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  1. maurizio d'argento Rispondi
    Il 4 agosto 1971 fu firmato un importante accordo sindacale per il gruppo Fiat, in quella occasione Umberto Agnelli tenne una prolusione importantissima denunciando la tendenza del capitalismo italiano più alla rendita che al profitto e invitando a una associazione tra produttori per rilanciare il paese. L'invito fu rifiutato e il resto della storia è noto. Mi preme sottolineare come la propensione alla rendita favorisca il "mattone", la corruzione e tutti i mali del paese.
  2. giulioPolemico Rispondi
    Gli italiani non sono un popolo settentrionale e quindi non danno nessuna importanza al pensiero razionale, alla scienza, e cioè a fisica, matematica, chimica, biologia, etc. Anzi, le considerano cose astruse, noiose, tristi, e del tutto inutili. Senza la scienza non possono esistere industrie, e senza industrie non può esistere sviluppo e vita civile normale: come uniche industrie rimangono la criminalità e quello stipendificio per comprare voti che è la Pa. Quindi gli italiani continuano a rifiutare la fatica, la dedizione, l'impegno necessari a studiare le faticose discipline scientifiche: i pochi che le hanno studiate, o scappano all'estero o lavorano in nero come camerieri in pizzeria e gli altri che hanno studiato qualcosa sono tutti filosofi, creativi, esperti di comunicazione con visione olistica e globale, etc. Insomma sommi cultori del profondo nulla. Rimangono allora i settori dell'agricoltura e dell'artigianato che, lungi dal dover essere disprezzati, da soli non potranno mai garantire all'Italia di non andare indietro. Una seconda e attinente considerazione: ma dove vuole andare l'Italia se gli italiani non sanno neanche parlare, e tanto meno scrivere, in italiano? Non conosciamo neanche le più elementari regole per comunicare a voce tra noi! Ma dove crediamo di andare?
    • rob Rispondi
      In Finlandia l'attenzione alla lingua latina è molto maggiore che da noi. Io perito chimico con 5 anni di ITIS sono arrivato alla convinzione che escluso Liceo Classico e Scientifico le altre scuole non sono che corsi di specializzazione durata massima 8-12 mesi. Ma poi di tutti i prof. che ne facciamo? Non ci vuole dedizione e impegno per una versione di greco? Marchionne da bravo filosofo ha azzerato la pletora di sindacalisti con 6 mesi.
  3. Enrico Rispondi
    Mancano le condizioni base per crescere, cioè la libertà di "fare" (fare impresa in particolare). Bisognerebbe chiedersi come mai negli Usa si creano aziende di grandi dimensioni, anche colossi, dal nulla e sempre a cavallo dell'innovazione, mentre da noi no. Steve Jobs e Bill Gates hanno iniziato entrambi in un garage: se fossero stati in Italia li avrebbero fatti chiudere ed al massimo quel garage sarebbe diventato la loro casa.
  4. Massimo Matteoli Rispondi
    Il problema è indubbio, ma d'altra parte se superata la soglia dei 500 dipendenti sembra quasi che un'epidemia falci le imprese italiane una ragione ci sarà pure. Intanto ripeto, da non economista, i miei dubbi sui calcoli relativi al deficit di produttività che colpisce le nostre aziende. Se fosse vero, almeno nelle dimensioni che ci dicono, come si spiega il successo ininterrotto del nostro export (cioè delle imprese che affrontano la concorrenza più dura) dall'entrata dell'euro in poi. Siamo secondi solo alla Germania e non mi sembra affatto un risultato da poco. La capacità del sistema produttivo è perciò molto più forte di quanto comunemente si creda. Se vogliamo far crescere le imprese dobbiamo, però, puntare sulle imprese e sulla cultura di impresa, . Non si tratta di un gioco di parole, perché fare impresa significa unire lavoro e capitale, significa favorire le assunzioni a tempo indeterminato su quelle precarie, tutelare il lavoro e la professionalità dei dipendenti, premiare fiscalmente gli investimenti rispetto alla rendita (perché in Italia le tasse le abbiamo ridotte, ma a favore dei grandi proprietari immobiliari con la cedolare secca). Purtroppo la strada che seguiamo è stata esattamente il contrario e visto il precariato burocratizzato all'italiana che ne è derivato (anche in questo la nostra fantasia non ha limiti) mi sembra che i risultati del paese siano anche troppo buoni.
