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Lavoce.info

Sommario 9 ottobre 2006

Continua il nostro esame della Finanziaria. Come avviene la riduzione del cuneo fiscale per le imprese, chi ne beneficia e con quali costi per il bilancio dello Stato? Gli enti locali si sentono nel mirino. Ma hanno ragione a protestare? I tagli richiesti sono davvero insostenibili? E le sanzioni efficaci? La riforma della tassazione dei veicoli è meritoria dove colpisce i veicoli più inquinanti. Discutibile, invece, dove applica un superbollo sui Suv, una misura che appare motivata più dalla retorica ecologista che dalla logica economica.
Nei giorni scorsi la Commissione europea, su pressione dell’Italia, ha confermato i dazi anti-dumping sulle scarpe made in China e Vietnam. E’ una vittoria contro il commercio sleale? Forti le perplessità sia nel merito che sull’efficacia. Per fortuna che il Wto evita le guerre commerciali.
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Fabio Pammolli e Nicola Salerno commentano l’intervento di Agar Brugiavini sul Tfr.

Mutatis Mutandis

D’Annunzio, ricorda la gente, il solo
immortale nel mito, la Rinascente.
“Poeti così, non ne nascono più…”
eroi del mercato e della virtù?

La religione del successo (Conversioni, trasformazioni, maschere)

Anni novanta, grandi cambi di scena,
dal fondo sorgono gli stessi di prima.
Svelti si spingono, fiutando il nuovo,
dentro la vena il crack del successo,
l’identità di un altro se stesso.

Il nuovo Tfr: Trasferimento Forzoso di Risparmio

La Finanziaria prevede che il flusso di Tfr non destinato dai lavoratori ai fondi pensione venga versato su un fondo, istituito presso la Tesoreria centrale dello Stato e gestito dall’Inps, che dovrebbe servire a finanziare le infrastrutture. Il Governo si attende di ottenere da questo intervento 5,2 miliardi di euro. E’ un modo di fare cassa ai danni dei lavoratori più giovani, un’operazione di finanza creativa che speriamo non venga accettata da Bruxelles. Si tratta di soldi dei lavoratori e i debiti sono debiti.

Tra razionalizzazioni e occasioni mancate

I contribuenti con oltre 35mila euro di imponibile pagheranno più imposte. Ma chi beneficerà dell’intervento sull’Irpef? Saranno coloro che hanno redditi tra 10 e 35mila euro, più i lavoratori dipendenti degli autonomi e chi ha figli rispetto a chi non ne ha. Ma lÂ’effetto redistributivo non è intenso, perché la manovra poggia solo sulla progressività dellÂ’imposta. Importanti gli aspetti di razionalizzazione, con il ritorno al sistema di detrazioni. Forse si poteva fare di più nel disegno degli istituti di sostegno alle famiglie e verso lÂ’universalità dei beneficiari.

Sommario 3 ottobre 2006

La Finanziaria varata dal governo ci permetterà di rispettare gli impegni presi con l’Europa. Ma dato il miglioramento dei conti pubblici (il fabbisogno nei primi 9 mesi dell’anno è migliorato di quasi due punti di Pil rispetto al 2005), la vera sfida era quella sulla qualità dell’aggiustamento. Ed è quasi tutto dal lato sbagliato: più entrate anzichè meno spese, con un probabile incremento della pressione fiscale di un punto di pil. Inquietante l’operazione sul Tfr, un modo di fare cassa ai danni dei lavoratori più giovani. La riforma dell’Irpef corregge alcuni errori del sistema disegnato da Tremonti, ma riduce pochissimo le disuguaglianze, mentre si perde l’occasione per rivedere le politiche di sostegno alle famiglie. Una raccolta e un nuovo intervento sulla lotta all’evasione fiscale che ha un ruolo molto importante nella manovra.

La pressione fiscale a carico degli “onesti”

L’evasione e la pressione fiscale (il rapporto delle entrate pubbliche sul Pil) sono da sempre ingredienti fondamentali della politica economica. Le discussioni inerenti la legge Finanziaria, tanto per citare l’attualità, non fanno altro che ribadire il concetto. D’altronde, l’importanza attribuita dal legislatore a questi indicatori è ben meritata e si vuole qui porre l’accento su certe loro interrelazioni che potrebbero aiutare a chiarire alcuni dei temi di politica fiscale sul tappeto.

