MARTEDì 28 APRILE 2026

Lavoce.info

STATISTICI O INQUISITORI?*

La raccolta di informazioni statistiche attendibili presso i cittadini e le imprese è uno dei principali compiti della statistica ufficiale e pone un delicato problema, che riguarda allo stesso modo la qualità dei dati e la correttezza dei rapporti fra stato e società civile. Nel dibattito scientifico, nessuno raccomanderebbe metodi autoritari nella raccolta di informazioni statistiche. Piuttosto, la migliore letteratura raccomanda di stabilire un rapporto di fiducia con le persone intervistate, basato preferibilmente sulla condivisione dello scopo delle indagini statistiche, della loro utilità sociale. In effetti, in tutti i paesi democratici, lo stato raccoglie informazioni a fini statistici senza fare ricorso a metodi coercitivi. A parte considerazioni di tipo etico, la ragione ‘tecnica’ è chiara: le informazioni estorte ai cittadini sotto minaccia di sanzione sono quasi sempre meno affidabili (basti pensare allo scarsa qualità dei dati del vecchio Gomkomstat, l’ufficio statistico dell’URSS).
In Italia, fino alla fine del 2007, è esistito a questo riguardo un paradosso giuridico: era infatti in vigore una legge che obbligava i cittadini a rispondere comunque all’Istat, a pena di sanzioni pecuniarie. L’Istat è stato quindi sinora costretto a seguire, da un lato, le migliori pratiche professionali (che sconsigliano la minaccia di multe) e, dall’altro, ad informare gli intervistati dell’esistenza di un obbligo di risposta e delle relative sanzioni, che scattavano qualunque fosse il motivo della mancata risposta. Alle perplessità tecniche si aggiungevano i dubbi etici. E giusto multare una famiglia colpita da un lutto recente perché non se la sente di rispondere all’indagine dell’Istat?
La Finanziaria 2008 stabilisce saggiamente che, a partire da quest’anno, le eventuali sanzioni verranno applicate tenendo conto dei motivi della mancata risposta. La nuova normativa, quindi, riconosce l’erroneità della precedente per quanto riguarda i criteri di raccolta efficiente delle informazioni statistiche. Questo rende eticamente improponibile l’applicazione delle vecchie sanzioni. Sembra infatti profondamente incoerente applicare ai cittadini le sanzioni previste da una normativa superata proprio perché si era rivelata scientificamente insostenibile ed inopportuna.
Con il cosiddetto decreto ‘Milleproroghe’, pertanto, il Governo ha disciplinato la transizione fra la vecchia e la nuova normativa, in modo da evitare disparità di trattamento fra cittadini e imprese. In sostanza l’Istat viene esentato dal multare le mancate risposte alle vecchie indagini, evitando così una montagna di costosissimi accertamenti, che rischiano oltretutto di generare un contenzioso amministrativo complicatissimo. E’ strano il fatto che alcuni parlamentari chiedano di cancellare la disciplina della fase di transizione, a rischio di ingolfare inutilmente la macchina della giustizia amministrativa e civile. Tutto questo nel nome del vecchio obbligo di risposta assolutamente inderogabile che, se applicato pedissequamente, avrebbe molto probabilmente peggiorato la qualità delle statistiche ufficiali e, quel che è peggio, trasformato l’Istat nel Grande Fratello (o, se si preferisce, nella Santa Inquisizione).

(*) L’articolo riflette esclusivamente opinioni personali e non coinvolge la responsabilità dell’Istat

