DOMENICA 28 GIUGNO 2026

Lavoce.info

CHI SI RIVEDE AL CASELLO? IL MONOPOLISTA

Il sistema regolatorio del settore autostradale consegnatoci dal decreto 59 segna la fine di ogni aspirazione a un sistema incentivante ed è un insieme caotico di diversi regimi. Andrebbe rivisto dalle fondamenta. Serve un sistema di regole certe e trasparenti, che siano di garanzia per lo Stato e i consumatori, oggi la parte più debole, e per gli investitori. Serve una cultura istituzionale che le metta al riparo dagli attacchi a colpi di decreto, secondo le pressioni del momento. E serve un organismo indipendente che le applichi e vigili sulla loro osservanza.

QUELLA COMMISSIONE CHE NON PIACE AL GOVERNATORE

L’abolizione della commissione di massimo scoperto è tornata alla ribalta, riproposta dapprima dal ministro Bersani e ora dal Governatore della Banca d’Italia. Secondo il quale andrebbe sostituita con una commissione sul credito accordato. Quanto più prontamente, individualmente e con diverse modalità tecniche, le banche affronteranno il problema dell’incertezza dei fabbisogni finanziari dei clienti, tanto più si potrà dire che sono effettivamente migliorate le modalità di pricing dei prodotti e servizi offerti e le condizioni concorrenziali.

PER UNA PROPOSTA DI SHOPPING CONTRATTUALE

1. Le rigidità presenti nel mercato del lavoro determinano inefficienze nellÂ’allocazione dei fattori della produzione e, in ultima analisi, livelli occupazionali più bassi. Inoltre, l’adozione di basi salariali uniformi, in presenza di strutture dei costi difformi, oltre ad essere economicamente inefficiente, favorisce il consolidamento della grande impresa ed esclude dal mercato le nuove imprese o quelle minori.

2. Se tutto questo è vero, un assetto contrattuale efficiente per qualsiasi mercato del lavoro deve necessariamente evitare rigidità non strutturalmente indispensabili al funzionamento del sistema, al fine di favorire la diffusione di relazioni industriali appropriate e calate su ciascuna realtà produttiva, che hanno evidenziato la correlazione esistente tra grado di centralizzazione della contrattazione salariale e performance occupazionali, individuando nelle forme estreme (alta centralizzazione, bassa centralizzazione) gli assetti in grado di massimizzare il livello di occupazione.

3. Se, infatti, le rigidità non adattive impediscono lÂ’allocazione ottimale dei fattori della produzione, e livelli intermedi o livelli sovrapposti di centralizzazione della contrattazione salariale determinano tassi di disoccupazione maggiori, l’assetto ottimale potrebbe essere quello caratterizzato da una flessibilità sufficiente a favorire la spontanea adozione tra le parti del livello contrattuale ritenuto più appropriato per ogni singolo settore. Chiaramente, in assenza di una norma che imponga alle parti un determinato livello di centralizzazione, per gli assunti precedenti, nessuno si indirizzerà su una centralizzazione media di sottoccupazione ed inefficiente allocazione delle risorse, o se lo farà, ne subirà gli svantaggi modificando, nel futuro, il proprio comportamento.

4.    In altre parole, la riduzione delle rigidità al livello minimo necessario al funzionamento di un particolare mercato quale quello del lavoro, lungi dal ridurre la dialettica tra le parli, potrebbe, invece, incrementarla fino a giungere a favorire una sorta di "shopping contrattuale" con cadenza biennale o triennale, dove il primo passo negoziale (necessariamente nazionale) dovrebbe essere quello di accordarsi sull’unico livello ottimale di contrattazione (per un determinato periodo). In questo modo, in alcune realtà produttive potrà essere definito un livello contrattuale nazionale (alta centralizzazione), in altre un contratto aziendale (bassa centralizzazione). Chiaramente dovrà essere eliminata qualsiasi sovrapposizione tra livelli attraverso una sorta di gerarchia funzionale della prassi negoziale, lasciando comunque al livello di alta centralizzazione la trattazione dei macroaspetti del settore (la definizione del livello prescelto, la modulazione territoriale dei minimi salariali e le relative deroghe…), mentre a livello di medio bassa centralizzazione saranno destinate tutte le materie salariali, organizzative (orari), partecipative (profit sharing), previdenziali ecc.

5. Gli effetti positivi di una simile dinamica delle relazioni industriali sarebbero evidenti nel funzionamento del sistema produttivo già dai primi cicli di shopping contrattuale, ma il trascorrere del tempo ed il progressivo apprendimento cooperativo di entrambe le parti ne aumenterebbe costantemente la qualità, stabilizzando il sistema produttivo su livelli di efficienza via via sempre maggiori, al livello più alto di occupazione.

6. Gli accordi di luglio (3 luglio 1992 e 23 luglio 1993) potrebbero facilmente essere rivisti secondo le linee sopra esposte, in ragione, soprattutto, del venire meno dell’obiettivo disinflazionistico che era stato alla base di quegli accordi tripartiti.

