C’è un vizio di fondo, nella cultura politica ed economica italiana: un deficit profondo di riformismo. Un vizio vecchio e radicato. Che produce riforme parziali, incompiute, rinviate. E che non consente di cambiare le priorità della politica nazionale, di considerare il futuro delle nuove generazioni (riscrivendo – ecco una priorità finora tradita – un patto generazionale che liberi energie e ricostruisca il tessuto della fiducia e delle aspettative positive di lungo periodo), di reagire in base alle condizioni dei mercati internazionali e di scommettere dunque realmente sullo sviluppo. Questo deficit di riformismo alimenta talvolta un solido pessimismo. Una sfiducia nelle possibilità di guida e di definizione di un senso della complessità italiana. Una tentazione di dar ragione a chi più volte nella nostra storia ha sentenziato sull’inutilità , più che nell’impossibilità , di governare gli italiani.
A guardare meglio, però, si rintracciano testimonianze esemplari di tentativi di dare corpo a una autentica cultura riformista che, attenta ai problemi e agli interessi, fuori dagli schieramenti precostituiti e alle appartenenze partigiane, individui problemi e proponga soluzioni. Tentativi nobili, nella storia della Repubblica (lÂ’esperienza del settimanale “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio, dal Â’49 al Â’66, tanto per fare lÂ’esempio migliore). E presenti nellÂ’esperienza della cultura cattolica, di quella liberale, di quella socialista e, pur se in minoranza, nello stesso mondo del Pci (le voci rappresentate dagli ambienti vicini a Giorgio Amendola) e nelle file sindacali (Vittorio Foa, per fare un solo nome).
Oggi, di riformismo pragmatico, attento ai valori di sintesi tra competizione e solidarietà , c’è un effettivo bisogno. E ci sono voci che ne esprimono le valenze , di ricerca e di proposte. Trasversalmente, rispetto al centro sinistra e al centro destra della politica italiana. Con occhio attento allÂ’Europa. E alle più stimolanti iniziative politiche e culturali a livello internazionale. LÂ’esperienza de “lavoce.info” appartiene in pieno a questa cultura del riformismo. E le attività degli studiosi che vi fanno capo testimoniano di un impegno di studio che è patrimonio prezioso a disposizione della politica e della cultura italiana. Un patrimonio innovativo. Autonomo. Autorevole. In grado di sollecitare riflessioni approfondite sullo sviluppo italiano in chiave europea, sulla base di una analisi attenta dei dati e dei problemi. “la voce.info”, insomma, come “fabbrica delle idee” per una evoluzione moderna della politica in generale e della politica economica e sociale italiana in particolare, in grado di coniugare le culture del mercato e della competizione con le logiche delle regole e delle istituzioni democratiche.
Mercato, legalità , sviluppo, solidarietà . Senza moralismi. Ma con un profondo senso etico della concorrenza, della selezione di merito, della valorizzazione del capitale umano e sociale. Un’esperienza, insomma, da approfondire. E da sostenere, con spirito critico. E lungimirante animo appunto riformatore. Senza rifiutarsi alle polemiche. E senza rinunciare a guardare, studiare, criticare, proporre. Anche se in minoranza, perfino in sostanziale solitudine. Il riformista, si sa, è solitario. E pessimista, appunto. Un pessimista, però, creativo. E non rassegnato. 30 giugno 2005
Lavoce.info è una voce stimolante e provocatoria anche per Confindustria e per il suo Presidente. Buon compleanno! 1 luglio 2005
Partecipo molto volentieri al “compleanno” di lavoce.info,di cui sono assiduo lettore.
I motivi? Beh, sono tanti. Da ogni newsletter c’è sempre qualcosa da imparare.
Poi sono convinto che oggi in Italia tra destra e sinistra non ci siano grandi differenze: la differenza vera è tra statalisti e liberisti. Sono sicuro che, fatte le dovute proporzioni, su lavoce.info ci siano certamente meno statalisti che qui in Parlamento.
