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Donne al lavoro: la busta paga rimane più leggera

Sale l’occupazione femminile e diminuisce il divario salariale fra uomini e donne. Ma per arrivare a una maggiore parità di genere nel mondo del lavoro bisogna comprendere il legame tra comportamento delle imprese, dei lavoratori e dei loro colleghi.

8 marzo tutto l’anno

Il lavoro delle donne rappresenta un enorme potenziale di crescita del paese. Per questo la promozione dell’occupazione femminile e la parità tra uomini e donne nel mercato del lavoro dovrebbero essere una priorità. E non solo una volta l’anno.

Il Punto

SPECIALE 8 MARZO

Nella Giornata internazionale della donna (auguri a tutte!) finalmente registriamo progressi nella riduzione dei divari di genere anche in Italia. Cresce l’occupazione femminile (lavora quasi la metà delle donne in età lavorativa, miglior dato di sempre) e si restringe (poco) al 14,5 per cento la forbice tra le retribuzioni di uomini e donne. Tutto bene? Non proprio. Le differenze di stipendio che rimangono aumentano molto con l’anzianità aziendale e l’età. E la scarsa mobilità verso imprese diverse non aiuta. Ci vogliono politiche incisive per aiutare le donne a conciliare tempo di lavoro e tempo di cura (della casa, dei bambini, degli anziani) che cade ancora sproporzionatamente su di loro. Incredibilmente, la nascita del primo figlio ancora implica una penalizzazione salariale per un periodo fino a 15 anni. Anche per questo l’Italia è fanalino di coda in Europa per nuovi nati. La politica può fare molto per sostenere le mamme lavoratrici o le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. Per ora non sappiamo cosa i vincitori delle elezioni (M5s e Lega) pensino di questi temi perché in campagna elettorale hanno parlato d’altro: flat tax, reddito di cittadinanza, cancellazione della legge Fornero. Come se le donne non ci fossero.

Una precisazione sul congedo parentale *

Dobbiamo segnalare una importante inesattezza apparsa nell’articolo sui congedi parentali di Vitalba Azzolini. In quell’articolo l’autrice afferma, a margine della sua analisi, che il decreto legislativo. n. 80/2015 che prevede l’estensione e il potenziamento del congedo parentale “introduce misure a carattere sperimentale, la cui prosecuzione oltre il 2015 è condizionata all’individuazione di adeguate coperture finanziarie: è dubbio, tuttavia, che in pochi mesi possano essere testate sufficientemente.”
Questo è inesatto e un po’ sorprendente perché, sin dall’11 giugno 2015, data dell’approvazione in via preliminare da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legislativo di riforma degli ammortizzatori sociali, il Governo ha ripetutamente chiarito che le disposizioni a cui la Azzolini fa riferimento sarebbero state rese strutturali, cioè estese anche oltre il 2015.
L’impegno del governo ha avuto infatti puntuale riscontro con l’entrata in vigore, il 24 settembre 2015, del dlgs n. 148 del 14 settembre 2015, recante disposizioni di riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali (il cosidetto “decreto CIG”). Questo decreto infatti assicura il finanziamento strutturale. In conclusione, per la massima trasparenza su un tema di questa importanza, vogliamo chiarire che le misure di conciliazione lavoro famiglia discusse nell’articolo non sono sperimentali, bensì strutturali. Alla comunità scientifica, oltre che a tutti noi, rimane il compito di valutare in modo rigoroso l’impatto di misure che speriamo abbiamo effetti rilevanti per le opportunità di vita e il benessere di molte famiglie italiane.
* Stefano Sacchi – Consigliere Economico del Ministero del Lavoro
Filippo Taddei – Responsabile Economia e Lavoro, Partito Democratico
La risposta di Vitalba Azzollini
L’articolo “Non bastano i congedi per avere più mamme al lavoro” è stato pubblicato in data 23 settembre, dunque il giorno precedente l’entrata in vigore del decreto n. 148/2015. Peraltro, l’osservazione relativa alla strutturalità “condizionata” dello strumento in discorso è una mera nota a margine dell’esame condotto nell’articolo, vale a dire lo scarso impatto della misura sull’occupazione femminile sulla base delle risultanze di studi condotti al riguardo: quindi, non incide sulle conclusioni.
Quanto all’affermazione di Stefano Sacchi e Filippo Taddei, secondo i quali “rimane il compito di valutare in modo rigoroso l’impatto di misure che speriamo abbiamo effetti rilevanti per le opportunità di vita e il benessere di molte famiglie italiane”, si osserva che tale impatto avrebbe potuto essere valutato: ex ante, avvalendosi delle conclusioni di appositi studi – alcuni citati nell’articolo – in base a cui vi sono misure di conciliazione aventi un effetto più rilevante; ex post, a seguito di un adeguato periodo di sperimentazione, atto a dimostrare la concreta efficacia della misura in relazione ai fini per i quali era stata prevista. Dunque, oltre alle conclusioni degli studi sul tema, si è reputato non fossero necessari neanche i dati empirici rivenienti dalla sperimentazione inizialmente prevista nel decreto n. 80/2015, al fine di verificare l’impatto del congedo parentale sulla conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro.
Nota della redazione. L’articolo è stato sottoposto a lavoce.info a fine luglio ed è stato pubblicato con un certo ritardo – risultando non perfettamente aggiornato – a causa dei molti articoli in giacenza. Ce ne scusiamo con gli interessati.