7. Il livello nazionale di contrattazione potrebbe restare con la funzione di macroregolazione di settore, ma senza valenze salariali (verrebbero meno i meccanismi di regolazione salariale in ragione dell’inflazione programmata, coincidendo questa con l’inflazione effettiva e con tale semplificazione non avrebbero più senso i recuperi), se non un eventuale utilizzo della clausola della scala mobile carsica in caso di patologica assenza di contrattazione di secondo livello. Quest’ultima (a livello variabile, come abbiamo visto), dovrebbe essere l’unico vero strumento di distribuzione efficiente dei guadagni di produttività (sia nella versione baumoliana che in quella kaldoriana) a fini di efficienza e di massimizzazione dell’occupazione. Su questa base il secondo livello di contrattazione andrebbe premiato e favorito in tutti i modi (in quanto capace di ottimizzare crescita e occupazione) attraverso legislazioni di sostegno (penalizzazione in tema di incentivi per quelle aziende e quei fattori che non realizzassero fisiologicamente la contrattazione), incentivi fiscali e parafiscali ad aziende e fattori efficienti ed innovativi nell’applicare le nuove relazioni industriali.

8. In questo modo la contrattazione di secondo livello aumenterebbe progressivamente (in uno o due cicli negoziali) nella sua capacità di copertura dell’intero mondo aziendale, in una sorta di sincronica complementarizzazione rispetto al venire meno del ruolo salariale della contrattazione nazionale.

9. Autoregolazione, autorganizzazione, apprendimento, adattamento continuo rispetto ai segnali provenienti dal cambiamento tecnologico e dal ciclo economico dovrebbero essere le linee guida del nuovo percorso di relazioni industriali nel nostro Paese.

TRE PROBLEMI PER IL NUCLEARE

Dopo l’improvviso annuncio del ritorno al nucleare, èopportuno ragionare quantomeno sugli assetti proprietari di questa industria, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili e sulla redditività degli impianti. Cerchiamo di farlo guardando alle scelte di Regno Unito, Francia e Finlandia, che nei venti anni di rinuncia del nostro paese hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l’energia nucleare. Esempi che possono aiutarci a evitare una impervia via italiana al nucleare.

W LA GERMANIA

LE CONSIDERAZIONI FINALI

Ogni anno a fine Maggio,
ci considera il gran saggio,
che là in Roma, all’azionario,
pur pacato, è duro il Mario.

Noi non siamo produttivi,
del competere siam schivi
e nel pubblico servizio
di sprecare abbiamo il vizio!

Il Prodotto stenta e arranca,
la domanda perman stanca,
alta ha il fisco la pressione,
più di tutti nell’Unione,

ed in busta il salariato
si ritrova dimezzato,
giacché il costo del paniere
insensibile è al calmiere.

Sta la scuola in gran ritardo
obsoleto è anche il goliardo,
la ricerca va svegliata
perchè ormai s’è appisolata.

Pure il merito scompare
e chi vuol darsi da fare,
avrà vita sempre dura,
contro la nomenclatura.

Passa gli anni in precariato
ed invecchia il diplomato,
mentre il fiacco dipendente
troppo presto è quiescente.

Son carenti le strutture,
troppe leggi e spesso oscure,
c’è un problem di sicurezza,
mentre abbonda la monnezza

Dice Draghi, si va male,
lento marcia lo stivale,
dovrà correre con foga
che sennò nel mare affoga.

Qui ci vuole uno spintone:
spingi forte oh Berluscone!

RITRATTO D’ITALIA CON IMMIGRATO (*)

Il Rapporto annuale Istat certifica una forte crescita degli stranieri residenti in Italia nel 2007: sono ormai il 5,8 per cento della popolazione. Una bella fetta dell’incremento si deve all’iscrizione alle anagrafi di circa 300mila rumeni. E certo si sviluppano forme di mobilità circolare, con l’alternarsi di periodi di soggiorno nel paese d’emigrazione e in quello di immigrazione. Ma forse dovremmo chiederci se possiamo continuare ad affrontare i nostri tanti problemi strutturali facendo leva quasi esclusivamente sull’immigrazione.

L’INFRASTRUTTURA NON FA LO SVILUPPO

Si dice spesso che gli investimenti in infrastrutture di trasporto stimolino lo sviluppo economico e la competitività di un territorio. Ma la connessione è molto più problematica e incerta di quanto si pensi. Anche per la rilevanza dei fondi richiesti alla realizzazione delle opere. Per questo va ben valutato quali siano quelle da privilegiare. Soprattutto, gli investimenti devono essere coerenti tra di loro e con l’insieme delle politiche di trasporto adottate. E vanno esplicitati gli obiettivi che si vogliono raggiungere in termini di distribuzione modale.

