percento. Ma, a parte gli artifici contabili, il ministero dell’ Economia ha spesso proiettato un’ immagine di improvvisazione e, in alcuni casi, di incompetenza.

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