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Tfr: altri 3 anni di attesa

Il Governo ha approvato la riforma del trattamento di fine rapporto. Rimane tutto come il decreto già commentato su lavoce.info. Solo la riforma prenderà il via nel 2008 (2009 per le piccole imprese). E’ dal 1993 che i lavoratori aspettano di vedere decollare la previdenza integrativa. Ora dovranno aspettare altri due anni. Riproponiamo ai lettori gli interventi apparsi sul sito riguardanti il decreto Maroni oggi approvato.

TFR, Temiamo Forti Ripercussioni

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La “Famigghia”

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Le ragioni dell’opposizione a Bolkestein

La liberalizzazione del commercio incontra spesso forti resistenze. Ne sono un esempio le proteste contro la direttiva Bolkestein. Diversamente da quanto sostiene la teoria economica, se i mercati del lavoro sono segmentati, esiste davvero una classe di lavoratori dell’Ovest penalizzati a causa della concorrenza dei lavoratori dell’Est, che non può ricollocarsi in altre attività. Ecco perché si oppongono alla direttiva i paesi con un’elevata regolamentazione del mercato del lavoro, mentre sono a favore quelli relativamente deregolati.

Il motore nuovo della Germania

Il patto di Governo riflette bene l’opinione generale dell’establishment tedesco, concorde nel dire basta ai pesanti deficit, ma restio ad attuare riforme profonde, ritenute troppo “anglosassoni”. Nel programma manca un chiaro filo conduttore. Se è forte la volontà di risanare la finanza pubblica, come dimostrano aumento dell’Iva e innalzamento dell’età pensionabile, crescono d’altra parte anche i sussidi. Positivo l’avvio di una revisione del federalismo. Ma non è detto che l’accelerazione della crescita in Germania abbia effetti sul resto d’Europa.

Alitalia, una sopravvivenza politicamente garantita

La “privatizzazione” di Alitalia via aumento di capitale è un’operazione molto costosa per lo Stato. Ma tutta l’annosa vicenda è emblematica dei tarli che indeboliscono l’economia italiana. La débacle della compagnia non è dovuta a carenze tecnologiche né a insufficienza di capitali, ma a protezioni clientelari, a una sindacalizzazione corporativa, a scelte d’investimento sbagliate. Il danno per il paese è stato enorme. Non solo per le risorse bruciate, ma anche per la perdita di posti di lavoro qualificati e per i costi imposti al turismo dai prezzi del servizio.

Autostrade, galline dalle uova d’oro e polli da spennare

Perché alcune infrastrutture, e le autostrade in particolare, sono così redditizie da scatenare
“guerre commerciali” tra soggetti pubblici e privati e conflitti tra amministrazioni locali? Si tratta spesso di rendite di monopolio, generate dalle tariffe consentite da un regolatore debole, e quindi facilmente “catturabile”. Sostanzialmente, una tassa impropria, che potrebbe rivelarsi efficiente se fosse tarata per il controllo della congestione. Quanto alla Serravalle, un privato ha lucrato enormi plusvalenze da un monopolio mal regolato.

Ad alta velocità verso l’immobilismo

Sono in molti a considerare la Torino-Lione strategica per il futuro dell’Italia. Ma come può definirsi tale un’opera i cui costi superano largamente i benefici, pur stimati molto generosamente? Altre infrastrutture sarebbero più urgenti. Per esempio, il quadruplicamento dell’asse ferroviario del Brennero ha costi minori. E già oggi la domanda per merci e passeggeri sulla tratta Verona-Monaco è assai elevata e con un alto tasso di crescita. Ma con risorse pubbliche molto limitate, la dispersione dei finanziamenti rallenta tutte le realizzazioni, utili e inutili.

Il sindacato e la ribellione nelle banlieues

Il sindacato italiano può giocare un ruolo sociale importante nel dare voce agli immigrati: non avranno così bisogno di incendiare le nostre periferie per fare sentire le loro ragioni. Ma non basta proporre corsi di formazione. Bisogna riconciliare le esigenze degli immigrati con quelle della base tradizionale del sindacato su tre temi fondamentali: le politiche dell’immigrazione, la protezione di chi ha carriere lavorative discontinue e la liberalizzazione dei servizi.

Perché le periferie non “brucino”

Una parte rilevante dell’industria italiana cerca di far fronte alla concorrenza internazionale con strategie di contenimento dei costi. E impiega manodopera immigrata per tenere in vita produzioni low-skilled labor intensive che altrimenti sarebbero delocalizzate. Una strada rischiosa per la specializzazione produttiva del nostro paese e per le prospettive future degli immigrati. Servono invece investimenti in capitale umano e innovazione, oltre a politiche attive dell’immigrazione. Soprattutto, però, si deve liberalizzare il settore dei servizi.

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