GIOVEDì 23 APRILE 2026

Lavoce.info

INFRASTRUTTURE SENZA ECONOMIA

Contrastare la crisi anche attraverso il finanziamento di infrastrutture? L’esperienza insegna che per la realizzazione di opere utili, in tempi brevi e con costi certi, va riqualificata la spesa statale. Serve una logica di risultato e non di processo, con una chiara individuazione degli obiettivi dei diversi programmi di spesa e dei risultati attesi. E una adeguata definizione e quantificazione degli indicatori per misurarli. Non basta stanziare le risorse finanziarie, occorre modificare alcuni aspetti procedurali e superare incertezze e carenze informative.

POTERI SULLA BILANCIA

La Costituzione consente al Governo di adottare provvedimenti provvisori con forza di legge in casi straordinari di necessità e urgenza. Affida al Capo dello Stato un potere di controllo e di veto sospensivo, al Parlamento la decisione definitiva e alla Corte costituzionale il compito di sindacarne la costituzionalità, dopo la conversione in legge. Il sistema è ispirato a equilibrio e saggezza e non sembra esserci l’esigenza di ripensarlo. Semmai si potrebbe prevedere una ulteriore limitazione del potere di decretazione: la prassi ha mostrato più tendenze all’abuso che limiti eccessivi al suo impiego.

PIU’ CONCILIAZIONE PER LA GIUSTIZIA-LUMACA *

Per ottenere il recupero di un credito in Italia ci vogliono in media 1.210 giorni. Si tratta di un vero e proprio collo di bottiglia per l’economia e la competitività del paese. Gli organismi di conciliazione possono avere un ruolo importante nel miglioramento dell’efficienza della giustizia civile. Le soluzioni legislative dovrebbero quindi viaggiare su un doppio binario: rafforzare la qualità della conciliazione amministrata e introdurre il ricorso preventivo a questo strumento come condizione di procedibilità, almeno per alcune tipologie di controversie.

COME CAMBIA LA CONTRATTAZIONE

Il nuovo accordo quadro sulle regole della contrattazione comporta un conto salato per il resto dei contribuenti e per i lavoratori una copertura contro l’inflazione inferiore rispetto al vecchio modello. E non è affatto detto che, attraverso la sua applicazione, si sviluppi la contrattazione di secondo livello. Proponiamo qui una soluzione che ha il pregio di non confondere la copertura contro l’inflazione con la ricerca di un legame più stretto fra salario e produttività. Perché sono due problemi diversi che vanno affrontati con strumenti diversi.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti. La maggior parte dei commenti solleva i seguenti punti, strettamente connessi tra loro:
1- Perché il lavoro si concentra sull’andamento del tasso di criminalità complessivo anziché sulla (maggiore) propensione al crimine dei cittadini stranieri che emerge dalle statistiche sulla popolazione carceraria?
2- Come si concilia il risultato principale della nostra analisi, e cioè che l’aumento dei flussi migratori non abbia portato ad un aumento significativo del crimine in Italia, con la maggiore incidenza dei cittadini stranieri (rispetto a quelli italiani) sul totale della popolazione carceraria?