La pressione fiscale a carico degli “onesti”

Il primo tratto comune che viene in mente è che le attività non dichiarate al fisco incidono su entrambi i fattori della pressione fiscale, poiché riducono sia il gettito sia il Pil (o, quantomeno, riducono l’affidabilità della stima del Pil).
Merita qui di essere ricordato che lÂ’Istat corregge il Pil aumentandolo dellÂ’evasione fiscale che, con varie tecniche, riesce a quantificare. (1) Cioè, il Pil ufficiale (che è anche una somma di redditi) contiene anche i redditi non dichiarati. Viceversa, i conti pubblici non sono corretti per lÂ’evasione, per cui la pressione fiscale comunemente riportata e commentata (chiamiamola “consueta”), potrebbe non essere quella “vera”.
Quest’ultima è molto probabilmente superiore a quella solitamente discussa poiché, evidentemente, le tasse sono pagate solamente dai redditi emersi. L’Istat pubblica i dati del Pil dichiarato e non, può essere interessante perciò chiedersi qual è la pressione fiscale a carico dei contribuenti onesti. L’operazione è assai semplice: il gettito va diviso per il solo Pil regolare. La tabella 1 dà conto dei risultati, affiancando tre tipi di pressione fiscale.

La pressione consueta deriva dalla divisione del gettito incassato dalla pubblica amministrazione per il Pil complessivo. Per spiegare gli altri due indici, va detto che lÂ’Istat pubblica due diverse stime dellÂ’evasione: una minima, lÂ’altra massima. QuestÂ’ultima comprende, oltre allÂ’evasione minima, anche una somma che potrebbe non essere collegata a redditi irregolari. (2) Orbene, il denominatore delle misure “media” e “massima” è, rispettivamente, il Pil complessivo al netto della versione minima e massima della stima dellÂ’evasione. Chiaramente, a parità di Pil totale, il Pil regolare più basso è quello connesso allÂ’evasione massima e, altrettanto ovviamente, esso genera lÂ’aliquota massima poiché il gettito è uguale per tutti gli indici. In altre parole, nellÂ’evento banale e limite in cui non esistesse evasione, allora sia il rapporto massimo che quello medio collasserebbero al valore consueto.
Si può anche osservare che variazioni di gettito per motivi del tipo “aumento/diminuzione del senso civico” (nel secondo caso si può pensare allÂ’effetto di condoni reiterati), dovrebbero impattare meno sul quoziente massimo che su quello consueto: a parità di mutamenti negli incassi fiscali, il denominatore “tutto dentro” di questÂ’ultimo resta relativamente più stabile. Va poi considerato che i valori di cui alle colonne (b) e (c) sono una sovrastima dellÂ’aliquota “vera” poiché è più facile nascondere il reddito che il consumo. Cioè, parte delle imposte indirette è pagata dai redditi irregolari. In questo caso lÂ’indicatore consueto, tenendo conto anche dei redditi evasi, è meno impreciso degli altri due.
Ancor più singolare è lÂ’impatto sulla pressione fiscale dei redditi provenienti dalle attività illegali. Da un lato, vengono (almeno in parte) spesi nel circuito legale, in ciò incrementando le entrate pubbliche mentre, dallÂ’altro, non entrano nel Pil totale stimato dallÂ’Istat. In entrambi i casi, lÂ’effetto è una sovrastima della pressione fiscale: una parte degli incassi della pubblica amministrazione deriva da redditi non conteggiati nel Pil ufficiale. Comunque, tutto considerato, è probabile che la percentuale “vera” sia situata allÂ’interno dei due valori estremi riportati nella tabella 1 la quale, anche perciò, appare generosa di utili indicazioni.
Entrando nel merito delle cifre, sembra che il 1997 sia stato, fiscalmente parlando, un annus horribilis : tutti i valori segnano un massimo. DÂ’altronde, quello, era lÂ’anno dellÂ’eurotassa.
Forse ancora più intenso è l’impatto, anche emozionale, dell’aliquota che storicamente grava sui redditi dichiarati al fisco: non di rado si è superato il 50 per cento anche nella versione più conservativa di cui alla colonna (c). Infine, l’osservazione dei valori del decennio suggerisce che la pressione fiscale, specie nelle due versioni non consuete, è maggiore negli anni più recenti che nei primi anni Novanta.

