logo


Rispondi a IlGranchio Annulla risposta

1500

  1. Barbara Ballaira Rispondi
    Avevo letto con piacere il testo del prof. Dalla Zuanna e pur avendo un figlio di Torino che l'anno scorso si è immatricolato alla facoltà di medicina dell' Università di Palermo, sede staccata di Caltanissetta, tutto sommato mi ero trovata d'accordo nel pensare che la graduatoria nazionale basata sul risultato al test, più che il modello francese, magari con miglioramenti nella composizione del test stesso e nella valutazione delle risposte, fosse la soluzione giusta, anche se un po' classista visto che la mobilità nazionale implica anche la disponibilità economica per sostenere lo studente a 1600 km di distanza. Stamattina però aprendo la Repubblica di Torino mi sono veramente stupefatta. 220 ricorrenti di Torino ammessi con riserva al primo anno a prescindere dal punteggio. Se l'anno passato, o quest'anno, dopo che mio figlio non era entrato a Torino, avessimo seguito la strada del ricorso a quest'ora avremmo un figlio che frequenta l'Università a Torino. Il ragazzo, sulla base di un'etica della nostra famiglia che sono orgogliosa di avergli trasmesso, ci dichiarò di volere solo entrare grazie al suo punteggio e non alla solita scappatoia all'italiana sostenendo che i ricorsisti "sono dei poveretti che nella vita partiranno da un fallimento". Sono orgogliosa di lui e di questa scelta, di come sta maturando lontano da casa, ma mi chiedo in che tipo di paese lo sto crescendo.
  2. Mister X Rispondi
    Opinione di uno studente laureando in Medicina. Alla fine, la dura verità cui dobbiamo guardare in faccia, è che i posti sono limitati (giustamente). Penso che la delusione di chi non passa il test sia uguale a quella di chi viene messo alla porta dopo un anno di studi (anzi quest'ultimo ha anche la beffa di aver perso un anno che avrebbe potuto impiegare per qualcos'altro). Inoltre, il test è brutale, ma giusto: chiunque corre alla pari e alla fine passa il migliore. Se ci basassimo ad esempio sui voti presi durante il primo anno di studi inizieremmo ad avere il figlio del primario, del commendatore, dell'ambasciatore che prende tutti 30 e lode (strano) dai professori amici di papà e il figlio dell'operaio che torna a casa. Il test è lo strumento adeguato, al massimo si può affinare: aumentiamo il numero delle domande, formuliamole meglio, cambiamone la tipologia (meno nozioni più ragionamento). Anche se il consenso politico è basso fare scelte popolari ma sbagliate non è giustificabile.
  3. Amegighi Rispondi
    Nessuno che propone l'abolizione del valore legale del titolo di Laurea. Se non sbaglio si può anche esercitare liberamente in regime di libera professione. Non vedo quindi il motivo che lo Stato, assieme alle Regioni, debba decidere sul numero totale dei medici. Si limitino a decidere sul numero di medici necessari al servizio sanitario nazionale. L'abolizione del valore legale del titolo di studio, invece, ridarebbe invece il valore reale e corretto all'Esame di Stato (come negli Usa, ad esempio), unico esame che certifica l'abilitazione alla professione. Inoltre metterebbe in concorrenza le Università, libere di scegliere quanti studenti preparare in base alle proprie risorse e libere anche di selezionare nel modo migliore i propri studenti. Infine, finalmente, verrebbe valutato il merito di aver studiato ed essersi laureato in un'Università prestigiosa e dura.