Non bastano i congedi per avere più mamme al lavoro *

Le difficoltà di bilanciamento fra lavoro e vita familiare continuano a penalizzare l’occupazione femminile. Il governo ha fatto bene a emanare un decreto per favorirne la conciliazione. Ma non ha attuato le misure che avrebbero avuto gli effetti più rilevanti. Serve un intervento organico.

Il Primo maggio delle donne

Negli ultimi anni le donne italiane in cerca di lavoro sono aumentate. E la legge sulle quote rose ai vertici delle aziende ha dato buoni risultati. Ma l’occupazione femminile resta bassa. Le politiche indispensabili per consolidare i segnali positivi e l’attuazione delle misure già prese.

Occupazione femminile: lezioni americane

Negli Stati Uniti il divario tra uomini e donne nella partecipazione al mercato del lavoro è molto più basso di quello registrato in Italia. Un calo persistente del gap porterebbe automaticamente anche a una riduzione del tasso di disoccupazione femminile. Fenomeno congiunturale o di lungo periodo?

8 marzo: il divario c’è ma si è ridotto

Parlando dell’inadeguato riconoscimento economico del contributo delle donne alla società italiana, spesso si dimentica di ricordare che il divario di genere sul mercato del lavoro è significativamente diminuito negli ultimi anni.
I numeri dicono che il divario c’è ma oggi è più piccolo di ieri. Nel 2007 – prima della crisi – erano attivi sul mercato del lavoro (perché occupati o perché disoccupati ma attivamente alla ricerca di un lavoro) 75 uomini su cento. Le donne attive erano invece solo il 51 per cento, poco più della metà del totale delle donne. Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro era dunque di 24 punti percentuali. Nel 2014 le cose sono cambiate. Gli uomini attivi sul mercato del lavoro sono scesi a 73,5 su cento, mentre la quota delle donne attive è salita al 53,5 per cento. Così il divario è sceso a 19 punti percentuali. Meno cinque punti in sette anni.
E’ vero che la percentuale di donne occupate rimane nel 2014 inchiodata al 46,5 per cento, tale e quale al numero registrato nel 2007. Un deludente stop rispetto ai trend positivi degli ultimi vent’anni. Ma agli uomini è andata molto peggio: la percentuale di occupati uomini è scesa dal 70,5 al 64 per cento. E le donne che oggi vorrebbero entrare nel mercato del lavoro e invece rimangono disoccupate, fino al 2007 nemmeno provavano a cercarne uno. Una disoccupata spera di vincere la lotteria del lavoro, un’inattiva ha smesso o non ha mai cominciato a sperare.
Nella crisi le donne si sono difese meglio degli uomini, forse perché è scomparso un quarto del manifatturiero dove le donne sono meno rappresentate. Ma forse si può ben sperare per il futuro del divario di genere. La nuova occupazione sarà più spesso creata nei servizi che non nel manifatturiero. E le misure per ridurre il divario hanno appena cominciato a dare risultati misurabili. C’è ancora un soffitto di cristallo nelle posizioni di vertice in grandi aziende, università, media. Ma i dati di oggi sul mercato del lavoro suggeriscono più ottimismo rispetto al passato.

divario di genere

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