Eliminare l’Irap non è solo un problema di gettito. È infatti un’imposta sui redditi particolarmente adatta a finanziare un servizio generale come la sanità. E garantisce alle Regioni quel margine di manovra che i contributi sanitari non possono dare per loro natura.

Il 25 maggio, giorno delle elezioni amministrative, i giornali titolavano: “Irpeg al 33 per cento” e “al via l’abolizione dell’Irap”. La promessa contenuta nella legge di delega al Governo per la riforma della fiscalità statale si è infine avverata?

In realtà, quello che è successo è che il Governo ha reso disponibile sul sito del Tesoro la bozza di un importante decreto legislativo di attuazione di quella delega, sollecitando commenti e valutazioni critiche. Il decreto legislativo si occupa di temi importanti (per esempio la definizione della base imponibile della nuova imposta sulle società, sebbene non della sua aliquota), ma cita solo una volta e del tutto indirettamente l’Irap.

Nella presentazione che accompagna la bozza, il ministro Giulio Tremonti afferma che: “La riduzione al 33 per cento dell’aliquota Irpeg e l’abbattimento progressivo dell’Irap saranno, per quanto possibile, connessi, coerenti e conseguenti”. La promessa è stata quindi solo ribadita.

Il cammino che porta alla prefigurata abolizione dell’Irap è in realtà irto di ostacoli. Il circolo virtuoso auspicato dal Governo che avrebbe dovuto legare crescita economica e riduzione delle imposte non si è innescato. L’abolizione dell’Irap si scontra quindi con l’ineluttabile necessità di trovarle un sostituto. A quasi due anni dalla presentazione del progetto di riforma fiscale nessuna proposta è stata ancora formulata. O meglio, un’idea l’ha avanzata, il 23 maggio a “Porta a Porta”, il presidente del Consiglio: si ritorni al passato, sostituendo l’Irap, almeno in parte, con i contributi sanitari. Difficile pensare che si tratti di qualcosa di più di una boutade: il ricorso ai contributi sanitari comporterebbe un pericoloso aggravio del costo del lavoro .

L’argomento merita comunque qualche ulteriore riflessione. Perché è così difficile sostituire l’Irap? Perché i contributi sanitari non sono un valido sostituto di quell’imposta?

L’Irap e il finanziamento della sanità

L’Irap, imposta sul valore aggiunto netto, e quindi sulla totalità dei redditi (a esclusione di quelli finanziari) al netto degli ammortamenti, rientra a pieno titolo nella fiscalità generale. Si tratta dunque di un tributo particolarmente adeguato a finanziare la sanità che, dalla riforma del 1978, è un servizio universale, diretto a tutti i cittadini. I contributi sanitari, evocati dal presidente del Consiglio, sono invece un tributo categoriale (che grava cioè su un insieme circoscritto di soggetti, i lavoratori), originariamente introdotto per finanziare un servizio all’epoca riservato appunto ai soli lavoratori (e ai familiari a loro carico).

Proprio per risolvere il problema della incongruenza del ricorso a un finanziamento categoriale per un servizio universale, i contributi sanitari furono affiancati, nel 1986, dalla cosiddetta “tassa sulla salute”, e cioè da un prelievo principalmente finalizzato a far contribuire al finanziamento della sanità i lavoratori autonomi e i percettori di reddito di impresa. Una soluzione pasticciata e discussa anche all’epoca.

L’idea di un ritorno ai contributi sanitari riecheggia in realtà una delle principali critiche che sono state rivolte all’Irap: si ritiene ingiusto finanziare la sanità, un servizio di cui godono gli individui, con un’imposta pagata dalle imprese.

A questo proposito, però, è opportuno precisare alcuni punti:

– le imprese non sono i soli soggetti che pagano l’Irap; essa grava anche su larga parte dei lavoratori autonomi, dei professionisti e degli imprenditori, nel regime precedente chiamati a pagare la tassa sulla salute al pari degli imprenditori;

– il soggetto su cui grava formalmente l’imposta non necessariamente coincide con quello che ne sopporta l’onere: l’imposta potrebbe infatti essere traslata avanti (mediante aumenti dei prezzi) o indietro, rivalendosi sui fornitori o sulla forza lavoro;

– anche i contributi sanitari, a cui si propone di tornare, erano formalmente in larga misura a carico delle imprese.

Resta dunque l’interrogativo di fondo: in alternativa all’Irap, quale tributo sulle persone potrebbe essere fonte di finanziamento della sanità? Il candidato naturale dovrebbe essere un prelievo proporzionale sui redditi, una sorta di estensione dell’attuale addizionale regionale all’Irpef. Tuttavia, l’introduzione di un tributo di questo genere, considerate le risorse che dovrebbe generare, andrebbe in netta controtendenza rispetto alla promessa di una riduzione del prelievo sui redditi individuali, altro asse portante della delega fiscale.

L’Irap e l’autonomia tributaria delle Regioni

C’è infine un altro punto da considerare. L’Irap non è un’imposta erariale, ma un’imposta regionale, e non ha più un vincolo di destinazione al finanziamento della sanità. Le Regioni hanno la possibilità di manovrare l’aliquota, aumentandola o diminuendola fino a un punto percentuale e di articolarla per settori produttivi e tipologie di soggetti. Ciò le pone nella condizione di poter mobilitare risorse aggiuntive per un ammontare considerevole (5-6 miliardi di euro) e di usare l’Irap per finalità di politica tributaria e gestione del territorio. E in effetti, molte Regioni si sono avvalse di tale possibilità (sospesa dalla legge Finanziaria per il 2003).

Di queste caratteristiche dell’Irap bisogna tenere conto quando si pensa a prelievi sostitutivi.

I contributi sanitari, a cui il presidente del Consiglio dice di voler tornare, hanno di necessità un chiaro vincolo di destinazione e il ritorno a trasferimenti statali o a compartecipazioni a tributi erariali, adombrato dalla delega, priverebbe le Regioni di ogni margine di manovra: un significativo passo indietro nel processo di federalismo fiscale, costituzionalmente garantito dalla riforma del titolo V. In effetti, le Regioni, governate dalla Destra come dalla Sinistra, si sono sempre espresse contro l’ipotesi di eliminazione dell’Irap.

In conclusione, sarebbe forse il caso di prendere un po’ più sul serio il ministro dell’Economia quando afferma, correttamente, non già che l’Irap è stata abolita, ma che l’abbattimento progressivo dell’Irap conseguirà, “per quanto possibile”. Almeno per ora, non sembra per nulla possibile.

 

 

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