E’ coralmente accettato che l’Università italiana è allo stremo. Al di là di sporadiche voci a difesa dettate da interessi di bottega, gli osservatori indipendenti – a cominciare dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi – concordano sul decadimento della nostra accademia. Nelle graduatorie internazionali non vi è traccia delle università italiane: scomparse. Non ve ne è alcuna tra le principali dieci al mondo; ma neanche tra le principali dieci in Europa
L’intenzione di diminuire i costi della brevettazione è certamente lodevole. Ma l’abolizione delle tasse di deposito e mantenimento non è la strada da intraprendere. Il provvedimento non incentiverà l’innovazione delle Pmi. Anzi rafforzerà la posizione delle grandi imprese straniere. Si dovrebbe invece puntare alla armonizzazione delle norme internazionali e impegnarsi per una rapida realizzazione del tanto atteso “brevetto comunitario”. Il precedente Governo non ha brillato per la sua iniziativa in questo campo. Speriamo che il nuovo sappia fare di meglio.
E’ certamente opportuna una riforma dell’European Patent Convention che porti a regole uniformi per rilascio e tutela del brevetto. Può contribuire a rilanciare l’economia europea. Ma non necessariamente deve seguire l’esempio americano. Tre le linee guida: assicurare ampio accesso alle invenzioni di base, ancora lontane dall’applicazione industriale, ma che possono essere fondamentali per il progresso della ricerca; promuovere la qualità dei brevetti e far sì che gli uffici brevettuali migliorino la gestione delle nuove aree tecnologiche.
Un Governo intenzionato a ridurre il gap di innovazione dovrebbe puntare sulla crescita di nuove imprese in settori ad alto contenuto tecnologico. Un obiettivo non irraggiungibile: l’Italia ha elevati tassi di formazione di nuove imprese, storie imprenditoriali di successo nel low e medium tech e incoraggianti segnali per le giovani aziende ad alta tecnologia. Come incoraggiarne la nascita? E come finanziarle senza incorrere in effetti indesiderati? Creando un ecosistema favorevole, che coinvolga imprese, università e istituzioni finanziarie.
Leggi e regolamenti hanno rimodellato i più minuti aspetti organizzativi e tecnologici del back office. Lo sforzo compiuto dal legislatore per conservare un aspetto familiare alle rappresentazioni informatiche degli atti amministrativi è ammirevole, ma rischia di essere vano. Ha ancora senso cercare di adattare il diritto amministrativo all’informatica? Forse, prima di parlare di politiche di settore bisogna concordare su una visione: a quale trasformazione della pubblica amministrazione deve servire l’e-government?
Non è più sufficiente innovare i processi, dobbiamo innovare i prodotti. E dunque dobbiamo recuperare e valorizzare le competenze tecnologiche e di settore. Ma si deve anche rafforzare la voglia di rischiare e investire del mondo imprenditoriale, magari attraverso un riequilibrio tra la tassazione delle rendite finanziarie e quelle di impresa. Quanto al ruolo dello Stato, è necessario passare a politiche che puntino a sviluppare l’offerta delle imprese. Servono risorse, ma soprattutto chiarezza di idee e coraggio di rompere con gli stereotipi del passato.
Come ci ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia, l’economia italiana cresce poco perché non sa più innovare. Ma tornare a innovare è una missione difficile che non si può realizzare con i sussidi o per decreto. Ci vogliono nuovi prodotti più che nuovi processi. Meglio puntare su brevetti europei che non ostacolino la ricerca di base piuttosto che sperare nell’effetto dell’azzeramento delle tasse sulle piccole invenzioni. Senza dimenticare l’importanza dell’innovazione digitale nella Pubblica Amministrazione.
Torniamo a parlare di calcio, discutendo di tetti agli stipendi dei calciatori come alternativa alla superlega europea.
Fulvio Fammoni, Segretario Confederale Cgil, commenta il dossier de lavoce sulla Legge Biagi.
Aggiornamento: Una ricognizione fra il tecnico e il politico di Tito Boeri e Pietro Garibaldi
Per risolvere la crisi del calcio non serve una superlega europea. Meglio tornare a una superlega italiana, ovvero a una serie A a sedici squadre. Con meno gare, crescerebbe la qualità del campionato e la perequazione nella distribuzione delle risorse derivanti dai diritti televisivi lo renderebbe più serrato. Minore anche il rischio di combine. Soprattutto, i club potrebbero ridurre le “rose”, uno strumento più efficace dei salary cap per l’abbattimento dei monti-salari. Con i play off, poi, potrebbero esserci vantaggi anche nella cessione dei diritti tv.
La proposta di una superlega europea appare difficilmente realizzabile nel contesto attuale, non è gradita a una parte rilevante dei tifosi e forse è inefficace per risolvere la questione del divario tecnico-economico tra squadre. In ogni caso è praticabile solo nel lungo periodo, mentre i gravissimi problemi del calcio italiano richiedono una soluzione immediata. Meglio quindi sperimentare, subito e per qualche anno, alcune delle misure di riequilibrio tipiche dello sport statunitense. A partire da una forma di salary cap.
L’ultima legislatura ha segnato un momento importante nel diritto dell’economia: riforme come quella delle società e delle procedure concorsuali hanno modificato un ordinamento ormai obsoleto che condizionava le potenzialità di sviluppo delle imprese. Il nuovo Parlamento dovrà occuparsi non tanto di definire nuove regole, ma di far funzionare quelle esistenti, qualificando la funzione dei giudici e rivedendo lÂ’assetto dei controlli sui mercati finanziari. Il ruolo di un nuovo Testo unico delle banche.