OSSERVAZIONI DI STEFANO SARACCHI ALL’INTERVENTO DI PIETRO ICHINO

Gentile Prof. Ichino,

nell’articolo "Cosa sta accadendo nel sistema di contrattazione degli Statali" pubblicato oggi 15.01.2008 su LaVoce.info, lei fa riferimento ad una fenomeno essenziale per lo svolgimento dell’attività lavorativa in qualunque sua forma; ovvero la negoziazione di un contratto. Lei stesso in passato ha scritto di una necessità, sempre più marcata, di una contrattazione a livello locale che incentivi un meccanismo di decentramento dei poteri decisionali del sindacato, derogando caso per caso ai CCNL che troppo spesso hanno allontanato investimenti nel nostro Paese. Nell’articolo qui pubblicato, in termini tecnici, fa prima capire che storicamente il sindacato ha considerato, sedendosi al tavolo delle trattative, i fondi stanziati dalla Finanziaria approvata, solamente come una prima proposta, contrapponendone una sicuramente più onerosa. Ora, come lei stesso dice, con questa decisione si attribuisce una duplice responsabilità e una maggiore autonomia al sindacato. Se questo è vero, a suo avviso è utile ad un livello istituzionale non accorgersi che oramai, anno dopo anno, si è sempre derogato a quella soglia massima stanziata nella prima finanziaria per poi aggiustarla nella seconda? Nella prima delle domande che le pongo sono convinto che quando un fenomeno abbia una incidenza statistica rilevante il problema deve essere analizzato da un punto di vista meramente oggettivo togliendo falsi vincoli che proprio per la loro peculiarità di inosservanza non risolvono il problema ma lo complicano inutilmente aggiungendo ridondanze inadeguate. Lei stesso nel suo Libro "A cosa serve il sindacato?" pone dei forti dubbi sulla necessità di una contrattazione con un limite salariale inferiore (parte assicurativa), ponendo quindi delle evidenti libertà decisionali da parte del datore di lavoro. Tuttavia in questo articolo sembra chiara una sua posizione in senso opposto giustificando limiti massimi inderogabili.
Ed inoltre, è secondo lei prova provata che i fondi stanziati nella prima finanziaria sono quei fondi che riescono a far rimanere inalterato, da qui alla prossima scadenza di contratto, il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti? Per quanto riguarda questo punto sono altrettanto convinto che tale disponibilità riesce a soddisfare solamente in via previsionale, e quasi mai in via reale, un dato che poi deve essere verificato a consuntivo dando quindi vita a meccanismi di forte squilibrio tra liberi professionisti che possono adeguare le loro parcelle giorno per giorno e lavoratori dipendenti che potranno adeguare il loro contratto secondo spazi temporali di medio periodo; È ovvio quindi che con tale meccanismo il libero professionista sarà sempre più abbiente e il dipendente sarà sempre più povero.
Essendo una contrattazione, come è giusto che sia, o si danno entrambi i limiti, superiore ed inferiore, o si liberalizza il mercato in tutte le direzioni.

Tengo a precisare che leggo sempre con attenzione e ammirazione i suoi contributi. Con Stima,

Stefano Saracchi

LA RISPOSTA DI PIETRO ICHINO

La sua obiezione iniziale è molto intelligente e penetrante; tuttavia:
– il discorso sulla struttura della contrattazione collettiva nel settore delle aziende private, e in particolare sul rapporto tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale (discorso che costituisce un tema centrale del mio libro da lei citato) non può applicarsi nel settore pubblico, almeno fino a quando non saremo riusciti a responsabilizzare per davvero il management pubblico periferico riguardo ai risultati;
– nel settore statale, in particolare, a mio avviso è giusto che il monte salari complessivo sia determinato dal Parlamento e che la contrattazione collettiva si limiti a disciplinarne la distribuzione;
– finora lo stanziamento iniziale in finanziaria ha svolto almeno una funzione di punto di riferimento di massima per il sindacato confederale nel dimensionamento delle sue piattaforme rivendicative; il timore (alimentato dal comunicato del segretario della Cgil) è che, senza quel punto di riferimento, sia più facile la corsa tra sindacati a chi chiede di più fin dall’inizio; a quel punto un rinnovo rapido sarebbe possibile soltanto al costo di uno "sbracamento", mentre se l’Aran resiste il rinnovo diventa assai più difficile di quanto già non sia oggi.