Una crescita senza ostacoli

Nella tabella 2 riporto i tassi di variazione del gettito e dellÂ’evasione (nelle due versioni, massima e minima, dellÂ’Istat). Scorrendo le colonne (b) e (c) ci si rende conto che, nonostante gli interventi e la tolleranza zero, la crescita dellÂ’evasione ha trovato pochi intralci. Non solo. La crescita complessiva (vedi ultima riga) ci informa che, negli ultimi dieci anni, una delle “industrie” trainanti del nostro sistema economico è stata proprio lÂ’evasione fiscale; specie quella che, secondo lÂ’Istat, è certamente evasione. Vedasi la colonna (c). Confrontando evasione e gettito (colonne (a-b) e (a-c)), risulta che i primi anni Novanta sembrano essere stati un periodo particolarmente drammatico: lÂ’evasione aumentava e il gettito non riusciva a tenerne il ritmo. In seguito qualcosa è migliorato, anche se il risultato consolidato nel corso del decennio permane negativo.

La correlazione tra la crescita del gettito e quella dell’evasione è positiva (molto, 65 per cento, nel caso dell’evasione massima; poco, 19 per cento, nel caso dell’evasione minima), il che a parole vuol dire che è risultato difficile implementare politiche in grado di perseguire, contestualmente, aumenti di gettito e riduzioni dell’evasione.
Evidentemente, ed è la speranza di molti, non è detto che la storia debba per forza ripetersi. Tuttavia, in base a queste informazioni, si possono tentare due considerazioni di politica fiscale.
La prima riguarda i condoni degli ultimi anni che, se fatti con lÂ’intenzione di far emergere base imponibile in modo permanente, avrebbero dovuto produrre sia maggior gettito sia minore evasione. Nei dati aggregati qui analizzati, simili dinamiche non trovano riscontri.
La seconda interpretazione normativa è che in Italia la gestione delle entrate pubbliche appare particolarmente complicata. Dal lato emerso, devono confrontarsi con rigidi vincoli sovranazionali, con un debito abnorme, con una spesa (nel breve termine) sempre meno comprimibile e (nel lungo termine) sempre più decentrata; dal lato sommerso, sembrano subire vigorose reazioni ai tentativi di reperire incassi aggiuntivi.
Insomma, il quadro prospettato dovrebbe far intuire perché, nei dibattiti di politica fiscale, si sente spesso dire che i) la (più che trentennale) “stagione” dei condoni è ormai finita e che ii) la lotta allÂ’evasione fiscale è un prerequisito per la riduzione della pressione fiscale.


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Le opinioni qui espresse sono personali e non necessariamente impegnano lÂ’Isae.

(1) Per saperne di più, cfr. Maurizio Bovi (2006), “Evasione e sommerso nella Contabilità nazionale”, in Guerra M.C. e A. Zanardi, Rapporto di Finanza Pubblica. Bologna, il Mulino.
(2) Il fatto è che l’Istat non è in grado di discriminarne la parte che, con maggiore certezza, proviene da attività sommerse.

Un rientro dal lato sbagliato

LÂ’Italia ha un problema di spesa pubblica eccessiva. NellÂ’ultimo decennio quella primaria (al netto degli interessi) è cresciuta di 3 punti rispetto al Pil. Il Governo ne era ben conscio, e lo aveva indicato nel Dpef. Ma la Finanziaria varata dal Consiglio dei Ministri aumenta le entrate anziché tagliare le spese. Secondo le nostre stime, la copertura della manovra è composta fino allÂ’84% da entrate aggiuntive. Servirà a farci rientrare nellÂ’ambito dei parametri di Maastricht. Ma non eviterà che tra dodici mesi gli stessi problemi si ripresentino. Inquietante poi l’operazione sul Tfr

No, non è la Bbc

Serve all’Italia un nuovo servizio pubblico televisivo che garantisca ai cittadini l’accesso a contenuti di interesse pubblico di qualità, la sostenibilità economica dei servizi e un sistema di regolamentazione improntato alla trasparenza e all’indipendenza degli organi di governo da quelli di controllo. Utile perciò guardare all’esperienza britannica del “Communication Act”, che ha ridefinito la nozione stessa di televisione pubblica e, di conseguenza, di quella commerciale. Ma ha anche rivisto struttura, organizzazione e funzionamento della Bbc.

Dopo il duopolio ancora il duopolio?

Il settore dei media si conferma anche in questa legislatura crocevia di fortissime tensioni politiche Le ipotesi di revisione della legge Gasparri circolate finora suggeriscono un approccio prudente da parte del governo. Si abbandona il Sic, passando a un sistema di misurazione basato sul fatturato che sopravvaluta le pay-tv e non incide sulla concentrazione degli ascolti in capo a due soli gruppi editoriali. Eppure il problema di pluralismo in Italia sta tutto lì. E la cura non può essere che la cessione sul mercato di una rete Rai e di una Mediaset.

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