logo


Rispondi a La redazione Annulla risposta

1500

  1. Sonia Morganti Rispondi
    Iniziamo da me. a 13 anni, quando mi sono trovata a scegliere la scuola superiore, non sapevo nulla di un mondo del lavoro in evoluzione troppo veloce perchè anche gli "informatissimi" potessero darmi un consglio valido. Figlia di due maestri, consigliata anche dai professori, vado a fare il Liceo Classico. Mi appassiono di vita civile, e mi metto a studiare legge. Finisco in 4 anni, con 108/110 e tanta amarezza: le porte che semberavano spalancate quando ero sotto esame si sono chiuse man mano che arrivavo alla laurea. Mi tiro su le maniche, sono sempre stata autonoma. Mi trasferisco a Roma, mio padre resta invalido, attraverso la depressione, la metto in un cassetto e lavoro, tanto. Vendo contratti assicurativi porta a porta, non pagata. Vendo abbonamenti a riviste di poesia al telefono, corsi di inglese e di informatica sempre al telefono, recupero credti e non vedo un soldo, poi la pace di lavorare per 6 mesi come collaboratrice per un avvocato, e il massimo stipendio mai avuto: 500€.Un sogno per me. Poi riprende la via crucis: telemarketing, volantinaggio. Esasperata vado a fare le pulizie per un ufficio, da cui mi han mandata via 10 giorni fa. Non ho mai detto, come sostengono alcuni commentatori, che sono laureata e non voglio sporcarmi le mani. Mi sono distrutta il fegato, più che altro, e odio dover chiedere a mio padre parte della pensione di invalidità perchè non riesco a pagarmi l'affitto. Mi chiedo che via d'uscita ci sia. Non faccio la preziosa, ma se mi candido per lavori da diplomata mi dicono che sono troppo qualificata, se mi offro per lavori da laureata mi chiedono o esperienza o raccomandazione. A questo punto, ovviamente, sogno e bramo un semplice lavoro da impiegata! A mia discolpa, sulla laurea, posso solo dire "Non lo sapevo, altrimenti non l'avrei presa"...
  2. Michele DI Terlizzi Rispondi
    Supporto i contenuti dell'articolo "La laurea inutile" aldila' dei numeri apportando la semplice constatazione che i lavori di "basso livello" ormai non sono piu' svolti da italiani (manovalanza in agricoltura, manovalanza in edilizia, lavapiatti e aiuti cuochi nei ristoranti e mense varie, manovalanza in industrie pesanti, ecc). I ventenni e trentenni di oggi sono sostenuti (economicamente e psicologicamente) dalle famiglie a non cercarsi un lavoro e continuare gli studi (vedi fenomeno dei figli ormai adulti ancora a casa dei genitori). L'istruzione e la cultura e' un diritto di tutti, ma se gli iscritti all'universita' vedono questo un modo per non sporcarsi le mani sul lavoro, e' una scelta che si confronta con la quantita' di laureati richiesta dalle aziende. Le aziende italiane sicuramente negli ultimi decenni hanno ridotto la richiesta di lavoro manuale, ma molti piu' studenti hanno rincorso questa tendenza con il risultato che le aziende assumo stranieri per i lavori manuali e non ci sono abbastanza posti di lavoro "di intelletto". La laurea breve non fa e fara' altro che accentuare questo divario. Porto ad esempio la laurea di ingegneria elettronica a Bari: nel 1999 il tempo medio effettivo degli studi per laurearsi era 9 anni, ora, con il diploma di laurea di tre anni con le materie semplificate, chi vuoi che non si faccia questa passeggiata... Rimane da indovinare se le aziende si adatteranno ai laureati o i laureati si adatteranno alle aziende...