In questa risposta provo a chiarire la nostra scelta riguardo alla variabile di interesse (punto 1.) e suggerisco alcune ipotesi che possono riconciliare i nostri risultati con gli alti tassi di incarcerazione osservati tra la popolazione straniera (punto 2.).
Relativamente al primo punto, abbiamo scelto SI–>DI studiare l’effetto dell’immigrazione sul tasso di criminalità complessivo perché ci sembra quello maggiormente rilevante ai fini delle politiche sulla sicurezza, in quanto i costi sociali ed economici del crimine non dipendono dalla nazionalità di chi lo commette. L’incidenza degli stranieri sulla popolazione carceraria è, in prima approssimazione, un’informazione potenzialmente utile per determinare quanta parte di tali costi è attribuibile all’immigrazione; tuttavia, può essere fuorviante se la variazione delle condanne a carico di cittadini stranieri non implica necessariamente una variazione di pari entità (o quantomeno proporzionale) dei crimini totali.
Questo è un punto cruciale, che ci porta direttamente al secondo quesito: come è possibile che gli stranieri si caratterizzino per una maggiore probabilità di finire in carcere e, allo stesso tempo, un’intensificazione dei flussi migratori non si traduca in un aumento del tasso di criminalità complessivo? A questo proposito, è doveroso ribadire che il nostro lavoro non analizza in dettaglio le cause della diversa propensione al crimine dei cittadini stranieri e italiani, quindi quelli che seguono sono solo alcuni spunti di riflessione (la maggior parte dei quali, peraltro, già suggeriti in alcuni commenti al nostro articolo).
In primo luogo, confrontare la propensione al crimine di due gruppi sulla base della loro incidenza sul totale della popolazione carceraria richiede quantomeno che, a parità di altre condizioni, la probabilità di essere incarcerati dato che si è commesso un crimine sia la stessa tra i due gruppi. Tale condizione può essere violata quando si confrontano cittadini stranieri e italiani per diverse ragioni. La più importante (ma ce ne sono altre) è che differenze reali tra i due gruppi in termini di propensione al crimine potrebbero essere notevolmente amplificate dalla discriminazione statistica nei controlli. Con tale termine ci si riferisce ad una discriminazione che non è motivata da avversione verso un determinato gruppo (in questo caso gli immigrati) ma piuttosto dal fatto che, se tale gruppo è maggiormente a rischio di commettere crimini e se i suoi appartenenti sono chiaramente riconoscibili (per esempio sulla base dei tratti somatici), è razionale ed efficiente concentrare i controlli su quel gruppo. Ne discende che differenze nei tassi di incarcerazione riflettono disporporzionatamente le effettive differenze nella propensione al crimine.
Un esempio può essere utile per chiarire questo punto. Immaginiamo che la popolazione sia composta da 50 individui di tipo A e da 50 di tipo B, e che per ogni reato commesso l’autorità di pubblica sicurezza possa indagare su un solo individuo. La reale propensione al crimine (intesa come probabilità di commettere un reato) è uguale all’1% per gli A e all’1,1% per i B. A parità di altre condizioni, dovendo scegliere se controllare un A o un B, l’autorità di pubblica sicurezza sceglierà (razionalmente ed efficientemente) di controllare sempre il B, perché ha una maggiore probabilità rispetto all’A di essere colpevole. Ne consegue che i B (qualora vengano ritenuti colpevoli) saranno gli unici ad andare in carcere; un’incidenza leggermente superiore al 50% nel numero reale di crimini commessi (1,1/2,1=52%) si è trasformata in un’incidenza del 100% sulla popolazione carceraria.
Questo esempio rappresenta ovviamente un caso limite, ma chiarisce come, in linea di principio, la significativa ricomposizione della popolazione carceraria potrebbe essere determinata da una propensione al crimine degli immigrati lievemente maggiore, ma di per sé insufficiente a muovere significativamente il tasso di criminalità. Si noti, a questo proposito, che la componente regolare dell’immigrazione rappresenta circa il 6% della popolazione residente e un’analoga percentuale degli individui denunciati. La maggiore incidenza degli stranieri sulla popolazione carceraria è dunque dovuta esclusivamente alla presenza irregolare, la cui incidenza sul totale della popolazione residente è ovviamente difficilmente quantificabile. Tuttavia, le stime effettuate sulla base delle domande di regolarizzazione suggeriscono un limite massimo inferiore al 30% della popolazione straniera, quindi inferiore al 3% del totale della popolazione residente in Italia; numeri senz’altro rilevanti, ma probabilmente insufficienti a muovere il tasso di criminalità aggregato, anche in presenza di un’effettiva maggior pericolosità degli immigrati irregolari rispetto al resto della popolazione.
Infine, un ulteriore elemento che, in linea di principio, può riconciliare la maggiore incidenza degli stranieri sulla popolazione carceraria con l’assenza di effetti significativi sul tasso di criminalità complessivo, è la relazione tra immigrazione e propensione al crimine dei cittadini italiani. Analogamente a quanto avviene talvolta in alcuni segmenti del mercato del lavoro "ufficiale", anche nel settore illegale la maggiore partecipazione (e competizione) degli immigrati può diminuire i guadagni degli altri individui (italiani), inducendoli ad abbandonare tali attività. Se questo avviene, l’attività criminale degli stranieri si sostituisce a quella degli italiani, determinando una maggiore incidenza DEGLI–>DEI primi sul totale dei crimini commessi (e quindi sul totale della popolazione carceraria) senza che ciò abbia effetti rilevanti sul tasso di criminalità aggregato.

LA CRISI AMERICANA RISPARMIA LE DONNE?