Nel mio articolo , comunque, ho espresso le critiche a questa mini-riforma in termini dubitativi, in forma interrogativa: non sono domande del tutto retoriche. Chissà che il dibattito pubblico su questo tema, se ci sarà, non serva a chiarire gli aspetti oscuri della questione?
Mi sembra invece non pertinente il riferimento che Lei fa al "minimo" inderogabile fissato dal contratto nazionale (come misura del contenuto assicurativo del rapporto individuale di lavoro). Quanto meno, non ne comprendo il nesso con il tema che qui stiamo discutendo, avente per oggetto il "massimo" delle risorse disponibili per il rinnovo del contratto nazionale (qui mi pare che la tematica del contenuto assicurativo del rapporto individuale non c’entri per nulla).

p.i.

LA REPLICA DI STEFANO SARACCHI

Gentilissimo Prof. Ichino,
innanzitutto la ringrazio per la celere e cortese risposta, raramente mi è capito di ricevere un riscontro così solerte da personaggi illustri come
lei. Per quanto riguarda i contenuti tecnici e le sue osservazioni, che ho apprezzato per dovizia, sono colpito da due punti in particolare. Il primo è
che il nesso, sicuramente difficile da vedere, io lo percepisco perché studio il problema da un altro punto di vista; ovvero non vedo il vincolo
del massimo delle risorse disponibili per il rinnovo del contratto nazionale ma colgo l’opportunità per inquadrare la risoluzione secondo un accezione
che è quella del corretto salario che garantisca un equilibrato potere d’acquisto dei dipendenti della pubblica amministrazione. Cosi facendo si
inverte la questione cercando una risposta che soddisfi, non il vincolo di bilancio, ma bensì il vincolo di ottimo salariale (quell’ottimo che ad un
dato livello salariale fa corrispondere un determinato potere d’acquisto e una possibilità concreta e seria di produttività in ambito lavorativo). Come
possiamo immaginare che ci sia una produttività certa quando siamo consapevoli che la grande maggioranza dei dipendenti pubblici, politicamente
non appoggiati, dopo 20 anni di servizio percepisce 1400 euro al mese? Sono quindi convinto che in merito a questo sia essenziale capovolgere il
problema domandandosi non più quanto, questo o quel governo, è disponibile a dare (vincolo di bilancio) ma quanto è giusto che dia (vincolo di ottimo).
Le risorse credo che debbano essere ricalibrate e riallocate secondo un concetto di incremento delle fasce salariali più basse e secondo una
gerarchia oggettiva di contribuzione fiscale (e credo che con questa osservazione si possano collocare i pubblici dipendenti in prima fila). Il
secondo dei punti che colgo nella sua risposta è quello dell’ipotesi di porre uno stanziamento iniziale in finanziaria per svolgere almeno una
funzione di punto di riferimento di massima per il sindacato confederale; a questo punto io non parlerei di timore di una più facile corsa tra i
sindacati a chiedere di più, ma parlerei di un’ennesima opportunità di responsabilizzazione da parte del Governo verso i sindacati per capire come
collocarsi in una contrattazione senza punti di riferimento. Ora il problema è che in Italia tutto si fa in deroga e con urgenza e si vogliono
raggiungere rinnovi rapidi perchè magari vicini ad un periodo elettorale.
Credo che bisognerebbe svincolare la contrattazione proprio da questi aspetti di urgenza e speculazione informativa rendendo il discorso più
onesto, imponendo, qualora l’accordo tra le parti non venga raggiunto, una revisione automatica dei livelli salariali per mantenere costante il potere
d’acquisto degli stessi lavoratori (che è cosa ben diversa dall’adeguamento inflazionale). Qualora si voglia ottenere un risultato certo, che può non
essere il migliore sotto tutti i punti di vista, sono d’accordo con lei per una contrattazione con un punto di riferimento massimo, anche se
parzialmente rispettato. Tuttavia per una salutare prosecuzione dei lavori intorno al tavolo delle trattative credo invece che tali vincoli debbano
essere discussi per verificarne l’efficacia e calibrarne l’effetto non nell’immediato, dando respiro alla parte politica soffocata dalle richieste,
ma verificarne l’utilità nel medio-lungo periodo. Come studiosi non possiamochiedere produttività se non diamo un effettivo contributo sociale e di
responsabilizzazione al singolo lavoratore.