    • maurizio d'argento Rispondi
      Un mio maestro nella di consulenza manageriale, mentre insieme presentavamo un progetto in una di queste "fantastiche" piccole-medie imprese mi disse "qui non riusciremo a fare niente, questa azienda ha un limite imprenditoriale!" Ho imparato a mie spese che i "padroni delle ferriere" italiani hanno una cultura che definirei "contadina" alla "mastro Don Gesualdo", sono attaccati, come lui, alla "robba", sono dei capporalsergenti controllori di uomini e non di processi, preferiscono morire con la propria creatura aziendale che vederla crescere e, appena possono, fanno il palazzo, anziché il capannone grattacielo Lancia a Torino (poi la lancia fallì) grattacielo Pirelli a Milano poi la Pirelli vendette alla Sumitomo giapponese la Dunlop e così via.
  5. AM Rispondi
    Questa struttura carente di grandi imprese ha tante cause. Non ultima lo strapotere dei sindacati in passato.
  6. pierpier Rispondi
    In gran parte si è persa la cultura manageriale sia del pubblico che del privato, se non fosse stato per Mattei non ci sarebbe l'Eni. O vogliamo confrontare Tronchetti con Pirelli o Marchionne con Valletta? Oltre alla mancanza di qualsiasi visione industriale sostituita dall'arraffamento sistematico sia pubblico che privato.
    • rob Rispondi
      Si è perso il concetto di sistema-Paese. Sostituito dai Masanielli del sistema regionalistico-localistico. Attenzione abbiamo avuto come Ministro dell Riforme tale Bossi Umberto: la commedia all'italiana elavata alla massima potenza.
  7. Bumblebee Rispondi
    Articolo scritto in fretta e che contiene alcune inesattezze. 1. Costa Crociere è stato ceduto al Gruppo Carnival nell'anno 2000; l'incidente del Giglio ha dimostrato la terribile debolezza - culpa in eligendi - del management italiano, cui la casa madre americana aveva improvvidamente (come i fatti hanno dimostrato) dato fiducia, lasciando autonomia a Genova; dopo l'incidente, è ovvio che la direzione venga trasferita negli USA. L'incidente del porto di Genova ha confermato l'incapacità del paese di produrre manager (privati e pubblici) in grado di comandare con equilibrio e buonsenso, valutando in anticipo le conseguenze delle proprie azioni/omissioni. (anche l'incidente di Linate, a suo tempo, aveva mostrato la debolezza organizzativa insita nelle grandi organizzazioni italiane). 2. Fiat ha smesso di produrre auto in Italia dall'inizio degli anni '90, in cui il finto imprenditore Giovanni Agnelli decise di non investire più in nuovi modelli e dei dedicarsi alla finanza (alberghi, distribuzione, eccetera); si trattava di impresa che aveva sempre prodotto auto di qualità mediocre, perché fino ad allora operante in un mercato monopolistico (vedi assorbimento di Alfa Romeo e impedimento a Ford di acquistarla). Quando il mercato venne aperto, l'avviamento monopolistico evaporò e il mediocre management di Fiat - anche per la debole guida di Agnelli - non fu in grado di reggere la concorrenza. Vogliamo ricordare il cambiamento di cinque capi in cinque anni, prima di Marchionne? 3.La grande industria italiana, purtroppo, è nata "assistita" (dallo stato, al tempo di Crispi in poi; dal dopoguerra, dalle corporazioni sindacali) e in seguito non è mai riuscita ad avere una vita autonoma. Ci siamo scordati di Termini Imerese, di Pomigliano e di Melfi, eccetera? Di Genova Cornigliano, e, ieri e oggi, di Taranto? D'altra parte, non abbiamo sostenuto per decenni che: "piccolo è bello"? Moltissime aziende che avevano avuto origine in Italia, quando sono cresciute non hanno saputo (tra l'altro) innovare i prodotti e sono state acquisite da imprenditori esteri: vedi, ad esempio Borghi, e Zanussi nel campo degli elettrodomestici. In altri paesi, per esempio la Corea, si è cominciato come imitatori e oggi si producono prodotti innovativi: Samsung ad esempio. 4. Resistono in Italia e rimangono competitivi, anche all'estero, i settori in cui prevale la cultura "artigianale" - per esempio quello delle macchine utensili, in cui ogni progetto, anche di grandissimo valore, viene fatto "su misura", e in quantità relativamente limitata. 5. Un paese in cui non funzionano alcuni servizi essenziali, del tipo: giustizia, scuola e ricerca, fisco, amministrazione pubblica, non può che regredire rispetto ai concorrenti; senza questi servizi, manca al paese anche la cultura organizzativa, che permette il funzionamento dei grandi complessi; è da questi servizi che l'Italia deve ricominciare se vuole riguadagnare posizione nel mondo.
