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E vinca il più furbetto

Tutta colpa della pay-tv se il calcio italiano si trova in un circolo vizioso in cui i divari sportivi ed economici si alimentano a vicenda. Più le grandi squadre si rafforzano, più aumenta lo squilibrio, peggiore risulta l’equilibrio competitivo. A migliorare la situazione, poi, non ha certo contribuito la “sospensione” delle leggi ordinarie, come è accaduto al codice civile con il decreto salvacalcio. Intanto, lo Stato aspetta dalle società 650 milioni di imposte arretrate. Soluzioni? La supelega europea, terne arbitrali scelte a livello europeo, il salary cap per i calciatori. O l’applicazione di un sistema fortemente progressivo alle quote d’iscrizione a Lega e campionato, per rispttare le regole antitrust.

Un taglio alle squadre. E il campionato torna bello

Per risolvere la crisi del calcio non serve una superlega europea. Meglio tornare a una superlega italiana, ovvero a una serie A a sedici squadre. Con meno gare, crescerebbe la qualità del campionato e la perequazione nella distribuzione delle risorse derivanti dai diritti televisivi lo renderebbe più serrato. Minore anche il rischio di combine. Soprattutto, i club potrebbero ridurre le “rose”, uno strumento più efficace dei salary cap per l’abbattimento dei monti-salari. Con i play off, poi, potrebbero esserci vantaggi anche nella cessione dei diritti tv.

Un “tetto” per Totti

La proposta di una superlega europea appare difficilmente realizzabile nel contesto attuale, non è gradita a una parte rilevante dei tifosi e forse è inefficace per risolvere la questione del divario tecnico-economico tra squadre. In ogni caso è praticabile solo nel lungo periodo, mentre i gravissimi problemi del calcio italiano richiedono una soluzione immediata. Meglio quindi sperimentare, subito e per qualche anno, alcune delle misure di riequilibrio tipiche dello sport statunitense. A partire da una forma di salary cap.

Nostalgia e moralismo non servono

E’ ormai un fatto acquisito che l’equilibrio competitivo dei campionati europei in generale, e del nostro in particolare, sia diminuito. Il motivo è la pay-tv, una tecnologia che ha immensamente allargato il mercato di riferimento, soprattutto delle grandi squadre. Il vecchio modello organizzativo del sistema calcio italiano non è più adatto al cambiamento radicale di questo mercato. Il problema è dunque di governance: sono necessarie nuove istituzioni e nuove regole. E per far sì che si giochi fra pari, l’unica soluzione è una superlega europea.

Ieri, Moggi e domani

Il sistema calcio italiano si trova in un circolo vizioso in cui i divari sportivi ed economici si alimentano a vicenda. Più le grandi squadre si rafforzano, più aumenta lo squilibrio, peggiore risulta l’equilibrio competitivo. Questo può causare una perdita di interesse da parte degli spettatori e una riduzione del volume di risorse che affluiscono a questa industria.
Indispensabile una profonda riflessione su regole e di meccanismi di controllo utili a garantire un riequilibrio della forza relativa dei club e un aumento del livello competitivo interno del campionato.

Quando l’Europa può darci un fischietto*

Quale potrebbe essere stato il risultato delle partite oggi al centro delle indagini della magistratura? Perchè proprio quelle?  Hanno davvero alterato l’esito del campionato? E che rapporto c’e’ tra il condizionamento degli arbitraggi e il crescente divario fra grandi e piccoli clubs? Proviamo a fornire alcune prime risposte a tali quesiti, sulla base di un’analisi dei risultati degli ultimi campionati. Una superlega con selezione delle terne arbitrali a livello europeo potrebbe risolvere al contempo diversi problemi e ridare credibilità al calcio.

Il fallimento del calcio senza regole*

Per decenni, il calcio italiano ha punito gli onesti e premiato i furbetti. Bisogna fare il contrario. Non sono necessarie nuove leggi, quanto il ripristino di quelle esistenti, troppo a lungo sospese. Come è accaduto al codice civile, “soppiantato” dal decreto salvacalcio. Da ripensare, e forse vietare, la quotazione in Borsa delle squadre. Lo Stato, poi, inizi a farsi pagare i 650 milioni di imposte arretrate. Chi deve fallire, fallirà. Ma entrerà aria nuova, e lo scandalo sarà servito a qualcosa.

La partita della diseguaglianza

La compravendita dei diritti televisivi per la trasmissione delle partite di calcio della serie A si dimostra sempre più sbilanciata a favore delle grandi squadre di calcio, penalizzando così la posizione finanziaria delle società medio-piccole. Un livello di disuguaglianza facilmente quantificabile dalle tecniche della teoria economica. Gli inviti a utilizzare criteri di mutualità non risolvono la situazione. Meglio sarebbe istituire una superlega europea, riservata ai club più forti. Permetterebbe di far rispettare salary cap e vincoli di bilancio.

L’Antitrust in campo

I dati confermano che il calcio italiano soffre di un grave problema di competitive balance. Dovuto al regime di ripartizione dei proventi dei diritti televisivi. Nel 1999 il passaggio alla titolarità individuale era stato favorito anche da un’istruttoria dell’Agcm. Ora si pensa di tornare alla contrattazione collettiva, già autorizzata dalle autorità europee per la Champions League. Un’altra soluzione rispetta le regole antitrust: mantenere i diritti soggettivi, applicando però un sistema fortemente progressivo alle quote d’iscrizione a Lega e campionato.

La deriva americana del calcio italiano

Nel campionato italiano esiste un equilibrio competitivo alquanto modesto. Ma nel calcio il monopolio non paga, tende ad aver effetti sistemici destabilizzanti. Se si riduce l’interesse, si riducono anche le risorse. E il passo successivo potrebbe essere la formazione di leghe alternative, come è infatti avvenuto negli Stati Uniti. Ciò che serve è un meccanismo chiaro, trasparente, predefinito e condiviso di distribuzione degli introiti del calcio tra le diverse squadre, che appare poco dipendente dalle modalità di vendita dei diritti televisivi.

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