In meno di una settimana dal suo arrivo in Turchia, il virus A(H5N1) ha contagiato 15 persone, uccidendone 2, e infettato un numero impressionante di volatili in 18 aree geograficamente distanti tra loro. Questa particolare aggressività del virus dell’influenza aviaria preoccupa gli scienziati e impone di riconsiderare le stime sui tempi di diffusione del contagio. Inoltre ci si dovrebbe chiedere se le misure adottate dalla Roche, raddoppio della produzione e accordi di sub-licenza firmati nello scorso dicembre, siano sufficienti a garantire quantità adeguate di Tamiflu da utilizzare nella cura e nella profilassi dell’influenza aviaria, almeno fino a che non risulti disponibile un vaccino efficace, o se invece non permangano quelle strozzature nell’offerta, più volte segnalate, che richiederebbero misure ben più incisive e tempestive.
La legge Biagi ha modificato gran parte della legislazione sul lavoro. Ora si pone la questione se alla mera regolazione delle diverse fattispecie contrattuali, non debba affiancarsi un intervento di riordino delle aliquote contributive, la chiave per contrastare la cosiddetta “fuga dal rapporto di lavoro standard”. La stessa discrasia tra contratti a termine e a tempo indeterminato potrebbe ridursi immaginando meccanismi d’indennizzo monetario per l’interruzione del rapporto di lavoro. Forse è arrivato il momento di pensare al sempre rinviato Statuto dei lavori.
La borsa continua nazionale del lavoro è uno strumento di trasparenza dell’intero mercato. Sfruttando le tecnologie informatiche, dovrebbe ridurre al minimo le asimmetrie informative Mancano però informazioni puntuali sui volumi di transazioni che passano per il sistema, perché non è stato predisposto, almeno a livello nazionale, un sistema di monitoraggio. E restano inattuate le funzionalità che consentirebbero di raccordarsi con l’attività dei servizi pubblici per l’impiego e che potrebbero attrarre anche gli altri intermediari e i datori di lavoro.
La tesi che gli orari dei dipendenti italiani siano inferiori a quelli dei loro concorrenti europei non ha sostegno empirico. Il vantaggio italiano si riduce però sensibilmente se si considera l’impegno lavorativo sul complesso dalla popolazione in età di lavoro. La causa è il basso tasso di occupazione, soprattutto femminile Tuttavia, il valore resta superiore alla media dell’Unione Europea a 15 ed è analogo a quello dell’Olanda. Per accrescere l’impegno degli italiani nel mercato dei beni e dei servizi, non serve ridurre le ferie, ma si devono aumentare i posti di lavoro.
Dopo le riforme degli ultimi anni, il mercato del lavoro italiano è un sistema estremamente complesso, che prevede scarsi contributi previdenziali per i lavoratori più giovani, per i quali è oltretutto assai difficile il passaggio a contratti a tempo indeterminato. Occorre correggere questa situazione, con pochi interventi ben congegnati e a costo zero. Come fissare un salario minimo e un contributo previdenziale uniforme per tutto il mercato del lavoro, aumentare considerevolmente il periodo di prova e ridurre la lunghezza massima del contratto a tempo determinato.
La Legge Biagi c’è ma non si vede. A più di due anni dalla sua introduzione, è pressoché impossibile avere informazioni precise sugli effetti della legge Biagi, sia per le nuove fattispecie contrattuali introdotte, sia per la Borsa del lavoro, uno strumento comunque ancora in fase embrionale. EÂ’ però evidente che il mercato del lavoro ereditato dalla stagione di riforme “marginali” è complesso, iniquo e duale. E la “luna di miele” (creazioni di posti di lavoro pur con bassa crescita degli ultimi anni) è finita. EÂ’ possibile correggere queste distorsioni con poche riforme a costo zero.
Dati comparabili sugli orari di lavoro tra diversi paesi mostrano che gli italiani occupati non lavorano meno dei colleghi europei. Se si lavora poco in Italia è perchè ci sono troppo pochi occupati.
In modo quasi clandestino, il Governo si appresta a recepire la direttiva europea sulle Offerte Pubbliche di Acquisto (Opa). Da quanto è dato sapere sulle proposte in discussione, il rischio è quello di ridurre ulteriormente la contendibilità dei nostri assetti societari.
Restano pochi mesi per recepire la direttiva europea sulle offerte pubbliche di acquisto. Se in altri paesi l’orientamento dei Governi è già chiaro e raggiunto attraverso un dibattito ampio, da noi del processo di recepimento si sa molto poco. Sembra però che il filo conduttore sarà “il ricorso a unÂ’ampia autonomia statutaria”. Gli statuti delle società potrebbero derogare alle disposizioni sull’autorizzazione assembleare per le misure difensive oppure introdurre regole di reciprocità . Il rischio è di avere assetti ancora meno contendibili di quelli attuali.
NellÂ’economia italiana la tecnologia si diffonde lentamente e, se si diffonde, provoca scarse ricadute produttive. EÂ’ un problema di non facile soluzione. Ci vogliono lavoratori e imprese con caratteristiche diverse da quelle oggi prevalenti nellÂ’economia italiana. Di sicuro, questi problemi strutturali non sono stati nemmeno scalfiti da politiche di incentivazione come i sussidi allÂ’acquisto dei PC degli ultimi anni.
I paesi a più alto tasso di crescita sono quelli che hanno saputo trovare nuove specializzazioni. Per l’Italia dovremmo perciò riflettere su un “Progetto di sperimentazione industriale su larga scala”. Non risolverà tutti i nostri problemi industriali, ma dovrà rappresentare un metodo nuovo di ricerca e di lancio di nuove specializzazioni fondato sull’imprenditorialità , mirato soprattutto a chi ha ambizioni e idee più che denaro. Quanto alle risorse, finanziarie e umane, si dovranno probabilmente coinvolgere banche e giovani imprenditori stranieri.
Quali sono le prospettive di finanziamento della ricerca economica in Europa? Non troppo rosee, soprattutto se confrontate con l’esperienza americana. Per migliorare la situazione, gli economisti europei dovrebbero diventare migliori “politici”. Dovrebbero imparare a suscitare interesse e apprezzamento da parte di un pubblico ampio e a utilizzare i mezzi di informazione e le tecniche di comunicazione. Soprattutto, dovrebbero riuscire a sollecitare quella amplissima domanda, pubblica e privata, di conoscenza dei fatti economici che è in gran parte ancora latente.