    • L.L. Rispondi
      Bisogna considerare alcune cose: 1. La grande maggioranza dei medici italiani lavora per il sistema sanitario, quindi non ha senso pensare che una quota di medici maggiore di quelli al servizio del SSN possa essere assorbita dalla sanità privata. 2. Chi lavora in regime di libera professione ha comunque bisogno di essere abilitato tramite esame di stato, che è conditio sine qua non per esercitare la professione e essere iscritti all'albo. 3. La limitazione del numero delle matricole consente una formazione migliore delle stesse, non disponendo lo Stato di fondi infiniti per garantire gli attuali standard (elevati, checchè se ne possa pensare) a un numero di studenti che potrebbe moltiplicarsi per otto se fosse abolito il test. 4. Purtroppo il numero chiuso prevede che vi siano degli esclusi, i quali ovviamente non possono essere che delusi dal proprio insuccesso. Meglio tuttavia non passsare il test a 18/19 anni che ritrovarsi disoccupati a 25/26, avendo perso sei o più anni di vita per imparare un mestiere che non si potrà esercitare Locatelli Luca, laureando in medicina
  4. AmericanSkin Rispondi
    "Sempre che il test, per come è concepito, riesca effettivamente a selezionare i migliori futuri medici. Ma questa è un’altra storia." Sgombriamo il campo da possibili accuse di bias: ho superato il test ed ho potuto immatricolarmi presso l'ateneo di prima scelta. Tuttavia la frase citata descrive un problema fondamentale, poi sviluppato nel paragrafo successivo: l'aleatorietà del test. Le statistiche contenute in questo articolo sono di certo interessanti ed ineccepibili, ma parlare di qualità delle matricole in relazione a questi dati mi sembra un passo troppo lungo. Questo test definisce e misura la quantità di conoscenze necessarie a poter sostenere in modo proficuo gli esami del primo anno del Corso di Laurea (i quali vertono in massima parte su materie scientifiche di ambito biologico, chimico e fisico). Non sempre, però, sono misurate: 1) né la qualità di queste conoscenze (ad esempio quanto esse siano interconnesse e messe in relazione dall'individuo, e non apprese invece a compartimenti stagni); 2) né la presenza, nel candidato, di competenze ed attitudini a garanzia di un prosieguo proficuo e completo della formazione e (ma un test simile è forse utopico) dell'esercizio professionale. Se devo spezzare una lancia a favore di questo test, di certo una abilità la richiede, in modo implicito ma piuttosto evidente durante lo svolgimento dello stesso: la capacità di saper scegliere, in poco tempo, la strada migliore tra la non risposta (0 pt) o una risposta della quale non si è certi (se non corretta: - 0.4 pt, se corretta: + 1.5 pt). Tale abilità è di indubbia e concreta utilità nell'esercizio della professione medica, ma, mi pare evidente, non è la sola. Come posso dire quali siano le abilità necessarie all'esercizio della professione medica senza averla praticata? Prima di iscrivermi al test ho prestato servizio come praticante in due reparti ospedalieri e presso un servizio di soccorso sanitario pre-ospedaliero, ed ho iniziato a capire cosa sia necessario sapere e come sia necessario essere per definirsi un buon medico. Sulla base di questo, ho visto candidati motivati, preparati e diligenti restare fuori dalla graduatoria nazionale per non aver saputo chi fosse Noam Chomsky, mentre ho visto immatricolarsi individui di ben dubbie qualità, del tutto all'oscuro di cosa sia la medicina, immaturi in modo preoccupante, ma benedetti dall'aver saputo quelle due o tre nozioni in più di fisica o medicina. Io mi sono salvato grazie ad una solida preparazione in chimica (nonostante ritenessi ben superiore quella in biologia le domande per questo argomento erano sibilline ed in qualche caso pressoché incomprensibili) e ad una buona abilità di lettura e comprensione dei testi, ma se guardo alcuni miei futuri compagni e li paragono agli esclusi il panorama è piuttosto desolante. Inoltre in tutto il - lodevole, certo - discorso meritocratico, si dimentica un fatto fondamentale: la mobilità è positiva, ma è costosa. Siamo sicuri di non aver tarpato le ali a candidati di buona qualità i quali però non avrebbero mai potuto permettersi il trasferimento fuori sede? Esistono sovvenzioni statali per chi, meritevole di un posto a medicina, è costretto a trasferirsi per poterlo occupare? Sono esse illustrate e accessibili per i candidati, i quali, dubbiosi sulla possibilità di riuscire a mantenersi fuori sede, escludono a priori la scelta di atenei lontani? Ciò detto, sono totalmente contrario ad un sistema francese. Le infrastrutture traballano già per i numeri odierni: lo scorso anno hanno concorso 84.000 persone (delle quali poi sono entrate in graduatoria soltanto le 68.445 citate nell'articolo): è del tutto folle pensare di poterne accogliere anche solo il doppio (quindi 18/20.000) rispetto alle attuali. Già soltanto per questo motivo, anziché cambiare introdurre il sistema francese, andrebbe rivisto lo schema attuale di sbarramento in entrata: va reso più comprensivo, meno aleatorio e più equilibrato.
