DOMENICA 23 AGOSTO 2026

Lavoce.info

Sommario 2 maggio 2005

Non possiamo dare ad altri le colpe per la bassa crescita della nostra economia. Facciamo peggio di tutti in Europa.  E i provvedimenti sulla competitività approdano in Aula solo a fine legislatura. Persi per strada pezzi importanti, come la riforma delle professioni. Ci sono più di 1.100 emendamenti, come una legge finanziaria, quasi la metà provengono dalle fila della maggioranza e dallo stesso Governo. La conversione in legge deve avvenire, a pena di decadenza, entro il 15 maggio. Non c’è tempo per discuterne. Proviamo comunque ad offrire spunti utili per un dibattito che avrà luogo forse soprattutto al di fuori delle sedi istituzionali. Che spazio c’è per attuare riforme a costo zero? Possono, in particolare, incentivi normativi che non comportano né sussidi nè sgravi fiscali stimolare lÂ’economia, facilitare il ricambio generazionale delle imprese italiane e incoraggiare il finanziamento di nuovi progetti imprenditoriali? Può la direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi ridare slancio alla nostra economia? E perchè nessuno tiene conto del fatto che le importazioni dalla Cina vogliono dire anche costi più bassi per i nostri consumatori?

Tra una newsletter e l’altra abbiamo pubblicato un intervento sull’oscura vicenda Antonveneta-Popolare di Lodi.

Meno regole, più investimenti

L’eccessiva regolamentazione del mercato dei beni può causare un rallentamento dell’economia, scoraggiando gli investimenti. Se tra il 1994 e il 1998 l’Italia avesse avuto lo stesso livello di regolamentazione degli Stati Uniti, il suo tasso di investimento sarebbe stato superiore dello 0,9 per cento rispetto a quello Usa. Liberalizzazione del mercato e privatizzazioni sono uno strumento per aumentare gli investimenti e dunque stimolare la crescita. Hanno ricadute positive su occupazione e produttività. Ma anche effetti redistributivi non trascurabili.

Proteggere il creditore fa bene all’impresa

L’effetto del sistema legale sull’intermediazione finanziaria è notevole e profondo. Lo dimostrano alcuni studi empirici. Dove la protezione legale del creditore è più alta, le banche concedono prestiti con scadenza più lunga e con costo minore. I venture capitalist si impegnano di più nella ricerca di dirigenti e di nuove fonti di finanziamento. E la struttura delle società di intermediazione più solida. I governi possono migliorare la qualità del sistema finanziario attraverso riforme delle norme legali, ma i risultati arrivano necessariamente in tempi lunghi.

IRAP

Il rischio di bocciatura dell’Irap da parte della Corte di Giustizia Europea, per quanto immotivato dal punto di vista giuridico ed economico, ha riportato alla ribalta il dibattito su come sostituire la terza imposta del nostro ordinamento.
Fra le opzioni che sono discusse negli articoli che seguono, alcune puntano a preservare le caratteristiche dell’Irap (ipotesi dello “spacchettamento”), altre considerano imposte alternative, sui redditi o sui consumi. Fra queste, assumono particolare interesse quelle che garantiscano autonomia impositiva alle regioni, e sono meno sperequate sul territorio. Su un tema così delicato è comunque fondamentale evitare l’improvvisazione.

Antonveneta, i paradossi di una battaglia

Molti i dubbi sul ruolo svolto dalla Banca Popolare di Lodi e dalle autorità vigilanza nello scontro per il controllo di Antonveneta. Nonostante siano due banche simili per dimensione e attività, Bpl vale un terzo dellÂ’istituto di Padova. E’ anche la banca con i peggiori fondamentali di mercato. Secondo quali principi di regolamentazione prudenziale è stata allora autorizzata a rastrellare tante azioni Antonveneta a prezzi così alti? E agli azionisti di Bpl bisognerebbe forse spiegare come e in quanto tempo si pensa di recuperare i 500-800 milioni già spesi come premio.  Una postilla sull’Ops della Popolare di Lodi.

I tagli se ne vanno in fiscal drag

Dopo l’introduzione dei primi due moduli della riforma fiscale, il reddito reale delle famiglie italiane è aumentato la metà di quanto appare osservando la struttura formale dell’imposta a redditi nominali invariati. Rispetto alla struttura di aliquota media in vigore nel 2002, quella introdotta con la riforma comporta una lieve intensificazione dell’effetto del fiscal drag attribuibile all’inflazione. Ciò è dovuto al fatto che la progressività dell’imposta è nel complesso aumentata, ma in misura relativamente più forte per i redditi medio-bassi.

Il dopo-Irap

Come sostituire l’Irap se la Corte di giustizia europea seguirà le indicazioni dell’avvocato generale? Impraticabile l’ipotesi di ripristinare i contributi eliminati con la sua introduzione, si potrebbe seguire l’esempio della Danimarca che nel 1991 rimpiazzò un’imposta sul valore aggiunto con un aumento di tre punti dellÂ’Iva. Nei settori più esposti alla concorrenza vi sarebbe un guadagno di competitività. Ma nei servizi avremmo probabilmente un aumento dei prezzi al lordo dell’Iva. E l’inflazione percepita tornerebbe a salire velocemente.

L’Irap è morta. Viva l’Irap

La sostituzione dell’Irap pone problemi di gettito, distributivi e allocativi di estrema importanza e di non facile soluzione. Va perciò evitata l’improvvisazione normativa. Un’ipotesi è dividerla in due o più imposte, ciascuna delle quali riferita alle singole componenti della base imponibile. Una completa detassazione del costo del lavoro priverebbe l’erario di 12 miliardi di euro. Meglio allora escludere dall’imposta solo gli oneri sociali. Tanto più se il mancato gettito fosse recuperato con l’unificazione e l’inasprimento delle aliquote sulle rendite finanziarie.

L’Irap funesta

L’Irap è il principale tributo delle Regioni italiane. E il più criticato. Molti dei rilievi non colpiscono il bersaglio. Il problema principale del tributo come imposta regionale è la sua forte sperequazione sul territorio. Ciò ha reso difficile la costruzione di un vero sistema di federalismo fiscale. Le riforme che verranno probabilmente attuate non toccheranno questo punto. Sarebbe invece opportuno approfittare dell’occasione per ridisegnare il modello di finanziamento delle Regioni italiane.

Le molte ipotesi sui tributi regionali

Molte le ipotesi di riforma del sistema tributario regionale. Nessuna proposta però appare del tutto soddisfacente. Sostituire l’Irap con maggiori spazi di manovra delle Regioni sull’Irpef non risolve il problema della sperequazione territoriale delle risorse e soffre dell’assenza di alcuni cespiti dalla base imponile dell’imposta sui redditi. Al contrario, attribuire alle Regioni imposte sui consumi renderebbe la dotazione finanziaria più equilibrata, ma appare difficile garantire adeguati spazi di autonomia. Servirebbe allora un’innovazione istituzionale come la Vivat.

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