Suscitano perplessità le ultime operazioni della “privatizzata” Cassa depositi e prestiti. L’acquisto di una quota importante di una società di Finmeccanica è un precedente pericoloso, che potrebbe costringerla in futuro a diventare un ibrido tra banca e holding di partecipazione. Vanno perciò definiti meglio i principi operativi della Cdp, per sottrarla all’arbitrio delle pressioni politiche contingenti. E per limitare la possibilità di operazioni che creano debito pubblico occulto. Intanto, rimane il rischio di trasformare Fintecna in una piccola Iri.
E’ finita presto la fase della trasparenza sulla situazione dei conti pubblici. Ora la confusione è massima. E nel susseguirsi di cifre e di proposte si rischia di sperperare i pochi soldi disponibili per politiche che ci permettano di agganciare la ripresa internazionale. Perché se domina lÂ’incertezza sulla natura, lÂ’entità e la durata degli interventi, i beneficiari saranno solo le famiglie o gli imprenditori che avrebbero comunque aumentato i consumi o assunto nuovi lavoratori anche senza gli incentivi e gli sgravi fiscali.
Riformare la giustizia anche per dare ossigeno all’economia. I processi civili in Italia sono sempre più lunghi: solo il Guatemala fa peggio di noi. E i tassi di recupero dei crediti in caso di fallimento sono i più bassi d’Europa. Si intende affidare la gestione della giustizia civile in outsourcing ai privati (avvocati nel caso della gestione della prima fase del processo civile e forme di conciliazione stragiudiziale nel caso delle controversie in materia societaria). Ma ci vuole ben altro. Mentre la riforma del diritto fallimentare è al palo anche perché i curatori fallimentari non vogliono perdere lauti guadagni. E la crisi di Volare obbliga il governo a modificare la legge per consentirne il salvataggio. Non si può andare avanti così: è opportuno che venga adottata una legge organica e moderna in materia di crisi d’impresa. Ma l’attenzione pubblica e del Parlamento si concentra su di un progetto di separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero. E’ un progetto che divide e che non risolve il problema.
Continuiamo a seguire il contorto iter di questa Finanziaria e dei provvedimenti collegati. Una cronaca di un collasso annunciato della legge di bilancio, un commento alle ventilate (poi ritirate) misure di sgravio dell’Irap e di sostegno all’innovazione e, infine, alcune considerazioni sul bonus figli e bonus nonni. La politica può fare le sue scelte, ma i numeri non possono e non devono essere manipolati: l’indipendenza e l’integrità della Ragioneria Generale dello Stato vanno salvaguardate soprattutto di fronte ai ripetuti attacchi di queste settimane.
Le Alternative Dispute Resolution sono viste dal legislatore come uno strumento in grado di snellire lÂ’enorme carico accumulato dalla giustizia ordinaria. E nell’illusione di definire in modo rapido un gran numero di controversie in molti casi ha reso obbligatorio il tentativo di conciliazione. Nella passata legislatura se ne era ipotizzato l’utilizzo in qualsiasi controversia civile avente a oggetto diritti disponibili. Il ricorso a questa sorta di giustizia privata, invece, ha senso solo in una sezione assai circoscritta di conflitti.
Fra le democrazie consolidate, l’Italia è l’unico paese in cui le funzioni di giudice e pubblico ministero sono affidate allo stesso corpo di magistrati indipendenti. Né dalla separazione delle carriere deriva automaticamente una dipendenza del pubblico ministero dal potere politico. Il progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario appena approvato non risolve però il problema. Mantiene la magistratura come corpo unico, non favorisce il reclutamento di avvocati e dopo cinque anni dal concorso iniziale impone una scelta definitiva.
La legge attuale va riformata perché dà una chance di salvarsi solo alle grandi imprese. Ma ai vari progetti si oppongono antichi retaggi e importanti interessi costituiti. Privando così il paese di un diritto fallimentare moderno, che potrebbe dare grande forza all’economia. Tanto più che i tecnici di maggioranza e opposizione potrebbero lavorare in sostanziale sintonia. Basta che il Governo non pensi di agire a colpi di maggioranza. Per superare le resistenze in nome di una riforma vera, sono infatti necessarie intese più larghe.
Eccessiva durata dei processi: è questa la causa della crisi endemica della giustizia civile in Italia. Ma le riforme ipotizzate non risolvono la questione, anzi appaiono controproducenti. Per esempio quando delineano un modello nel quale il governo del procedimento resta molto a lungo nelle mani degli avvocati invece che in quelle del giudice. Criticabili anche gli aspetti di metodo. Le novità vengono introdotte a sorpresa, in modo disordinato e frammentario, senza il dibattito che sarebbe indispensabile in un sistema democratico.
LÂ’aumento degli assegni familiari per il “quarto componente” ripropone una concezione dei servizi all’infanzia affidata principalmente alla famiglia, alle nonne in particolare. Però, la scarsità di nidi e asili e la rigidità degli orari è alla base della minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e in futuro le nonne avranno sempre meno tempo da dedicare ai nipoti. Bisogna dunque puntare a un ampliamento dell’offerta. Anche attraverso la creazione di asili aziendali e di micronidi privati.
Oggi il sistema tributario italiano, a parità di condizioni, incentiva a investire in capitale fisico anziché in ricerca e sviluppo. Anche con le agevolazioni proposte dal Governo, la convenienza a effettuare tali investimenti rimarrebbe inferiore rispetto ad altri paesi. I benefici dovrebbero comunque essere riservati ai soli nuovi investimenti. Sarebbero così più efficaci e avrebbero un costo inferiore per l’erario. Dovrebbero poi essere affiancati da una misura specifica di carattere permanente.
Gli interventi prospettati dal Governo per le imprese ricalcano politiche già adottate e non concentrano le risorse su un obiettivo specifico. E la riduzione dell’Irap è mirata soprattutto ad alimentare l’illusione che possa essere abolita. Sarebbe preferibile utilizzare eventuali risorse per la deduzione dallÂ’imponibile dei contributi commisurati al lavoro. Oppure per concentrare gli incentivi su investimenti qualificati, come quelli in ricerca. O ancora per una riduzione generalizzata dell’aliquota Ires, imposta certamente più distorsiva.