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Un anno di Legge Biagi

La diversificazione dei modelli contrattuali non è riuscita a stimolare l’offerta di lavoro. Nella riforma gli strumenti di lotta all’esclusione sociale si sono confusi con quelli finalizzati a conciliare la domanda di flessibilità delle imprese con la tutela dei lavoratori. Meglio sarebbe allora lasciare alla contrattazione collettiva la facoltà di decidere in quali casi, a quali condizioni e entro quali limiti è lecito, per i singoli lavoratori e per i singoli datori di lavoro, contrattare individualmente condizioni di lavoro adatte alla situazione specifica.

Nuovi lavori e nuovi numeri

Nell’ultimo anno il mercato del lavoro ha creato 163mila nuovi posti, un dato significativo soprattutto alla luce della bassa crescita economica. Crescono soprattutto i posti nei settori dove è concentrata la forza lavoro immigrata.  Tuttavia, ci allontaniamo dagli obiettivi di Lisbona (contano se vogliamo chiudere il divario di reddito con gli Stati Uniti) perché il tasso di occupazione è sceso al 57,5 per cento. La disoccupazione cala principalmente per fattori demografici. Nessuna informazione purtroppo è ancora disponibile sullo stato di attuazione della Legge Biagi.

Europei oziosi?

Gli europei lavorano meno degli americani? E gli italiani meno degli altri lavoratori europei? Perchè ci sono differenze così grandi fra paesi in termini di ore lavorate? Si tratta di attitudini che rendono i lavoratori di alcuni paesi più “pigri” che in altri stati, oppure di istituzioni che tengono fuori dal mondo del lavoro molte persone?  Mentre in Francia si abbandonano le 35 ore e in Germania si raggiungono accordi aziendali che prevedono un incremento degli orari di lavoro, riproduciamo per i nostri lettori gli interventi di Olivier Blanchard, Tito Boeri, Michael Burda, Jean Pisani-Ferry, Guido Tabellini, Charles Wyplosz e una scheda di Domenico Tabasso.

Il tempo libero degli europei

Non è vero che gli europei lavorano meno degli americani perché sono pigri o perché hanno scelto di godersi la vita. I dati suggeriscono che le asimmetrie fra Europa e Stati Uniti derivano dalle politiche pubbliche più che da libere scelte individuali. Il basso tasso di partecipazione al lavoro degli anziani è semplicemente il risultato di sistemi pensionistici generosi. Mentre la scarsa occupazione di giovani e donne riflette una regolamentazione del mercato del lavoro che protegge gli occupati, escludendo molte altre persone dal lavoro.

Quanto lavorano gli italiani

Molte delle tesi sulla presunta pigrizia degli europei e degli italiani si basano su dati che vengono mal interpretati. Utilizzando le informazioni fornite dalle inchieste sulle forze lavoro di Eurostat, si vede che per il numero di ore di lavoro dei lavoratori dipendenti italiani è il linea con la media europea. Anche nei giorni di lavoro complessivamente persi per motivi di salute, maternità e permessi, non c’è grande differenza fra il nostro paese e il resto d’Europa.  Mentre il divario con gli Stati Uniti si spiega soprattutto col nostro basso tasso di occupazione: abbiamo più persone in età lavorativa che non lavorano del tutto.

Contratti: a chi serve lo status quo

L’attuale sistema di contrattazione rischia di impedire a molti lavoratori, soprattutto ai più deboli, di partecipare a incrementi di produttività. Permette anche forti differenziali salariali a favore di un gruppo ristretto di lavoratori che operano in imprese coperte dagli accordi di secondo livello. La Cgil professa la necessità di aumentare la quota dei salari sul prodotto e ha fatto dell’egualitarismo un proprio cavallo di battaglia. Alla luce di questi obiettivi, farebbe bene ad accettare di discutere di riforme degli assetti contrattuali, anziché ergersi a difesa dello status quo.

Breve storia della contrattazione articolata

Dopo il gran rifiuto della Cgil di Epifani alla proposta di dialogo della Confindustria sulla struttura della contrattazione collettiva ripercorriamo le tappe della contrattazione articolata in Italia, dall’autunno caldo all’accordo del 1993. Perché se ne può trarre una lezione. Rivendicare come fa la Cgil un maggior peso del contratto nazionale e quindi opporsi alle proposte che tendono a spostare il baricentro della contrattazione dal centro verso la periferia, può comportare il rifiuto di Confindustria di stipulare il contratto nazionale. Questo è già accaduto nei primi anni ’80.

Quante ore in Europa?

Mentre le 35 ore sembrano destinate alla poubelle , tre economisti francesi, Olivier Blanchard, Jean Pisani-Ferry e Charles Wyplosz, discutono di ore lavorate e produttività. Secondo Blanchard, non c’è ragione di essere troppo pessimisti guardando alla performance economica dell’Europa in rapporto agli Stati Uniti. Gli europei hanno preferito destinarne una parte all’aumento del tempo libero e non a quello del reddito. Per Wyplosz, invece, l’Europa è malata di conservatorismo sociale che le impedisce di sfruttare il proprio capitale umano. Pisani-Ferry contesta la tesi secondo cui la diminuzione del tempo dedicato al lavoro sia sempre una libera scelta dei cittadini europei.

Il sindacato e la nuova concertazione

In passato ha permesso il risanamento, oggi la concertazione deve servire a perseguire la crescita del paese. L’obiettivo è rimuovere le cause strutturali della perdita di competitività del nostro sistema e porre rimedio alla scarsità degli investimenti Il sistema contrattuale va rimodulato per garantire il salario reale e ripartire l’aumento di ricchezza dovuto alla crescita della produttività. In questo contesto di sviluppo, ruolo e funzione del sindacato possono essere decisivi. E la loro definizione non ha bisogno di alcun provvedimento legislativo.

Black out estivo sui disoccupati

L’Istat cambia il metodo di classificazione delle forze lavoro per adeguarsi a una normativa comunitaria. I dati dell’inchiesta trimestrale appena pubblicati non sono quindi confrontabili con quelli del passato. Un peccato perché si sarebbero potuti vedere gli effetti sul mercato del lavoro della Legge Biagi e dell’incremento superiore alle attese del Pil. Tra i cambiamenti più significativi, la continuità della rilevazione, con interviste che avvengono durante tutto il trimestre, e una più precisa individuazione dei lavoratori parasubordinati.

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