  3. Marco Senatore Rispondi
    A mio avviso, è impossibile analizzare con serietà il problema in esame senza soffermarsi sull'elemento cruciale del rapporto studio/lavoro in Italia, almeno per quel che riguarda gli ultimissimi anni: tale problema è l'enorme aumento del numero di laureati, che di per sé, ovviamente, potrebbe non essere una realtà negativa. Il punto è che questo Paese non ha la mimima aderenza, nella realtà lavorativa, ai modelli e ai temi oggetto di studio nei corsi universitari. Nelle imprese italiane, tipicamente, non si dibatte di regressioni multivariate, di processi stocastici white noise o simili: si dibatte, quando va bene, di come gestire le relazioni telefoniche coi clienti, della cui importanza non discuto. Ma perché esistono altre facoltà oltre a quella di scienze della comunicazione? Non credo che le società in cui il curriculum universitario è seriamente vagliato siano molte. Anzi, credo siano senz'altro pochissime. Ciò, senza voler arrecare offesa ad aclun operatore, dipende anche dalla struttura dimensionale delle imprese italiane, che solo persone molto poco serie-o in mala fede- potrebbero ritenere compatibile con l'impiego di competenze specifiche e approfondite. Quando pochissime società hanno un'adeguata struttura divisionale e una ricca varietà di figure professionali, a cosa servono, a livello lavorativo, le specializzazioni, gli indirizzi, gli specifici percorsi di studio? Soprattutto, per assorbire l'enorme numero di laureati esistenti nel Paese, occorrerebbe un'economia infinitamente diversa da quella italiana, che non sa cosa sia la ricerca (se non nel deboluccio ambito universitario), e che ha una scarsissima (direi anzi nulla) capacità di creare posti di lavoro stabili e realmente qualificati. Trovo che l'intrinseca stagnazione (da questo particolare punto di vista del lavoro difficile da trovare e precario) economica italiana sia la causa principale dell'inutilità della laurea. Ma non è certo da trascurare, lo ripeto, l'autentica svendita che il titolo di studio ha subito, per via del demagogico modello dell'università di massa, dei corsi triennali e degli istituti che propinano facce sorridenti e una ventina di esami a semestre. Qualcuno ha condotto delle indagini su quanti siano i diciottenni e i diciannovenni che, superate le scuole superiori, decidono di avviarsi a una professione? Io non credo siano più del 5%. Il restante 95% è fatto di geniali futuri professori universitari, studiosi e impiegati nei vari ministeri? Eliminando l'ambito degli affollatissimi (a livelli grotteschi) concorsi pubblici, vorrei chiedere ai lettori o agli opinionisti del sito in quale contesto del nostro Paese il titolo di studio sia di per sé un elemento sufficiente o anche solo necessario per una professione qualificata. Sarebbe anche interessante sapere quando qualcuno si degnerà di commentare il dato per cui la principale modalità di reperimento del lavoro è in Italia la raccomandazione, la spintarella, la conoscenza. Vorrei sapere come ciò possa essere compatibile con termini usati a sproposito dalle cosiddette classi dirigenti, come meritocrazia. E, direi, anche politica. Cosa ci sia di politico, in questo Paese di burocrati, di cene di gala per pochi intimi e di impermeabili classi di potere e corporazioni, vorrei comprenderlo.
  4. Fabio Argnani Rispondi
    Sono stato uno studente in scienze politiche dell'università di Forlì. Lavorando e studiando sono riuscito a laurearmi nel 2003. Attualmente svolgo un lavoro per cui la laurea non è necessaria, un lavoro impiegatizio in una associazione di categoria, come addetto all'amministrazione del personale. L'opinione che mi sono fatto è che la laurea sia stata un'esperienza culturalmente utile, ma mi domando sul valore che ha la cultura anche quella specialistica in Italia, e in particolare nel nostro mondo del lavoro. Il lavoro che svolgo mi permette di essere in contatto con molte realtà aziendali medio-piccole. A mio parere, l'impreditore-medio non vede nella cultura un valore in se e quindi neppure un valore economico. Non c'è nulla di male nel vedere la cultura come uno strumento di mobilità sociale verticale (e quindi di miglioramento economico) ma vorrei vedere quanti oggi in italia e specialmente tra i piccoli-medi imprenditori (che sono poi il tessuto della realtà produttiva sarebbero d'accordo con questa opinione ed investire in formazione in