SABATO 22 AGOSTO 2026

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Perché non deve essere una guerra civile europea

Le concentrazioni dei gruppi energetici potrebbero essere negoziate e gestite a livello europeo. Invece, si preferiscono le soluzioni nazionali. Accade perché l’Europa ha fallito. Il suo modello di liberalizzazione puntava a rompere i monopoli nazionali verticalmente integrati, ma non a costituire una piattaforma europea integrata per sviluppare interconnessioni al di là delle frontiere. Si può però ripartire con una diversa politica, che concili l’intensificarsi della concorrenza, la sicurezza energetica e l’uscita graduale dallÂ’economia del carbone.

Sommario 1 Marzo 2006

L’Italia è davvero il malato d’Europa. Mentre a Francoforte si alzano i tassi di interesse, il nostro Paese scivola nella recessione. I dati di consuntivo del 2005 resi pubblici dall’Istat fanno irrompere la realtà in una campagna elettorale dominata sin qui da promesse irrealizzabili.
Non può che essere l’Europa ad affrontare la vicenda Enel-Suez. Anche perché è l’integrazione europea che rende oggi più contendibili le imprese dei diversi paesi. I richiami al protezionismo e ai campioni nazionali possono essere anche letti come un tentativo disperato di resistere alle forze dell’integrazione. Ragione in più per avere una politica europea dell’energia.

Aggiornamento: La grande gara del permesso di soggiorno  di Pier Luigi Parcu.

Le priorità della politica economica

Se si vuol discutere seriamente di crescita, dobbiamo parlare di istituzioni e di regole, non di politica industriale. Dobbiamo intervenire incisivamente per separare la politica dall’economia. Un decalogo dei buoni rapporti fra politica e affari: servono legalità e buona giustizia, rapida e prevedibile negli esiti; chiare e semplici regole per l’avvio e l’esercizio dell’attività economica; tutela della concorrenza. Ma i primi a dover cambiare i loro comportamenti sono proprio i membri delle assemblee elettive e i pubblici amministratori.

Spoils system solo per pochi

Lo spoil system funziona solo in presenza di una dirigenza pubblica di grande professionalità e in grado di resistere alle pressioni politiche. Ma in Italia manca un’Ena capace di formare i quadri alti della burocrazia. Né esiste un mercato dei dirigenti pubblici. E la valutazione dei risultati è rimessa a una discrezionalità assai ampia. Per uscire da questa situazione serve un progetto condiviso di lungo periodo. Intanto, in ogni amministrazione, l’applicazione del sistema dovrebbe essere ristretta a poche posizioni apicali tassativamente identificate.

Troppi soldi per troppi partiti

La regolamentazione del finanziamento dei partiti presenta diverse criticità. Per esempio, nel 2005 i rimborsi per le elezioni regionali, nazionali, europee hanno riguardato ottantuno formazioni politiche, per un totale di 196 milioni di euro. Una possibile revisione della normativa passa per una maggiore coerenza tra soglie di sbarramento della legge elettorale e diritto al rimborso; criteri più rigorosi di trasparenza; maggiore concorso di “piccole contribuzioni” di privati; terzietà dei controlli anche sulla fissazione dei limiti di spesa.

Un argine agli affidamenti in house

In Italia il fenomeno della costituzione di società controllate dalle Regioni e dagli enti locali si è allargato a macchia d’olio, con il rischio di creare nicchie protette dalla concorrenza. Il fenomeno dell’affidamento in house va invece circoscritto entro stretti limiti, seguendo i criteri già indicati dalla Corte di giustizia europea. Non a caso il diritto comunitario lo caratterizza come una modalità eccezionale di acquisizione di forniture, servizi e lavori da parte delle amministrazioni, in deroga alle regole generali di trasparenza e concorrenza.

Sommario 28 febbraio 2006

Il primo compito della politica dovrebbe essere quello di garantire la qualità del settore pubblico, delle istituzioni che lo compongono e del sistema di regole che da esso emanano. Qualità che in Italia, anche a giudicare da molte indagini internazionali, non è affatto soddisfacente e rappresenta uno dei più importanti ostacoli alla crescita. Sono questioni che dovrebbero essere al centro della campagna elettorale. Apriamo un dibattito, pubblicando un primo, possibile decalogo di proposte e iniziando ad approfondire i temi del finanziamento dei partiti, dello spoil system, e delle forme organizzative negli enti locali.
La redazione de lavoce.info auspica che al congresso della CGIL, che si apre in questi giorni, si discuta di riforma della contrattazione senza tabù: accettando un confronto aperto anche con quelle argomentazioni che nella circolare dell’ufficio giuridico vengono liquidate come ‘insidiose’, ma lasciate senza alcuna seria risposta di merito. Saremo lieti di continuare ad ospitare contributi su questi temi.

Franco

Cuccurullo, Presidente del Civr, e Pier Mannuccio Mannucci del gruppo 2003 intervengono nel dibattito sul sistema di valutazione della ricerca universitaria.

Tra mobilità e salario

I differenziali di reddito e occupazione fra le regioni dell’Unione Europea si attestano su livelli assai elevati. Tuttavia, la mobilità geografica resta bassissima. Né si riesce ad agire sui salari, spesso contrattati a livello nazionale, senza tener conto delle condizioni locali del mercato del lavoro. E la disoccupazione nel Sud Italia è tre volte quella del Nord. La politica economica deve fare una scelta chiara, in favore di una maggiore mobilità del lavoro o di una maggiore flessibilità regionale dei salari. Altrimenti, i divari tra regioni continueranno a essere pronunciati.

Due regioni, una sola economia

L’analisi comparata dei dati macroeconomici regionali mostra che l’andamento delle economie del Mezzogiorno e del Centro-Nord è stato negli ultimi anni meno differenziato che in passato. Il rallentamento della produttività è stato marcato al Centro-Nord come al Sud. E il boom dell’occupazione è stato presente in tutte e due le aree geografiche. Ciò segnala che i problemi e le opportunità riguardano l’economia italiana nel suo complesso. E forse se l’Italia tornerà a crescere finiremo per dare meno importanza alla persistenza del divario tra Centro-Nord e Sud.

Imprese, formazione e cuneo fiscale

Le imprese italiane versano oggi un contributo obbligatorio per il sostegno delle politiche di formazione dei lavoratori. Le risorse si riversano in fondi destinati a co-finanziare gli interventi formativi. Peraltro, poco utilizzati dalle aziende. Si tratta dunque un sistema efficiente? Una valutazione complessiva del suo impatto sulle performance economiche delle imprese, in particolare di quelle medio-piccole, e sulle opportunità di carriera dei lavoratori, è indispensabile. Soprattutto alla luce della richiesta di riduzione del costo del lavoro.

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