Non ho critiche particolari. Anzi, la verità è che posso solo dire “grazie” a lavoce.info per le analisi, le informazioni e gli stimoli sempre utili e costruttivi. 1 luglio 2005
I giornali sono un bene pubblico, come tutelarne l’indipendenza? I quotidiani italiani ricevono un sussidio pubblico che costa ai contribuenti almeno 50 milioni di euro e non ha alcuna giustificazione. Su questo si potrebbe far leva per imporre alle proprietà l’introduzione negli statuti di regole simili a quelle suggerite da Luigi Einaudi, secondo il quale “Il direttore dovrebbe essere l’unico responsabile dell’indirizzo politico, economico, finanziario e generale del giornale. Una volta nominato non dovrebbe essere licenziato, né dovrebbe subire limitazioni”.
Alcuni economisti lanciano un appello per maggiore concorrenza e rigore fiscale. Troppo generico, rispondono altri, perché non indica con chiarezza che l’obiettivo è tagliare le imposte. Ecco allora alcune indicazioni più specifiche da parte di un firmatario. E’ necessario garantire una graduale riduzione del rapporto debito/Pil. Con una riorganizzazione del prelievo e della spesa, piuttosto che un taglio tout court. Per stimolare crescita ed efficienza molte tasse e spese vanno ridotte, altre aumentate. Da rivedere anche la politica su inflazione e tariffe.
Se in Europa la ricerca non riesce a colmare il divario con gli Stati Uniti è perché manca una vera concorrenza fra atenei per assicurarsi i professori e gli studenti più bravi. Rifacendosi al processo di Lisbona, le istituzioni europee dovrebbero favorire questo cambiamento di mentalità . E lasciare da parte i troppo burocratizzati programmi attuali, che finiscono per finanziare ricerche e ricercatori di secondo piano. Ma è soprattutto da iniziative decentralizzate e cooperative come lavoce.info e il Cepr che possono venire i risultati migliori.
C’è troppa disinformazione in giro su quanto costano e quanto rendono le pensioni pubbliche dopo le riforme di questi anni. Se si informassero davvero i lavoratori, soprattutto quelli più giovani, mandando lettere a tutti i contribuenti come in Svezia, per incoraggiare il trasferimento del Tfr ai fondi pensione da parte dei giovani non ci sarebbe bisogno di agevolazioni fiscali che peseranno molto sui bilanci futuri, di compensazioni generose per le imprese e neanche del silenzio-assenso.
Due i tratti distintivi del nostro modo di fare informazione. Costiamo poco, per cui i nostri finanziatori sono i lettori, che ci permettono di sopravvivere senza dover dipendere da aiuti dello Stato o da contributi di questa o quella grande impresa. La seconda caratteristica unica del nostro sito è il fatto di avere in comune un metodo di analisi. Questo ci permette di giudicare la coerenza di una misura di politica economica con determinati obiettivi. Possiamo così contribuire all’esercizio del controllo democratico, facendo da “cani da guardia” della politica economica in Italia.
Confondere vantaggi comparati con vantaggi assoluti è un errore ricorrente nel dibattito italiano. La Cina non può acquisire un vantaggio comparato in tutti i settori. La vera sfida è allora rinforzare quelli dell’Italia, per esempio utilizzando meglio la mano d’opera istruita, trattenendo i migliori scienziati, migliorando le istituzioni e le infrastrutture, liberalizzando i servizi, facilitando la riallocazione delle risorse. E rinunciare a inutili barriere commerciali. Anche perché la Cina è soprattutto un’opportunità . Come altri hanno già capito.
Non c’è tre senza quattro. Vogliamo continuare e migliorare, forti delle nostre caratteristiche distintive: indipendenza finanziaria e un comune metodo di analisi. Per tutelare l’indipendenza dei giornali, bisognerebbe introdurre regole come quelle a suo tempo suggerite da Luigi Einaudi. Magari condizionando al loro rispetto la concessione dei contributi statali per l’acquisto della carta. E’ possibile risanare i conti pubblici tagliando le tasse? E quali spese tagliare? Apriamo il dibattito. Mentre il decreto sul Tfr rischia di aprire una nuova crepa nei conti pubblici futuri, offrendo compensazioni molto generose alle imprese e una tassazione molto bassa delle pensioni private. Per risparmiare basterebbe informare davvero. Ancora la Cina. Per spiegare come funziona davvero la teoria dei vantaggi comparati.
Grazie a tutti coloro che ci hanno mandato testimonianze per il nostro compleanno. E grazie a tutti coloro che ci manderanno i loro contributi, permettendoci così di andare avanti.
Aggiornamenti:
L’Africa al G8Â di Paolo de Renzio, 7-07-2005.