N.B. Per quanto invece riguarda una marcata e netta differenziazione tra il settore privato e pubblico credo che sia il momento di operare ad un
effettivo ragionamento globale che sia avulso da concetti politici predeterminati; dico questo anche alla luce della serie infinita di
municipalizzate che anche se a partecipazione statale al 100%, possono stipulare contratti di diritto privato. Questo incentiva, qualora i livelli
salariali fossero sensibilmente diversi, come infatti lo sono, ad una corsa da parte del dipendente pubblico alla ricerca di un potere forte che lo
possa comandare dall’amministrazione pubblica alla municipalizzata del caso.
Si tornerebbe, come infatti sta accadendo, ad una spartizione dei posti tramite quote di partito senza neanche passare per un falso concorso
pubblico. Quello che contesto essenzialmente è il forte squilibrio che si può registrare tra il settore privato e pubblico che incentiva un meccanismo
a mio avviso diabolico per tutte quelle società anzidette.

N.N.B. Tengo a precisare che il mio punto di vista è totalmente assente di faziosità partitica; glielo posso dimostrare avendo posto, in passato,
all’attenzione di "LaVoce.info", prima un contributo, settembre 2007, totalmente a favore di una manovra dell’attuale governo, poi in relazione
all’ultima finanziaria, un contributo, che non sono mai riuscito a pubblicare, totalmente contrario a due commi predisposti in Finanziaria,
dimostrando analiticamente la stupidità della specifica manovra e l’inesattezza delle informazioni divulgate sui media. Qualora avesse tempo,
il primo contributo lo può trovare qui: http://old.lavoce.info/lettere/index.php
Il secondo è in allegato. I dati tecnici credo non possano essere di proprietà di nessun partito.

La ringrazio molto per l’opportunità di discutere di questi argomenti a mio avviso di fondamentale rilevanza.
Con sempre più stima,

Stefano Saracchi

L’ACCORDO CHE NULLA CAMBIA*

L’intesa appena raggiunta tra le parti sociali in Francia non aprirà la strada a una riforma storica del mercato del lavoro. Tutt’altro. Il piano introduce cambiamenti di importanza secondaria: continua a proteggere i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato. Mentre per i disoccupati si resta sul piano delle belle parole, senza interventi concreti di sostegno. Anche sui licenziamenti nessuna novità. Anzi la cosiddetta rottura convenzionale del rapporto di lavoro potrebbe avere alla lunga effetti negativi.

COSA STA ACCADENDO NEL SISTEMA DI CONTRATTAZIONE DEGLI STATALI?

Un po’ in sordina, governo e sindacati hanno concordato una sorta di mini-riforma della contrattazione collettiva nel settore statale, destinata ad avere un impatto assai rilevante: si preannuncia la durata triennale dei nuovi contratti, e, soprattutto, si prevede che lo stanziamento in Finanziaria delle risorse necessarie avverrà dopo l’accordo, e non prima. La Cgilgià dice che l’obiettivo non sarà più quello di difendere il potere d’acquisto delle retribuzioni pubbliche, ma di accrescerlo. Il rischio è che la contrattazione si svolga al di fuori del vincolo di bilancio.

SE IL FONDO E’ SOVRANO

I fondi sovrani rappresentano ormai unÂ’importante realtà nei mercati finanziari mondiali. La loro opacità può divenire fattore di instabilità e ridurre le capacità di monitoraggio delle autorità pubbliche. Devono essere disciplinati, dunque. Ma ci vogliono istituzioni in grado di applicare regole uniformi e valide per tutti. Come unÂ’autorità di controllo europea, in grado di garantire la vigilanza sul rispetto di norme condivise nell’attività dei fondi e la verifica indipendente sulla effettiva esistenza di condizioni di reciprocità.