senso lato sia direttamente (nella loro azienda) sia indirettamente (cioè scuole, in università). Ci sono delle eccezioni, è vero, ovvero degli imprenditori che dialogano con il mondo dell'università e della scuola e partecipano a progetti di sviluppo scolastico ed universitario. Ci sono gli enti di formazione che organizzano corsi professionali e di formazione ma, a mio avviso, sono delle piccole isole perchè poi immerse in oceani di "resistenza al cambiamento" troppo vasti (considerate poi il fatto che i fondi sociali europei stanno per esaurirsi). Ho paura che la cultura sia stata considerata come strumento di mobilità sociale solo da poche classi sociali (le più basse) e in un determinato momento storico dell'Italia del dopo guerra. Dalle classi imprenditoriali di oggi (ma penso anche del passato) la cultura è stata vista come un'investimento troppo rischioso con alti costi iniziali ed incerti ritorni economici a lunga scadenza . E' più facile acquistarla già fatta "esternalizzando" i costi di produzione di essa (ecco perchè contratti co.co.co. o di associati in partecipazione ai laureati) che far crescere dentro la propria azienda persone che poi la possano cambiare. Inontre, anche quando si decide per l'opzione make (facciamo formazione al personale), la formazione ha solo degli scopi di facciata, viene usata come politica aziendale simbolica per non cedere su altre questioni più, economicamente salienti, oppure si assumo ( con contratti a tempo determinato) laureati pagandoli ed adibendoli a ruoli puramente operativi, nella speranza, presto disattesa, che questi o sappiano già i segreti del mestiere oppure li apprendano da autodidatti in tempi umanamente troppo brevi. Risultato: corsi di formazione per il personale inutili, nessuna selezione sulla reale capacità e compenza delle persone neo-assunte, insoddisfazione delle persone sotto-occupate (cieè ilaureati che fanno lavori di impiegati ed operai), incapacità della classe dirigente di progettare nuove idee ed investimenti e quindi nuove attività produttive, valorizzazione dell'imprenditore free-riders economico ( dal punto di vista solo della capacità di creare "risparmio" fiscale personale) o politico (dal punto di vista della capacità di creare una rete politico-finanziaria di appoggio e svalorizzazione (economica e sociale) della cultura nel passaggio dal mondo dei giovani-famiglie-scuola-università al mondo degli adulti-carriera-lavoro-impresa. Insomma, la maggior parte del mondo della piccola e media impresa italiana è un mondo provinciale, di persone che hanno studiato poco e lavorato tanto, che vedono la cultura come un di più, che se c'è è meglio, ma che non serve per produrre e fatturare e che quindi non serve. Manca una visione capitalistica del tessuto imprenditoriale italiano. Senza cultura si vive nell'ignoranza e da ignoranti è più facile cadere nella paura e nella paura non si fa impresa. Il capitalismo si basa sulla fiducia del sistema nel sistema e in Italia su questo punto siamo abbastanza indietro rispetto ad altre realtà del mondo occidentale. Fabio Argnani
  5. Gianluca Cocco Rispondi
    Dalle vostre riflessioni si traggono almeno 3 conclusioni inquietanti: 1. Il conseguimento del titolo di studio e, in particolare della laurea, dovrebbe essere pianificato qualitativamente e quantitativamente dalle istituzioni in funzione delle esigenze delle imprese, considerato che la domanda di queste ultime è di circa 5 volte inferiore all’offerta dei laureati. 2. Di conseguenza la formazione scolastica dovrebbe essere intesa quasi esclusivamente come un lascia-passare per un impiego che rifletta il titolo conseguito. 3. Inoltre, i neo diplomati sceglierebbero a vanvera il percorso di studi universitario, ignorando il ventaglio di opportunità offerto dal titolo che si promettono di conseguire. Sono riflessioni che possono essere estese anche alla scelta della scuola secondaria e su queste basi un ragazzo che sceglie di studiare al liceo classico è uno sconsiderato, perché, in questa visione mercenaria dell’istruzione, di quel titolo le imprese non se ne fanno niente e lui rimarrà solo un povero frustrato a svolgere un lavoro che con le sacrificate traduzioni di Cesare e Aristotele ha ben poco a che vedere. E la frustrazione aumenterebbe se a quegli studi classici seguisse un percorso universitario letterario o filosofico, visto che in questo caso lo “squilibrio tra