IL CONCORSO CHE VISSE DUE VOLTE

Nel lontano 2002 l’università di Messina bandisce un concorso per professore di prima fascia in Statistica economica. Di cui si perde traccia, grazie a due commissioni giudicatrici che si succedono senza concludere i lavori. Ora, sta per essere eletta la terza. Chiamata a giudicare i pochi candidati superstiti sulla base di pubblicazioni di sei anni fa. Perché semplicemente l’ateneo non emana un nuovo bando per lo stesso posto? La scelta avrebbe l’evidente vantaggio di consentire la partecipazione di tutti gli interessati di oggi, e con una produzione scientifica aggiornata.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Cerco di fornire alcune risposte agli spunti più interessanti proposti dai gentili lettori. L’azzeccata metafora dell’ISEE nel sistema italiano
come una scala a pioli su una barca a vela mi consente di dire che il messaggio che intendo proporre è proprio quello di fare in modo che
sulla barca della politica sociale italiana l’ISEE sia non un attrezzo inutile, se non addirittura pericoloso, ma l’albero maestro
dell’imbarcazione (non sono un uomo di mare, ma spero che il senso del discorso sia chiaro).

1. Sulla veridicità dei dati e sui controlli. Uno dei limiti dell’ISEE è la scarsa deterrenza dei controlli e l’impossibilità tecnica per l’ente
gestore della dichiarazione (l’INPS) di verificare la veridicità delle dichiarazioni. La Finanziaria 2008 ha tentato di ovviare a questo limite
prevedendo che d’ora in poi sia lÂ’Agenzia delle Entrate a calcolare lÂ’ISEE, sulla base di quanto dichiarato dal soggetto richiedente e dei
dati presenti nel sistema informativo dell’Anagrafe tributaria. Tale innovazione permetterà, mediante incrocio dei dati, di rilevare
eventuali omissioni o difformità in relazione a quanto dichiarato dal richiedente. Nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate rilevasse
specifiche omissioni o differenze relativamente ai dati del patrimonio mobiliare, potrà formulare richieste di notizie al richiedente e invierà
alla Guardia di Finanza gli elenchi dei soggetti che presenteranno divergenze nella consistenza del patrimonio mobiliare. La Guardia di
Finanza, tra l’altro, sarà tenuta a destinare, nellÂ’ambito della propria programmazione di contrasto allÂ’evasione, una quota di risorse per
effettuare verifiche sui nuclei familiari di chi richiede prestazioni agevolate. Queste innovazioni potrebbero ridurre – il condizionale è
d’obbligo – i problemi di scarsa veridicità dello strumento ISEE.

2. Sulla possibilità di lasciare alle singole amministrazioni la possibilità di modificare gli algoritmi di calcolo: la prima versione
dell’ISEE lasciava ampi spazi di manovra su questo; dal 2000 si è provveduto però ad eliminare la possibilità di "personalizzazioni".
Anche se l’impianto legislativo su cui si sorreggono le poltiche sociali e quindi l’ISEE (essenzialmente gli articoli 9 e 25 della legge 328/00 e il nuovo articolo 117 della Costituzione) induce a interpretazioni divergenti sulla natura nazionale o locale dell’ISEE, personalmente propendo per un unico metodo di calcolo nazionale, in quanto l’ISEE è di ausilio alle politiche assistenziali, le quali sono una componente fondamentale del disegno redistributivo operato in uno Stato. E la redistribuzione – su questo la teoria economica è quasi unanime – rientra tra le competenze del governo centrale.

3. Sui livelli di compartecipazione ai costi dei servizi determinati dall’ISEE. Può accadere, come ci descrive un lettore, che il livello di
tariffazione richiesto a seguito di dichiarazione ISEE venga percepito come socialmente iniquo. Ma in questo caso il problema non è l’ISEE e come viene calcolato, bensì come viene utilizzato (e con quali vincoli di bilancio) dagli enti erogatori delle prestazioni sociali.

4. Il problema delle scelte di risparmio e di consumo dei singoli cittadini, sollevato da un lettore con un esempio efficace è di non poco
conto. Affrontare il problema nella sua interezza ci porterebbe lontano. Brevemente però, porre maggiore attenzione sul risparmio pone problemi enormi nella gestione del flusso delle informazioni; inoltre ciò penalizzerebbe maggiormente quegli individui il cui risparmio è una
quota ridotta del reddito: per esempio gli anziani, o le persone a basso reddito, cioè quelle che dovrebbero essere maggiormente tutelate da una prova dei mezzi come l’ISEE.

5. Sulla relazione tra ISEE e imposte sul reddito personale, animatamente sollevata da un altro lettore, occorre sottolineare come
l’ISEE abbia la finalità di selezionare i beneficiari delle prestazioni sociali o determinare la loro compartecipazione al costo dei servizi. Le
imposte sul reddito hanno lo scopo principale di ripartire il carico fiscale sulla base del principio della capacità contributiva, oltre che
tutelare situazioni e incentivare comportamenti ritenuti meritevoli dal legislatore. Il riordino della disciplina IRPEF è quindi
indipendentemente dal funzionamento dell’ISEE: a generare fantasmi e mostri, più che l’inesperienza dell’autore e la sua presunta voglia di resuscitare morti, è l’incapacità di distinguere tra due strumenti diversi e senza alcuna relazione l’uno con l’altro.

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