    • Amegighi Rispondi
      Inutile sottilizzare tanto. L'articolo è chiaro come è altrettanto chiaro dove stiamo andando. Cioè verso una produzione da paese di serie B. L'autore ha messo in ballo un aspetto importante: manager di livello e competenti. Produrre farmaci o bulloni o componenti elettroniche non è la stessa cosa, ma vedo invece sempre le stesse persone che girano da un'impresa all'altra come se conoscere ciò che producono non sia importante. Altro aspetto che ci si dimentica è il settore R&S (non la rivista...). Investiamo poco in ricerca (1% circa contro cifre triple dell'UE e ancora maggiori di USA, Giappone e, ora, anche Cina). E senza ricerca e innovazione non si va da nessuna parte. Si continua a parlare di PMI, quasi a giustificare l'impossibilità di investire, ma a me sembra che queste PMI siano arretrate. Perchè non sviluppare un settore PMI fatto da piccole imprese molto impegnate nella produzione tecnologica avanzata e collegate veramente con le Università e i centri di ricerca ? I Max Planck tedeschi con il loro accompagnamento di Startup attorno, così come altri distretti importanti (Silicon Valley/ Stanford o SanDiego/ Biotech companies) dovrebbero essere un esempio a cui guardare. Da noi invece esiste un numero immenso di "parchi di ricerca", più utili per i vari Governatori regionali piuttosto che per incentivare realmente la crescita e sviluppo di startup.
    • Guest Rispondi
      Condivido in toto. E spiace, ovviamente. Si confronti il Gci!
    • aldo Rispondi
      La cultura del "piccolo e bello" è stata voluta dalla politica in quanto (non conosco bene le percentuali) se esistono 5.500 milioni di imprese sotto i 10 dipendenti, di cui il 70% solo con imprenditore e dove il terreno non è fertile, perchè nei primi 5 anni di vita muore il 40% delle imprese, significa solo una cosa:"io ti tartasso tanto se chiudi, altri aprono". Così è andato avanti per anni e così vengono coperti i costi della burocrazia e della politica. Con le illusioni non si costruisce un capitalismo sano ma di convivenza e tartassamento della base. Banale esempio: se su 10 di utile, 6 allo stato, 2 di anticipo Iva, 1 qualcuno non paga, si è già in mano allo Stato e alle banche. Eppure sulla carta sei un virtuoso con 10.000euro al mese. Sulla carta. In realtà sei un disgraziato. E qualcuno pretende che gli imprenditori investano? Più fai peggio è, così si spiegano anche i redditi bassi.
    • Guest Rispondi
      Condivido in toto. Mi permetto di rimarcare una 'parolaccia': R&D! (sostanzialmente inutile riportare la corrispondente locuzione Italiana; esiste solo a livello lessicale) Occorre aggregare ed internazionalizzare I distretti di eccellenza (che ancora resistono); punto 3 sopra. Sembra di ri-scoprire l'acqua calda ogni volta, per n volte.Ma come e' bella la munifica poppa di mamma-stato! E poi il sistema pensionistico! Senza trascurare I baby pensionati a 55 anni di eta'!
    • rob Rispondi
      Le tue 33 righe valgono in termini di memoria storica e di progetti futuri più di tutte le inutili chiacchiere che una classe politica a dir poco mediocre fa da 40 anni a questa parte. 20 anni fa in piena riforma della "bufala federalista" sostenni che un sistema rigido come il nostro all'apertura del mondo globale sarebbe crollato a confronto di sistemi più snelli ma anche più meritocratici. Il suo post mi conforta. Per sintetizzare quello che lei dice basti pensare alla creazione della Golf da parte della Germania, prodotto di qualità che ha conquistato il mondo, a cui rispondemmo con Arnia e Alfasud frutto di uno scellerato accordo tra pseudo-imprenditori- sindacalisti e politici da strapazzo. Nel primo caso il mercato fu il mondo nel secondo i vigili urbani degli 8000 Comuni italiani. Tedesco pragmatico, italiano furbo!
      • AM Rispondi
        Mi pare di ricordare che la Golf fosse stata progettata da un italiano che prima aveva offerto il progetto alla Fiat ricevendo un cortese rifiuto.
        • rob Rispondi
          Nel 2010 il Gruppo Volkwagen ha acquisito il 90,1% del capitale della Italdesign Giugiaro. In pratica modo di fare da economia reale e non intrallazzi furbi tipo Cassa del Mezzogiorno, Arna, carrette per la pubblica burocratica amministrazione, etc.
      • maurizio d'argento Rispondi
        E ricordiamoci anche che la Golf fu disegnata da Giugiaro e che la Fiat più recentemente si è persa Da Silva a favore di Audi.