VENERDì 8 MAGGIO 2026

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La laurea inutile

Oltre un terzo dei laureati italiani dichiara di essere occupato in un lavoro per il quale la laurea non è necessaria. I dati su iscritti alle università e piani di assunzione delle imprese mettono in luce uno squilibrio complessivo tra domanda e offerta e una differenza nella distribuzione delle competenze. Perché allora i giovani continuano a fare scelte sbagliate? E perché il sistema scolastico non cerca di contrastare gli squilibri? In realtà, proprio l’organizzazione della scuola e dell’università sono parte del problema.

La mala informazione

Gli studenti che, in mancanza di altri mezzi, si affidano ai contatti personali o alle agenzie rischiano di trovare un lavoro al di sotto delle loro competenze. Mentre quelli che accedono a un’occupazione tramite un tirocinio o grazie a una segnalazione da parte dell’università hanno una migliore probabilità di essere inseriti a un livello professionale adeguato. E’ quindi necessario rendere più fluido e trasparente il mercato del lavoro, affinché la carenza di informazione non vada a colpire i soggetti più deboli.

Il lavoro dei giovani

In Italia difficile da sempre, la transizione scuola–lavoro ha oggi aspetti nuovi. Con i cambiamenti demografici e della struttura produttiva, più che l’ingresso nel mondo del lavoro, sono problematici i percorsi di valorizzazione e stabilizzazione. Anche perché mancano gli incentivi ad hoc. Gli effetti della nuova regolazione del mercato del lavoro sono per il momento marginali. E la difficoltà di adattamento dellÂ’offerta alla domanda sembra quasi “scontata” in anticipo, al momento della scelta del percorso di studio.

Qualcosa è cambiato

La transizione dalla scuola al lavoro è certamente uno dei problemi più gravi dell’Italia. Ma oggi ci sono nuovi strumenti per affrontarla. Capisaldi sono l’istituzione del diritto-dovere a istruzione e formazione fino alla maggiore età e la diversificazione e razionalizzazione dell’offerta di istruzione secondaria. Affiancano quanto previsto dalla legge Biagi sulla disciplina del nuovo apprendistato e sul ruolo assegnato a istituti scolastici e università per garantire il collocamento nel mercato del lavoro.

Apprendisti nel tempo

Il crescente utilizzo dei contratti di apprendistato è da attribuire principalmente alla possibilità per le imprese di assumere personale a costo ridotto, godendo di forti sgravi contributivi, e non alla volontà di investire in formazione. Mancano infatti gli incentivi adeguati per realizzare una attività formativa non cosmetica. Una situazione che non muta neanche con le nuove norme, che mantengono le ambiguità sulla durata del rapporto tra azienda e lavoratore coinvolto nel processo di formazione e sulla certificazione delle competenze acquisite.

Sommario 11 ottobre 2004

Nel rapporto tra sistema formativo e mercato del lavoro colpiscono sia lo squilibrio tra domanda e offerta, sia lo scostamento tra le competenze di chi cerca lavoro e quelle richieste dalle imprese. Solo per l’8% dei nuovi assunti del 2004 sarà richiesta la laurea. E’ l’università a produrre troppi laureati, o sono le imprese a chiederne troppo pochi? Probabilmente entrambe le cose. Quindi non basta cercare di razionalizzare l’offerta formativa come sta facendo il Governo. Meglio non imporre una scelta troppo precoce delle competenze, come avviene nella scuola secondaria prima e dopo la riforma Moratti. C’è anche un problema di informazione e di trasparenza del mercato: spesso non mancano i lavori ma è difficile trovare quelli “giusti”. E il collocamento continua a non funzionare. Utile anche incoraggiare le imprese a svolgere formazione. Molti i dubbi sulla nuova disciplina dell’apprendistato. Permette di avere manodopera a basso costo e può scoraggiare le imprese che vogliono fare vera formazione.

Aggiornamenti:
Chi vince e chi perde con la nuova IRPEF di Massimo Baldini e Paolo Bosi, 14-10-2004
Contro il grande Blob della statistica di Enrico Giovannini, 14-10-2004
Un Nobel a Ulisse di Gianluca Violante, 14-10-2004
Quel terribile 56 di Massimo Bordignon, 15-10-2004

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Parmalat, il fronte delle parti civili

La scommessa di azionisti e obbligazionisti Parmalat è coinvolgere nella responsabilità del crack le banche e gli intermediari finanziari. E in questo primo processo penale chiedono la costituzione di parte civile, molto meno costosa di un’azione civile per danni. Ma ottenere il risarcimento è così molto più complesso. La nuova legge di tutela del risparmio dovrebbe perciò sancire il diritto dei risparmiatori ad agire collettivamente contro chiunque li abbia danneggiati, con una class action che suddivide il costo dell’azione fra i tantissimi interessati.

Sommario 4 ottobre 2004

Ben presentata, ma molto lontana dai 24 miliardi richiesti. La Finanziaria arrivata in questi giorni alla Camera non offre il segnale di inversione di rotta che era richiesto per modificare il comportamento dei contribuenti (spinti sin qui a pagare le tasse solo con i condoni) e per rassicurare i mercati. Incombe sulla manovra la riforma fiscale che potrebbe causare una perdita di gettito comparabile alle entrate aggiuntive legate agli studi di settore e all’inasprimento dei controlli sulla tassazione dei fabbricati. Solo affrontando contestualmente in Parlamento Finanziaria e riforma fiscale si può decidere chi ci guadagna e chi ci perde. E si può cercare di ovviare agli effetti iniqui del tetto imposto sulla spesa dei Comuni, soprattutto per quello che riguarda la spesa in conto capitale.

Si litiga sul bonus figli. Ma il fatto stesso che sia una norma incerta offre una certezza: non potrà avere alcun effetto sulla natalità.

Aggiornamenti sull’attualità:
Parmalat, il fronte delle parti civili di Lorenzo Stanghellini, 7-10-2004

Esercizi di stile

Doveva essere la Finanziaria dell’inversione di rotta rispetto a scelte passate che hanno portato al crollo delle entrate ordinarie. E capace di convincere i mercati che i tagli alla spesa sono permanenti. Ma il cambiamento è avvenuto solo a parole. Nella sostanza siamo lontani dai ventiquattro miliardi indicati come necessari dal Dpef per rimanere sotto la soglia del 3 per cento. La parte più convincente della manovra è quella sulle entrate.  Ma rischia di essere neutralizzata dalla riforma fiscale.  Che non può essere discussa separatamente dalla Finanziaria.

Primo figlio col bonus

La Finanziaria 2005 non prevede per ora il rinnovo del bonus di mille euro per il secondo figlio. Probabilmente sarà però ripristinato ed esteso anche ai primogeniti. Eppure difficilmente farà cambiare idea alle coppie senza figli perché continuerà a essere una misura una tantum e di scarso importo. Mentre gli incentivi alla natalità per dimostrarsi efficaci devono garantire un sostegno al reddito delle famiglie significativo e continuativo.

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