Non ha supporto empirico la credenza che la maggioranza dei cittadini italiani vorrebbe avere più risorse per sé, così da affrontare le molte falle di un sistema di servizi pubblici verso cui nutrirebbe sentimenti di evidente sfiducia. Lo si ricava dall’analisi dei dati dell’ultima indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie. Di fronte allÂ’alternativa meno tasse e meno servizi oppure tasse elevate e maggiori servizi, la maggioranza assoluta del campione sceglie la seconda opzione. Senza grandi distinzioni per reddito, titolo di studio e area geografica.
Dopo il risultato delle elezioni, qualcuno ha proposto di seguire la strada della Germania e formare una grande coalizione. Ma importare il modello tedesco non si può, a meno di un significativo cambiamento nel panorama politico italiano. Perché la grosse koalition ha un senso solo con la fine del bipolarismo, altrimenti in Parlamento non ci sarebbe opposizione. Né sembra possibile un accordo su un programma condiviso dai due schieramenti. E poi quali partiti dovrebbero entrare in questo Governo di coalizione?
E’ un problema il mancato aggiustamento agli squilibri delle bilance commerciali mondiali dovuti al rialzo dei prezzi del greggio. Aumentano infatti i rischi di un ribasso del dollaro, con conseguente brusco rialzo dei tassi di interesse Usa e successiva recessione. Soprattutto per l’Italia. Servono azioni di politica economica. Nei paesi esportatori dovrebbe aumentare la spesa in educazione e infrastrutture, con effetti positivi permanenti sulla crescita e sugli standard di vita. Nei paesi importatori, bisogna invece arrivare a una riduzione dei consumi di petrolio.
Una volta di più, chi ha cambiato le regole elettorali all’ultimo momento ha perso le elezioni. Prendendo gli stessi voti, con le vecchie regole, avrebbe vinto. Nonostante questa nuova legge elettorale che promuove l’ingovernabilità e impedisce ai cittadini di selezionare la classe politica, abbiamo un vincitore. Avrà una maggioranza risicata al Senato e di fronte a sè un compito molto difficile: far ripartire l’economia riducendo ii disavanzo strutturale dei conti pubblici. Lo scenario internazionale potrebbe agevolare il compito, ma sono molte le insidie legate al caro-petrolio. Mentre una Grosse Koalition rischierebbe di paralizzare l’azione riformatrice con veti incrociati.Â
Il primo voto degli italiani residenti all’estero è stato decisivo. Ma è giusto che chi non paga le tasse sia rappresentato in Parlamento? A proposito di tasse, non si è parlato d’altro sul finire della campagna elettorale. Ma non è detto che la maggioranza degli italiani preferisca pagarne di meno, rinunciando ai servizi pubblici finanziati con il loro gettito.
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Aggiornamento: Andrea Montanino commenta “Dopo il voto” di Tito Boeri.
Ripristino del maggioritario, aggiustamento per due punti di Pil nei prossimi due anni, ma soprattutto rilancio della crescita, agganciando la ripresa europea: sono alcune priorità del nuovo Governo, che avrà una maggioranza risicata al Senato. La pausa obbligata prima dell’insediamento dell’esecutivo può essere utilizzata per definire un programma che vincoli tutti, ministri e partiti, al suo rispetto. E potrebbe servire a precostituire alleanze trasversali ai due schieramenti nel sostegno a riforme condivise.