  5. IlGranchio Rispondi
    Ma la soluzione alla francese presenta indubbi vantaggi e pochissimi svantaggi ed è sicuramente valutata positivamente da molti elettori. Gli studenti sono contenti perché pensano di avere più possibilità. Le università forse temono l'impatto, ma ad un aumento (in pratica quasi un raddoppio) degli studenti deve corrispondere un aumento delle risorse e dei professori. Gli unici che dovrebbero lamentarsi, i cittadini che pagherebbero l'avventura e che sovvenzionano pesantemente la formazione dei futuri medici, pensano che la modifica non li riguardi e quindi non ci sarebbero effetti negativi per il consenso intorno al ministro.
    • giovanni Rispondi
      Non credo che la soluzione francese sia l'ideale. Se tutti quelli che oggi si presentano ai test si iscrivessero a Medicina si avrebbe non un raddoppio, ma una sestuplicazione degli iscritti, con un impatto letale sulle facoltà. Non credo sia una buona cosa far intraprendere un percorso a tanti ragazzi e buttarne fuori, umiliandoli, la maggior parte dopo un anno, con spreco di tempo e di denaro. Sostituire un test anonimo con prove non oggettive come i classici esami lascerebbe campo libero a raccomandazioni e favoritismi (siamo in Italia!). Oggi la maggior parte degli studenti di medicina si laurea in tempo, diversamente dalle altre facoltà: penso che sia una prova che la selezione è utile.
    • Amegighi Rispondi
      Lei dice che le Università forse temono l'impatto, ma ad un aumento degli studenti deve corrispondere un aumento delle risorse e dei professori. Purtroppo questo appartiene alla sfera del "vorrei ma non posso". Le risorse sono progressivamente calate e di molto a partire dai tempi in cui bisognava tirare la cinghia per entrare nell'euro (vedi tagli progressivi nel corso degli anni). I Professori sono in caduta libera come numero sia per il budget universitario ridotto, sia per la Legge Tremonti (solo 1 posto su tre andati in pensione viene rimesso in ruolo), sia per l'arrivo alla pensione dell'onda dei reclutati intorno agli anni 70-80 (fuoriuscita in pensione a cavallo del 2015). Ne deriva che gli studenti in più dovrebbero essere "valutati" in un primo anno già notoriamente carente di docenti (i cosiddetti pre-clinici, sempre stati in numero appena sufficiente) e ora ancor più, in aule carenti come accoglienza, in laboratori "impossibili" da effettuare (normalmente un buon laboratorio non dovrebbe superare i 20-30 studenti max). E alla fine dire loro che hanno perso un anno per niente ? Francamente umiliante. Condivido il parere di Giovanni.
      • IlGranchio Rispondi
        Mi scuso per i toni dell'intervento, più che un intervento era uno sfogo che voleva sottolineare come apparentemente la ricerca di facile consenso sia (quasi solo) l'unico obiettivo di proposte che dal punto di vista pratico appaiono molto superficiali e forse controproducenti. Grazie agli autori per l'articolo. La strada giusta sarebbe sicuramente migliorare la qualità dei test e renderli ancora più adatti a selezionare futuri medici, non cambiare l'architettura del sistema.