MA IL DATO NON VA ESTORTO

La Corte dei conti contesta all’Istat di non aver mai applicato una norma che prevede multe per chi non risponde ai suoi questionari. Ma si tratta di una disposizione gravemente intrusiva della privacy. Non solo: non contribuisce a ottenere dai cittadini risposte attendibili, minando la qualità delle indagini. Oltretutto la sua applicazione costerebbe all’Istituto o all’erario circa 10 milioni di euro l’anno. Bene ha fatto il governo a intervenire con un decreto che ha anche effetti retroattivi. E che ora deve essere convertito in legge.

Dove volano le tasse di Alitalia

Nella vicenda Alitalia e della sua possibile cessione ad Air France bisogna tener conto anche degli aspetti fiscali. Perché dopo la ristrutturazione la compagnia tornerà probabilmente a creare valore. La convenzione Ocse contro le doppie imposizioni dispone che la tassazione avvenga solo nel luogo in cui è localizzata la sede di direzione effettiva. Oggi è ovviamente l’Italia, ma domani? Il ministero dell’Economia deve pretendere adeguate garanzie in merito. Magari prendendo esempio dal governo olandese, che ha fatto bene i conti prima dell’accordo per Klm.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Che non si possano separare in vitro la politica e la gestione della sanità è riflessione condivisa da quasi tutti gli interventi, sebbene sia molto differente la valutazione che ne deriva: per taluni dei commentatori è una commistione comunque dannosa, per altri è tale solo laddove la politica è una cattiva politica. La necessità che mi pare significativo mettere in luce nel dibattito attuale è un
chiarimento sulle forme e sulle quote di responsabilità che spettano, appunto, alla politica e alla gestione. Pochi brevi esempi possono essere utili per illustrare il continuum tra decisione politica e decisione gestionale:
1) organizzare il servizio sanitario di una  regione attorno ad un forte baricentro pubblico vs un’organizzazione che apre al massimo grado ai privati è una scelta prettamente politica;
2) la recente decisione della Regione Veneto di rendere facoltativi alcuni vaccini deve spettare anch’essa alla politica, sebbene sulla base di evidenze fornite dal mondo scientifico;
3) la scelta sull’organizzazione logistico – territoriale di una azienda sanitaria spetta al suo management, avendo presente gli indirizzi regionali in materia;
4) la scelta sullo sviluppo del personale interno a un’azienda o sugli acquisti di fattori produttivi e tecnologie spetta al management, semmai ascoltati i suoi tecnici di settore.
La valutazione di questi quattro comportamenti cambia in base al coinvolgimento della politica nella decisione. È importante che questa distinzione sia netta, perché solo se la politica non si occupa della gestione (i punti 3 e 4) è legittimata a valutarla e ad assumere comportamenti conseguenti; quando la politica invade il campo della gestione, la valutazione diventa difficile, opaca. L’esempio è proprio quella del medico, capace ma vicino all’assessore: più capace o più vicino all’assessore? Difficile giudicarlo.
Certo rimangono aree di decisioni intermedie e condivise (il punto 2) e mai sarà possibile separare totalmente i due ambiti. Ma operare un chiarimento sul lato della gestione è materialmente possibile e opportuno.

RICCARDO ROVELLI COMMENTA L’INTERVENTO DI VITO TANZI

Concordo con Vito Tanzi che “non c’è un solo modello europeo o sistema di protezione sociale”.
Aggiungo anzi che la malintesa idea che l’UE dovesse farsi carico di promuovere un “modello sociale europeo” è all’origine di svariati equivoci, e in parte anche di un’eccessiva acrimonia nei confronti della (ormai superata) “Proposta di una costituzione per l’Europa”.
Ed è giusto chiederci, con Tanzi “se nei prossimi anni gli attuali modelli europei di protezione sociale potranno sopravvivere senza che ciò significhi un serio danno per le economie europee.”
Ma cosa ne consegue, in positivo?