Tre reazioni alla interessante proposta di Tito Boeri di sfruttare i tempi lunghi della formazione del nuovo Governo per definire sin da subito il programma dellÂ’esecutivo, non escludendo un dialogo con lÂ’opposizione su alcune priorità condivise. La situazione di finanza pubblica Le previsioni di febbraio della Commissione europea e quelle più recenti del Fondo monetario internazionale confermano la necessità di un importante aggiustamento sui conti 2007 (dunque nella Finanziaria di ottobre), in quanto il deficit stimato per quellÂ’anno, a bocce ferme, è del 4,6 per cento (stima Eurostat). Il punto chiave, ovviamente, è la dimensione di tale aggiustamento. Dobbiamo o no impegnarci a rispettare il vincolo europeo concordato nel 2005 dal precedente Governo di un rapporto deficit/Pil non superiore al 3 per cento nel 2007? (1) O meglio, possiamo permetterci di non rispettare tale vincolo? Il rilancio della competitività Una seconda priorità di politica economica riguarda invece lÂ’impostazione complessiva del rilancio della competitività per il sistema paese. Vari contributi (per esempio, quelli di Francesco Daveri ) hanno ormai chiarito che il principale problema è quello di contrastare il preoccupante calo di produttività (misurata come output per ora lavorata) che da ormai qualche anno caratterizza lÂ’economia italiana. Rispetto a questa esigenza, occorre nel breve periodo fare due scelte fondamentali, una di politica industriale, lÂ’altra relativa al mercato del lavoro. Per quanto riguarda la politica industriale, lÂ’impostazione che sembra emergere è quella di concentrare i fondi di ricerca e sviluppo in pochi settori strategici (da individuare) e aiutare da subito le imprese a innovare per contrastare il calo di produttività , attraverso vari strumenti, tra cui la riduzione del cuneo fiscale. Tuttavia, privilegiare alcuni settori “di punta”, dove la competitività si fonda su una maggiore innovazione tecnologica, potrebbe rischiare di distogliere le energie da altri settori “tradizionali” (alimentare, moda, design, arredamento), dove il capitale umano e la competitività sono basate non tanto sullÂ’innovazione, quanto piuttosto sullÂ’accumulazione di conoscenze a carattere spesso artigianale. Occorre dunque evitare scelte che rischino di “spiazzare” tali settori, che hanno invece ancora molte potenzialità se sapranno operare una variazione del mix di prodotti verso le fasce elevate di domanda, in forte espansione grazie alla crescita dei consumatori ad alto reddito nei paesi emergenti. Il mercato del lavoro Infine, occorre salvaguardare le esperienze positive della legge Biagi. Occorre ricordare che la produttività aggregata di un paese è calcolata come una media ponderata, in cui le singole osservazioni derivano dalla produttività delle singole imprese, pesate per la loro quota di mercato o occupazionale. La produttività aggregata potrebbe dunque crescere in corrispondenza di unÂ’innovazione tecnologica che renda tutte le imprese mediamente più produttive (produttività “strutturale”, o media semplice); o potrebbe crescere anche in assenza di innovazione, o addirittura con tecnologia che diventa obsoleta, per effetto di una riallocazione di forza lavoro intra-settoriale (i pesi della media) che vada a premiare con maggiori quote occupazionali le imprese più produttive del settore. Le moderne tecniche di analisi microeconometrica consentono di decomporre in tale senso la produttività aggregata identificando dunque le fonti della variazione. (2) (1) Per inciso, i termini dellÂ’accordo, stipulato dopo la riforma del Patto di Stabilità del marzo 2005, erano di un deficit pari al 4,2 per cento nel 2005 (impegno rispettato), del 3,6 per cento nel 2006 e non superiore al 3 per cento nel 2007. Il Consiglio europeo nel febbraio 2006 ha dato via libera alla ultima Finanziaria del Governo Berlusconi, in quanto coerente con lÂ’obiettivo del 3,6 per cento per il 2006. I dati della Trimestrale di cassa 2006 sembrano però in parte smentire la possibilità del rispetto di questo obiettivo (il Fondo stima un deficit nel 2006 pari al 4 per cento), anche se occorreranno maggiori informazioni prima di poter ipotizzare la necessità di una manovra correttiva già sui conti 2006.
A questo proposito il paragrafo 1.4 del nuovo accordo sul Patto di Stabilità , ricordato nel contributo qui sopra di Andrea Montanino propone sì che un Governo di fresca nomina stili un nuovo “Programma di stabilità di legislatura”, ma, continua il testo, “mostrando continuità rispetto agli obiettivi di bilancio approvati dal Consiglio“, cioè 3,6 per cento nel 2006 e 3 per cento nel 2007. Ne consegue che il nuovo Governo dovrà sin da subito avviare contatti, magari già attraverso il candidato ministro dellÂ’Economia, con Commissione e Consiglio per capire i margini negoziali di cui si dispone, ed impostare correttamente il Dpef. Il rischio che si corre, altrimenti, in una situazione di tassi di interesse in aumento e debito pubblico in crescita, è quello di mandare segnali negativi alle agenzie di rating internazionali, con conseguenze di potenziale instabilità per la finanza pubblica.