domanda e offerta” è ancor più significativo. Che vogliamo fare? Istituiamo il numero chiuso in tutte le facoltà e stabiliamo un limite di immatricolazioni a seconda delle esigenze del mercato? Io penso che parlare di inutilità dell’istruzione in un Paese che presenta in Europa un tasso di scolarizzazione più alto solo di Grecia e Portogallo e che ha una dispersione scolastica considerevolmente superiore agli obiettivi fissati nel patto di Lisbona (massimo 10% entro il 2010) sia quantomeno fuori luogo. Quanto alla frustrazione dei neo laureati in attesa dell’occupazione attinente al proprio titolo, è una frustrazione che nasce da un approccio elitario verso l’acculturazione. Molti rinunciano per anni ad adeguarsi ad impieghi non attinenti e pensano che il loro titolo debba necessariamente conferire dei privilegi. Se in questo Paese si perseguisse una politica di scolarizzazione di massa ci troveremo ad avere dei laureati che fanno gli operai e sarebbe una situazione da sbandierare in tutta Europa. Perché non si può limitare il valore della cultura scolastica al mero ambito lavorativo. Il prezzo della mancata scolarizzazione è ben superiore a quello del suo perseguimento. Un Paese che si propone di sottrarre alla criminalità organizzata il reclutamento di giovani disagiati non può che partire da una politica che consideri l’istruzione un valore intrinseco. Gianluca Cocco - Sassari
  6. Alessandro FigàTalamanca Rispondi
    L'articolo di Daniele Checchi e Tullio Jappelli, "La laurea inutile", è basato su dati inaffidabili (quelli dell'indagine Excelsior) o insufficientemente analizzati (quelli del MIUR). Sono diversi anni che non esamino le relazioni delle indagini Excelsior, ma nel passato ho avuto modo di esaminare e paragonare le relazioni relative ai bienni 1997-98 e 1998-99 e non credo che la metodologia di rilevazione sia stata cambiata. Le previsioni delle indagini da me esaminate sottostimano decisamente l'impiego effettivo dei laureati. Ad esempio chi può credere che nel biennio 1997-98 siano stati assunti dalle imprese, a livello nazionale, solo 121 laureati in Statistica, come prevede il sistema Excelsior? Ma non è questo il difetto principale delle indagini Excelsior. Le due rilevazioni da me esaminate presentano variazioni molto forti che non sono spiegabili con cambiamenti nel mercato del lavoro. La percezione del mercato degli osservatori privilegiati interpellati dall’indagine è influenzata dalle mutate condizioni dell’offerta universitaria (ad esempio la presenza sul mercato di certi laureati o diplomati universitari), dal questionario utilizzato, o da altre circostanze, che hanno poco a che vedere con obiettive condizioni del mercato, o semplicemente dal caso. La capacità di previsione e il “potere di risoluzione” nel cogliere le distinzioni tra una laurea e l’altra appare quindi molto modesto. Ecco alcuni esempi: per il biennio 97-98 era prevista una domanda di 37.688 laureati e 2.313 diplomati universitari, ma nel biennio 98-99, a solo un anno di distanza, erano previste assunzioni di 34.871 laureati e 17.787 diplomati. Anche sommando le aspettative di assunzioni di laureati e diplomati universitari risulta un aumento di oltre il 30% nella domanda di personale con formazione universitaria. Si è passati infatti da 40.001 a 52.658 laureati e diplomati. Ha senso che un tale cambiamento si sia autonomamente verificato in un anno? O non è più probabile che il diffondersi dell’offerta di diplomati universitari abbia cambiato la percezione degli imprenditori delle esigenze delle loro aziende? Se si entra nei dettagli di altri dati si osservano variazioni ancora maggiori: nel 97-98 ci si aspettava l’assunzione di 3.198 laureati in Chimica e Chimica Industriale, questa cifra è scesa a 760 nel biennio 98-99. Tuttavia, se si va a vedere la somma delle richieste di laureati in Chimica e in Farmacia per il biennio 97-98 e la si confronta con la somma delle richieste di laureati in Chimica, Chimica e Tecnologie Farmaceutiche e Farmacia per il 98-99, le differenze si ridimensionano: si passa da 3.933 richieste a 3.644 richieste. E’ evidente che il potere di risoluzione del sistema non consente una effettiva distinzione tra queste tre lauree. Similmente il passaggio da 4.336 richieste di laureati in ingegneria elettronica per il 97-98 a solo 1.931, per il 98-99, deve essere letto nel contesto dell’apparizione (approssimativamente in