Gli ultimi dati del mercato del lavoro statunitense mostrano che più dell’80 delle perdite di posti di lavoro hanno riguardato gli uomini. Gli uomini infatti sono  prevalentemente occupati in settori più colpiti dalla crisi (manifattura, costruzioni, auto),  mentre le donne sono impiegate prevalentemente nei servizi e quindi meno sensibili ai boom e alle recessioni. In recessione il numero di famiglie in cui il principale procacciatore di reddito è una donna è destinato a salire. Secondo le stime dell’economista Casey Mulligan la percentuale di donne nella forza lavoro è aumentata di cinque punti percentuali anche nelle due precedenti recessioni (1990-1991 e 2001) incrementi superiori a quanto avvenuti negli anni tra le recessioni. Se si proiettano simili incrementi per i mesi futuri, le donne, che sono oggi il 49,1 della forza lavoro secondo i dati BLS (Bureau of Labor Statistics), diventeranno piu del 50 per cento della forza lavoro sorpassando per la prima volta la proporzione maschile. Tuttavia questo possibile traguardo storico può implicare famiglie più fragili e povere. Va ricordato che gli alti tassi di occupazione delle donne in USA riguardano in gran parte lavori part time, spesso non coperti da copertura previdenziale e i cui guadagni medi sono comunque inferiori a quelli maschili anche a parità di orario (circa l’80% ). Inoltre a meno che i padri decidano di cambiare radicalmente il loro comportamento nella divisione dei ruoli familiari e sostituirsi in gran parte al lavoro delle donne in casa, le difficoltà saranno insormontabili in un welfare state che offre ben poco aiuto alle donne che lavorano e che hanno lavori di cura.

UNA SIGNORA DI OTTANT’ANNI FA

Traggo dalla mia giacca il portafoglio,
che tra le dita sento un pò legger.
Vi guardo dentro ed alzo un sopracciglio,
sobbalza il cuore ma…non è un piacer.
Torna il ricordo di una verde età:
quella signora di ottant’anni fa.

Nel millenovecentoventinove,
vestita come…non ricordo più,
madama crisi apparve in ogni dove
e lasciò in brache tanta gioventù.
Ricordo gli occhi bui di molta gente
nel fare file a chiederle un favor,
mentre chiudean le banche ogni battente
perchè i risparmi ormai eran…vapor.

Dicemmo:” Questo lo ricorderemo
e certi errori non faremo più;
ci danni il ciel se ancor speculeremo
per far schizzare i prezzi ognor più su.
Quanto la gamba noi faremo i passi
e ci contenterem di ciò che abbiam,
così staranno fermi pure i tassi
e il debito pregresso cancelliam”.

Ma or che siamo nel duemilanove
quella signora a noi appare ancor;
ci vuol portare…non capisco dove,
come se fosse il cuor quello di allor.
Signora non le pare d’esser vecchia ?
Cerchi di contenersi e arretri un po’ !
La vita è bella e ne vogliam parecchia,
pagar quel che lei vuole…non si può.

LA DISINFORMAZIONE

Repubblica del 5 febbraio riporta le dichiarazioni del Presidente Berlusconi sulle azioni del suo governo per arginare la crisi finanziaria. "Un governo che si è mosso subito e per primo… Sono stato il primo il 10 ottobre ad annunciare agli italiani che non avrebbero dovuto avere timore per i depositi che avevano nelle banche e a mettere la garanzia dello Stato contro il loro fallimento: questa nostra iniziativa è stata poi esportata in Europa… Sono riuscito a convincere Bush e i suoi collaboratori, inerti di fronte al fallimento della Lehman Brothers, che lo Stato doveva intervenire. La prima idea, la prima iniziativa, il primo spunto abbiamo l’orgoglio di dire che è venuto da noi". Giusto orgoglio, condividiamo. Ma quello che è incomprensibile è che di questa leadership mondiale non vi è traccia sulla stampa internazionale. Su Google è facile trovare link che parlano del piano Paulson (il Tarp, cioè lÂ’acquisto degli asset "tossici"), del piano Brown (la ricapitalizzazione delle banche) o del piano Zingales (il debt-for-equity swap). Ma quando si parla di piano Berlusconi ci si riferisce al massimo al salvataggio di Alitalia. Peggio ancora, il 13 ottobre scorso, appena tre giorni dopo che Berlusconi aveva indicato al mondo la via di salvezza, i media britannici (anche quelli tradizionalmente legati ai conservatori) attribuivano il ruolo di leader e modello al loro premier, Gordon Brown.
E’ chiaro che qua ci sono solo due possibili spiegazioni. La prima è l’eccessiva modestia del nostro primo ministro, il quale ha dato di nascosto le idee giuste ai leader mondiali che le hanno fatte proprie senza ringraziarlo e citarlo. La seconda è che siamo invece di fronte ad un caso clamoroso di disinformazione. Dei media internazionali, ovviamente. Fanno dunque bene i media italiani a dare ampio risalto al Silvio’s plan.