Facendo questo esercizio per un campione rappresentativo (non bilanciato, per tenere conto delle dinamiche di entrata ed uscita) di circa 50mila imprese manifatturiere italiane per il periodo 1996-2003, si nota che nei primi anni del campione la produttività strutturale tende a crescere, ma l’allocazione del lavoro penalizza le imprese più efficienti, deprimendo quindi la dinamica di produttività aggregata. A partire dal 2001, tuttavia, dopo le riforme del mercato del lavoro si denota in Italia un miglioramento nell’efficienza allocativa, mentre si registra una brusca decrescita del termine di produttività strutturale, che determina una complessiva perdita di produttività aggregata nel settore manifatturiero italiano. In altri termini, se è vero che il sistema economico italiano inizia a mostrare una preoccupante incapacità di generare innovazione tecnologica, è altrettanto vero che il miglioramento dell’efficienza allocativa del fattore lavoro, conseguito grazie alle recenti riforme, è riuscito in parte ad alleviare gli effetti negativi sulla produttività aggregata. È nell’interesse del paese che tale benefico effetto sia salvaguardato dalle scelte del prossimo Governo.
(2) Vedi Olley e Pakes, 1996.
Noi siamo quelli che sparano al vicino
Che aspettan solo la domenica del derby
Pronti a schierarci col Guelfo o il Ghibellino
In sala il busto di Uguccione deÂ’ Monterbi.
Guardando indietro vedo un popolo rissoso
Appassionato a contese di cortile
Che si dirà profondamente religioso
Senza vergogna per l’ingiuria più incivile
In questa trama, unÂ’unica eccezione
Con lÂ’inclusione di tutte lÂ’ali al centro
Della Balena Bianca la stagione
E i nostri umori a macerarsi dentro
Tolto quel tappo, caduto il triste muro
Con la stagione del maggioritario
Ci sentimmo moderni di sicuro
Ma sfoderammo il vecchio armamentario
Due mezze Italie arroccate su se stesse
LÂ’un lÂ’altra ostile, guardandosi in cagnesco
Pronte a emigrare, un piede sul calesse:
LÂ’altrui vittoria ad accettar non riesco.
E la politica come cataclisma
Ognun si attende i barbari alle porte
Rozzezza estrema nella patria del sofisma
La vita che combatte con la morte.
Lo dico, ma io stesso son così,
passion politica come malattia
torcibudella, spirito maudit
col fiato corto e senza più allegria.
E so che mentre penso questa cosa,
di là si provan gli stessi spasmi urlati
come due specchi che rifrangon senza posa
una figura vista da due lati.
Come vorrei un paese più normale
Dove lÂ’altro non ti evoca barbarie
Dove il giorno dello spoglio elettorale
Non finisci a rischiar le coronarie.
Finalmente si vota, anche se gli elettori possono scegliere solo i partiti, non i deputati. Speriamo che da martedì si discuta di proposte concrete per rilanciare l’economia del paese. Per aiutare i lettori a valutare l’azione del Governo Berlusconi, riassumiamo i principali dati macroeconomici delle due ultime legislature. E per il futuro mettiamo a confronto gli impegni contenuti nei programmi. Le nostre stime dicono che il programma della Casa delle libertà costa tra 36 e i 101 miliardi di euro all’anno, tra 2,5 e 7 punti e mezzo di Pil. Quello dell’Unione tra i 20 e i 24 miliardi, tra 1,4 e 1,7 punti di Pil.
Il rilancio della competitività passa anche dall’assetto del settore dei servizi pubblici locali a rilevanza industriale. La situazione attuale infatti non pare aver realizzato alcun intervento a favore della concorrenza “per il mercato” e neppure a favore di quella “nel mercato”. Si rischia così di accrescere le inefficienze a danno dei cittadini. La via da percorrere è la creazione di fondazioni che permettano la completa separazione tra gestione del patrimonio con finalità pubbliche e gestione delle imprese industriali con finalità imprenditoriale.
La situazione economia è al centro del dibattito politico. Ma come si formano le opinioni dei cittadini su questo tema? Gli aspetti psicologici giocano un ruolo tutt’altro che marginale, come mostra un’analisi sulle risposte dei consumatori nelle indagini europee di lungo periodo. Paradossalmente, in media, le persone sono portate a credere che la propria situazione sia migliore di quella media. Tendono poi a giudicare sistematicamente il passato in modo troppo pessimistico e a prevedere il futuro con troppo ottimismo.