quegli anni) di un numero adeguato di ingegneri informatici, una laurea che è prevista solo nel questionario del 98-99, con una aspettativa di 2.495 assunzioni. Ma siamo sicuri a questo punto che la domanda di “ingegneri informatici” non possa essere adeguatamente soddisfatta, anche da laureati (e diplomati) in informatica, in matematica, in fisica, in statistica, o semplicemente (come spesso accade) da ex studenti che hanno abbandonato gli studi scientifici e tecnici e che hanno acquisito, più o meno per conto proprio, le necessarie competenze informatiche? Potrei andare avanti con altri esempi. Si passa ad esempio da una richiesta di 1.314 laureati in Giurisprudenza, ad una richiesta di 575 laureati l’anno successivo. Si dimezza la richiesta complessiva di laureati in Ingegneria (da 10.800 a 5.902) compensata solo parzialmente da un’esplosione della richiesta di diplomati universitari (da 1.097 a 4.687) Questo, tra l'altro, è un dato “aggregato” (e dinamico) molto interessante, che indica un forte spostamento dell’interesse degli imprenditori per un titolo universitario più breve, almeno nel caso dell’ingegneria. Si tratta di un’informazione potenzialmente utile per una politica generale. Ad esempio avrebbe confortato la decisione di passare da una laurea di base quinquennale ad una laurea di base triennale. Il dato dimostra però che le aspettative e le richieste del “mercato” sono fortemente influenzate dall’offerta. Ci si è accorti dei diplomi solo quando sono apparsi sul mercato i primi diplomati. Certamente il solo dato del biennio 1997-98, che indica una domanda di laureati in ingegneria di poco inferiore alla produzione annuale (che negli anni dell’indagine, se la memoria non mi inganna, era di circa 11.000 unità), non fornisce alcun elemento che consenta di prevedere ad un solo anno di distanza un drastico cambiamento della domanda, o meglio della percezione della domanda. Ancor meno illuminanti sono i dati del 1997-98 disaggregati per tipo di laurea in ingegneria (Civile 956, Elettronica 4.336, Elettrotecnica 1.321, Meccanica 2.994, Tecnica Industriale 1.103.) Può essere che le indagini più recenti del Sistema Excelsior abbiano portato a dati più affidabili (o almeno più stabili nel passaggio da un biennio all'altro). Ma quelle che ho visto io servono solo a dimostrare quanto sia vano il tentativo, da parte delle università, di inseguire il mercato del lavoro con curricoli universitari disegnati per soddisfare le incerte percezioni degli imprenditori. Sembra ragionevole supporre che, anche trascurando gli pregiudizi di chi assume, le assunzioni di personale qualificato avvengano sulla base di quel che il candidato sa fare o è potenzialmente in grado di imparare a fare, e non sulla base di qualificazioni formali. Per molte funzioni un laureato in statistica può fare (talvolta meglio) il lavoro generalmente assegnabile ad un laureato in economia, un laureato in economia o in scienze politiche può certo imparare a far bene il lavoro generalmente assegnato ad un laureato in giurisprudenza. Sostanzialmente intercambiabili, dal punto di vista delle funzioni svolte in una azienda, sono le lauree in fisica, matematica ed informatica (o ingegneria informatica). Quella in fisica è spesso intercambiabile con la laurea in ingegneria. Purtroppo questa intercambiabilità tra figure professionali non corrisponde alle aspettative degli studenti e delle loro famiglie, abituati dal sistema universitario italiano ad assegnare ad ogni laurea un ambito di competenza esclusivo, spesso strenuamente difeso da un albo o un ordine professionale, o da una associazione di laureati. Queste stesse aspettative, inconcepibili in altri paesi, sono riflesse nella tabella, indicata come figura 1, dell'articolo "La laurea inutile" dove si fornisce la percentuale dei "laureati del 1998 che a tre anni dal conseguimento del titolo hanno un lavoro continuativo per il quale è necessario (sic!) il titolo conseguito". Se non vivessimo in una società irrigidita dalle corporazioni professionali (ed accademiche) la percentuale dovrebbe essere nulla per tutte le lauree con l'eccezione delle lauree in medicina ed odontoiatria. Passiamo ora all'altra fonte di dati dell'articolo che sono le statistiche sui laureati del MIUR. Qui i dati sono affidabili, ma riflettono una realtà complessa in forte movimento. Una realtà che sembra non essere stata ben compresa dagli autori