Tanzi evidenzia un obiettivo, anche questo del tutto condivisibile: “Bisogna riuscire a studiare e introdurre moderne reti di protezione sociale che ottengano obiettivi non dissimili da quelli raggiunti dai migliori sistemi europei, ma che lo facciano in modo più efficiente e più ‘amico del mercato’.”
Tuttavia, ci ricorda anche un pesante vincolo: “l’Unione Europea non riuscirà a divenire ‘l’economia più competitiva del mondo’ senza ridurre significativamente i livelli di tassazione”.
A questo punto, rimango un po’ perplesso.  Da un lato vogliamo un sistema di protezione più inclusivo è  più amico del mercato, ossia più indirizzato a incentivare alti livelli di occupazione (questo è, tra l’alto, uno dei principali obiettivi della “strategia di Lisbona”) … ma dall’altro vogliamo un sistema che costi di meno e consenta di ridurre i livelli di tassazione. Non sarà che vogliamo la quadratura del cerchio?
In effetti è proprio così! Come mostra un recente studio (dal quale ho tratto la Figura sotto riprodotta) c’è una correlazione piuttosto elevata, all’interno dell’UE, fra il tasso di occupazione di un paese e la spesa nelle politiche volte al mercato del lavoro (in percentuale del PIL).

Spese in politiche del lavoro (%PIL) e Tasso di occupazione in 24 paesi UE (2005)

Fonte: R. Rovelli e R. Bruno, Labor Market Policies and Outcomes: Cross Country Evidence for the EU-27, IZA DP No. 3161, scaricabile da: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1036861

Fra i paesi che sembrano “sfuggire” a questa correlazione c’è il Regno Unito (uk): che tuttavia ottiene un elvato tasso di occupazione (ai livelli della Svezia) con un sistema di politiche del lavoro senz’alto poco costoso (meno di 0,7 % del PIL), ma al prezzo di un tasso di povertà relativa fra i peggiori d’Europa.
In effetti, in tutta l’Europa c’è solo la Repubblica Ceca che riesce a “spendere poco” nel mercato del lavoro e ad ottenere in cambio sia un tasso di occupazione “discreto” (il 65%) sia bassi indici di povertà relativa. 
Pur tenendo conto di questa e poche altre eccezioni, sembra assai difficile sfuggire alla regola per cui alti tassi di occupazione e di inclusione sociale costano molto: Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia e Germania spendono in politiche del lavoro fra il 2,5 ed il 4% del rispettivo PIL (l’Italia, tanto per dire, sta all’ 1,3%).
Né, i paesi che ho nominato, sembrano essere troppo penalizzati dai costi di queste politiche: tutti e cinque i paesi virtuosi hanno ampli surplus di conto corrente nella bilancia dei pagamenti, bilanci pubblici in ordine, mercati di borsa in rapida crescita (tranne la Svezia), e il loro PIL cresce più velocemente di quello italiano!
Il problema, in conclusione, mi sembra legato alla composizione e qualità della spesa per lo stato sociale. A paesi come l’Italia certo non servirebbe spendere di più e male. Ma neppure tagliare la spesa pubblica e basta sarebbe una soluzione. Bisognerebbe invece sostitituire interventi e spese che scoraggiano la partecipazione al mercato del lavoro con altri che effettivamente promuovano la flessibilità e la ricerca dell’impiego. Ma senza promuovere l’illusione che queste politiche non abbiano un costo elevato.

ASPETTANDO UN EURO PIU’ DEBOLE *

Oggi l’euro è forte, ma tornerà a deprezzarsi. Quando? Probabilmente, abbastanza presto. L’amministrazione Bush sembra correre ai ripari sul disavanzo pubblico. E con la crisi del mercato immobiliare le famiglie americane riscoprono il risparmio. Per accelerare l’indebolimento dell’euro, la Bce potrebbe abbassare i tassi d’interesse. Ma la Banca teme a ragione l’impatto dell’aumento del prezzo del petrolio sull’inflazione. Se la recessione si espande, però, la quotazione del greggio si abbasserà. E il provvedimento sarà di nuovo all’ordine del giorno.

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