L’ITALIA NELL’UNIONE MONETARIA *

 

Uno sguardo agli ultimi dieci anni mostra che l’esperienza dell’Italia nell’Unione monetaria non è stata univoca. L’euro è spesso utilizzato come capro espiatorio per spiegare l’andamento non soddisfacente dell’economia italiana, ma una valutazione complessiva di come sarebbero andate le cose con l’Italia fuori dell’euro, molto probabilmente porterebbe a concludere che i benefici correlati all’Unione monetaria, in termini di un ambiente macroeconomico e finanziario stabile, superano di gran lunga i costi della perdita dell’autonomia di politica monetaria. Gli scarsi risultati economici dell’Italia derivano da politiche economiche non appropriate a livello nazionale, che non hanno saputo cogliere appieno le opportunità offerte dalla partecipazione all’Unione monetaria.

IL PROBLEMA DELLA PRODUTTIVITÀ

È opinione condivisa che il problema principale dell’economia italiana nello scorso decennio sia stato il notevole e protratto differenziale di crescita potenziale rispetto agli altri paesi dell’area euro, nell’ordine di 0,75 punti percentuali all’anno, ovvero appena sopra l’1,25 per cento dell’Italia contro il 2 per cento dell’area euro. La diagnosi per questa malattia è ancora in gran parte simile a quella raggiunta in un’analisi dell’economia italiana pubblicata dalla Commissione europea nel 1999. Solo rispetto a una delle specifiche debolezze emerse all’epoca si sono registrati notevoli progressi: l’incapacità dell’Italia di sfruttare appieno il suo potenziale di lavoro. Anche se la crescita del paese può essere stata insoddisfacente, risultati decisamente migliori si sono ottenuti in termini di creazione di posti di lavoro, grazie tra l’altro alle riforme che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro, in particolare per ciò che riguarda le nuove assunzioni.
Sfortunatamente, il rovescio della medaglia è stato un significativo rallentamento della produttività, con una crescita della produzione oraria scesa dall’1,5 per cento annuo in media nel periodo 1992-98 ad appena lo 0,5 per cento nel periodo 1999-2008. Il positivo andamento dell’occupazione potrebbe essere all’origine del rallentamento della produttività del lavoro, almeno nel breve periodo. Tuttavia, l’evidenza empirica dimostra che il principale colpevole è stato l’acuto e prolungato rallentamento della crescita della produttività totale dei fattori (Tfp).
Si tratta di una componente della crescita economica generalmente associata a un utilizzo più produttivo dei fattori di produzione, ottenuto riallocando risorse verso settori e attività ad alta crescita e assorbendone ogni debolezza, sfruttando meglio le economie di scala e innovando di più. Difficilmente il rallentamento della produttività dei fattori in Italia può essere attribuito alla moneta unica: al contrario, avrebbe dovuto contribuire a rilanciarla, imponendo mercati meglio funzionanti e una più forte competizione. Al massimo, si può sostenere che il nuovo ambiente indotto dall’euro ha portato alla luce le debolezze strutturali che stanno alla base del fenomeno. (…)
Il brusco calo dei premi per il rischio innescati dalla partecipazione all’area euro, del quale l’Italia ha beneficiato in misura maggiore della media dei paesi dell’area, ha agito come un temporaneo shock positivo sul lato della domanda. Sul lato dell’offerta, la decelerazione della Tfp è stata compensata dalla più elevata accumulazione di lavoro, lasciando la crescita potenziale sostanzialmente immutata. L’Italia ha registrato anche una sostenuta perdita di competitività sul piano delle esportazioni, dovuta alla repentina decelerazione della produttività e al rapido aumento della concorrenza dei paesi esportatori a bassi salari. Sebbene quest’ultimo sia in linea di principio uno shock che ha interessato tutta l’area euro, ha avuto un effetto decisamente asimmetrico sull’economia italiana, a causa della particolare specializzazione commerciale del nostro paese. La perdita di competitività esterna si è trasformata in un contributo negativo delle esportazioni nette alla crescita, accentuando così il divario di crescita con gli altri paesi dell’area euro. (…)