dell'articolo e che certamente sfugge alla maggioranza dei rispondenti delle indagini "Excelsior". Chi sono i 225.000 laureati nell'anno solare 2003 di cui parla l'articolo? E come mai ci sono 225.000 laureati nel 2003 quando solo tre anni prima, nel 2000, non arrivavano 144.000? Come è possibile nel giro di tre anni un aumento del numero dei laureati del 56%? A cosa è dovuto questo incredibile aumento dell'efficienza del sistema universitario italiano? E' molto semplice: le statistiche del 2003 riflettono la sovrapposizione dei laureati del vecchio ordinamento, che sono 164.531 (un incremento fisiologico del 14% in tre anni) con i primi laureati triennali (53.741), ai quali si aggiungono 7.791 diplomati universitari. Il confronto con i dati "Excelsior" non tiene conto di questa sovrapposizione di coorti di laureati del nuovo e vecchio ordinamento. E' opportuno anche osservare che, a rigore, non avrebbero dovuto esserci laureati triennali nel 2003, perché il nuovo percorso didattico triennale è partito con l'anno accademico 2001- 02. Ma i laureati del 2003 non sono solo l'effetto di passaggi dal vecchio al nuovo ordinamento o di anticipazioni della riforma da parte di alcuni atenei e facoltà. Si tratta anche di lauree conferite, con procedure abbreviate (come dispone una legge) al personale paramedico in possesso di abilitazione professionale. E infatti delle 53.741 lauree brevi del 2003, ben 15.078 sono conferite dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia, che conferisce anche 2.457 dei 7.791 diplomi universitari conteggiati tra le lauree del 2003 dagli autori dell'articolo. In effetti quasi il 12% dei 225.000 laureati del 2003 si è laureato nella Facoltà di Medicina e Chirurgia, la percentuale sale al 28% se riferita al totale delle lauree brevi e dei diplomi universitari. Naturalmente quasi tutti i nuovi laureati in discipline paramediche sono già occupati e non ha senso parlarne come se si affacciassero per la prima volta sul mercato del lavoro. Ma la condizione di "già occupato" è prevalente anche in altre aree e discipline. Ad esempio in Scienze della Formazione, dove si iscrivono quasi tutti i maestri, che entrano nei ruoli. Complessivamente, sappiamo che una percentuale alta delle prime iscrizioni ai corsi universitari comprende giovani di età ben superiore ai 19 anni. E' probabile che molti di essi arrivino agli studi universitari dopo aver iniziato un'esperienza lavorativa che probabilmente non abbandonano durante gli studi. Questa è un'altra ragione che rende privo di senso il confronto con i dati "Excelsior" ed errato il suggerimento alle università di adeguarsi a questo dato. Alle università dovrebbe essere invece suggerito di adeguare l'insegnamento alle esigenze di un corpo studentesco diversificato, composto anche da studenti già occupati. Al MIUR dovrebbe essere suggerito di accelerare la messa a punto di una "anagrafe degli studenti e dei laureati" che possa fornire le informazioni necessarie agli atenei e alla amministrazione per guidare le loro scelte, forse anche nel senso proposto dagli autori dell'articolo, ma su più solide basi conoscitive.
    • La redazione Rispondi
      Ringraziamo il prof. Talamanca per le precisazioni sui dati Excelsior e MIUR. Rimane il fatto, tuttavia, che anche rivedendo al rialzo le previsioni Excelsior e al ribasso quelle del MIUR, permane un forte squilibrio complessivo tra domanda e offerta di laureati. Il nostro articolo si limita a registrare questo squilibrio; suggerisce inoltre che il nostro paese investe poco in ricerca e sviluppo e che le università sembrano privilegiare il numero dei laureati piuttosto che la loro qualità. Concordiamo infine con il Prof. Talamanca sul fatto che l'espressione "a tre anni dal conseguimento del titolo hanno un lavoro continuativo per il quale è necessario il titolo conseguito" può essere inadeguata a cogliere la dimensione del fenomeno. Si tratta tuttavia di un'espressione riportata nell'indagine sugli sbocchi lavorativi dei laureati ("Era necessaria una laurea qualsiasi, una laurea di una specifica area disciplinare o esclusivamente il suo tipo di laurea" - domanda 2.18 del questionario), e riteniamo che non sia interpretata dagli intervistati come riferita ad un requisito di legge, ma al fatto che le conoscenze apprese fossero utili a svolgere il lavoro. Peraltro, pensiamo anche noi che il valore legale della laurea andrebbe abolito.