In vista del 1° maggio il governo prepara un decreto sulle retribuzioni, ma non attua la delega del “Collegato lavoro 2025”. A riempire il vuoto legislativo e sindacale è la magistratura, usando Costituzione e codice penale contro la povertà lavorativa.
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In Italia non c’è molta trasparenza sulle retribuzioni. È un problema che nasce anche dalla scarsa comprensibilità dei cedolini che dovrebbero spiegare a lavoratrici e lavoratori le varie voci. Una proposta pratica: introdurre la busta paga 2.0.
Se si utilizzano le Ula come input di lavoro e il deflatore dei consumi delle famiglie come indice di prezzo si ottiene una riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti tra il 2019 e il 2025 significativamente inferiore rispetto ad altre stime.
La questione dei tempi di pagamento del Tfs-Tfr dei dipendenti pubblici è solo l’ultimo esempio. Spesso le sentenze della Consulta restano lettera morta. Bisogna fissare un limite oltre il quale ciò che è costituzionalmente illegittimo non possa restare.
Tra pochi mesi si esaurirà il programma Gol. Lascia alcune eredità positive e indica gli elementi su cui agire in futuro. Con tre priorità: definizione di un modello di apprendistato per adulti, politiche abitative e inserimento delle donne straniere.
Le donne continuano a percepire retribuzioni significativamente più basse di quelle degli uomini. Il divario è già evidente al primo impiego e affonda le radici nelle scelte degli indirizzi di studio, compiute ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro.
Il congedo paritario è stato bocciato in Parlamento perché troppo costoso per la finanza pubblica. Ma il sistema attuale spinge molte madri ad abbandonare il lavoro dopo il parto. Con la maternità che diventa una penalizzazione occupazionale per le donne.
Gli stereotipi hanno un ruolo nelle scelte educative e contribuiscono così agli squilibri di genere nel mercato del lavoro. Favorire la consapevolezza di quelli impliciti aumenta il numero di ragazze che optano per facoltà Stem. Con effetti anche sui maschi.
Salario individuale netto e reddito familiare netto sembrano raccontare storie opposte. Nell’apparente paradosso giocano un ruolo fisco e occupazione. Che però non possono sostituire a lungo retribuzioni che non seguono l’aumento del costo della vita.