LE OCCASIONI MANCATE DELLA FINANZA PUBBLICA

Quanto alle finanze pubbliche, la storia dei primi dieci anni dell’Italia con l’euro è sostanzialmente una storia di occasioni mancate. Nel periodo di rincorsa all’euro, è stato realizzato un imponente consolidamento fiscale e sono state varate importanti riforme che miravano a contenere il debito pensionistico, in modo da garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche nel lungo periodo. Ma una volta esaurita la “carota” della partecipazione all’area euro, si è fatto fatica a proseguire nel consolidamento. Così il “dividendo” dell’euro in termini di minore spesa per interessi non è stato utilizzato per creare e mantenere una situazione di bilancio propedeutica a finanze pubbliche solide. Né il periodo di crescita sostenuta degli anni intorno al volgere del secolo è stato utilizzato per realizzare un aggiustamento strutturale anticiclico del bilancio. E poiché la crescita potenziale non è aumentata come previsto dal governo, il deficit è tornato a crescere e ha superato il tetto del 3 per cento imposto dal Trattato già nel 2001. È stato poi riportato entro i limiti nel 2006-2007 solo grazie a un aggiustamento essenzialmente basato sulle entrate, attuato sotto il “bastone” della procedura per disavanzo eccessivo.

RIFORME STRUTTURALI

La rincorsa all’euro è stata caratterizzata da passi significativi verso la riforma del mercato del lavoro, la liberalizzazione di settori protetti, la privatizzazione delle aziende di Stato e la rimozione dell’eccesso di regolamentazione. Nel mercato del lavoro, il processo di riforma è iniziato con l’accordo del luglio 1993 sulla politica dei redditi, che ha contribuito efficacemente alla moderazione salariale e alla riduzione strutturale dell’inflazione in Italia. Dal 1997 sono state avviate altre riforme che mirano alla flessibilità dei contratti di lavoro dei nuovi assunti, riducendo così significativamente i costi al margine dell’assunzione e del licenziamento. Risultati molto importanti sono stati raggiunti nella riduzione del ruolo diretto dello Stato nell’economia e la riforma delle norme sulla governance societaria è stata un deciso passo avanti nella modernizzazione e nella liberalizzazione del sistema economico. Nel periodo successivo all’adozione dell’euro, tuttavia, la spinta verso le riforme strutturali è diminuita, probabilmente anche perché il “bonus della convergenza monetaria” rappresentato dal calo del premio per il rischio ha ridotto l’urgenza dell’aggiustamento. Con due importanti eccezioni: il mercato del lavoro, nel quale il processo di riforma è stato portato avanti con la cosiddetta legge Biagi, e il settore finanziario, dove la Banca d’Italia ha promosso serie riforme della regolamentazione che hanno prodotto una maggiore contendibilità nel sistema. In altri settori, molte riforme si sono fermate allo stadio iniziale, per esempio la riforma della pubblica amministrazione, oppure si è seguito un approccio frammentario e non complessivo, come nel processo di liberalizzazione dei mercati dei servizi e dei prodotti nel 2006-07. Quanto alla sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche, il risultato della riforma non è stato univoco: per esempio, nel processo di riforma del sistema pensionistico si è registrato qualche passo indietro.

* Il testo è un estratto del libro di Marco Buti Italy in Emu: The Challenges of Adjustment and Growth, 2009, Palgrave MacMillan, riprodotto per gentile concessione di Palgrave MacMillan – www.palgrave.com.

PER RICCARDO FAINI, ECONOMISTA GENTILUOMO

Carlo Azeglio Ciampi ha dedicato a Riccardo Faini l’introduzione scritta per il libro di Marco Buti “Italy in Emu: The Challenges of Adjustment and Growth”, appena pubblicato da Palgrave MacMillan. Il Presidente emerito della Repubblica ripercorre in queste righe la “collaborazione assai feconda, sul piano professionale quanto su quello umano” instaurata con Riccardo fin dal 1995. Ne proponiamo il testo ai nostri lettori, insieme a un estratto del volume di Buti.

Pagina 1104 di 1414

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén