Lavoce.info

Categoria: Energia e ambiente Pagina 41 di 42

Una tariffa per fermare il traffico

Servono o no i blocchi domenicali? Calcoli approssimati indicano che “equivalgono” a una riduzione media del 10 per cento al giorno delle polveri inquinanti. Senza dimenticare che le domeniche a piedi hanno anche un valore educativo, segnalano i costi di un uso eccessivo dell’auto. Ma una soluzione permanente al problema del congestionamento da traffico passa per gli strumenti del mercato, come l’istituzione della tariffa d’ingresso nelle città, utile anche per far quadrare i bilanci dei comuni in tempi di tagli ai trasferimenti statali.

Un Pil a tonnellate

Meno ambiente vuol dire meno benessere. È utile modificare le statistiche sulla crescita in modo da comprendere gli effetti dei danni ambientali? E in ogni caso non sarebbe corretto sviluppare misure del benessere che tengano conto della qualità dell’ambiente? I contributi di Enzo Di Giulio e Giorgio Nebbia sul tema.

Kyoto, l’importanza di guardare lontano

Nel dibattito sulle elezioni europee ci si deve occupare anche del rilancio della trattativa sul Protocollo di Kyoto dopo l’esito inferiore alle attese del Cop9. Su questi temi presentiamo un contributo di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza e uno di Edoardo Croci.

Tonnellate, non soldi

Negli anni recenti, il tema dell’ambiente ci ha consegnato una serie di interrogativi spesso di non semplice risposta. A grandi linee, confluiscono in due nuclei principali: il primo è rappresentato da una riflessione generale su cosa sia, e da cosa dipenda, il nostro benessere. Il secondo concerne ciò che possiamo fare per vivere in un ambiente più sano. Possono essere visti come il polo positivo e il polo normativo della questione ambientale: l’essere e il dover essere.
Il primo tema, del quale qui ci occuperemo, suscita un riflessione critica sul concetto di prodotto interno lordo e, per tale ragione, potrebbe avere in futuro effetti notevoli sulle nostre vite.

Più Pil, più benessere?

Concepito quale strumento di misurazione della capacità produttiva del periodo bellico, il Pil è diventato negli anni una sorta di metro del benessere di una nazione: la sua crescita suscita plauso, la sua stagnazione genera preoccupazione. Ciò accade per diverse ragioni, anche condivisibili, tra le quali i riflessi sull’occupazione. Eppure, lo stesso Simon Kuznets, il suo principale ideatore, ha sottolineato più volte l’errore insito nella formula "più Pil = più benessere".

Poiché il Pil aumenta ogni volta che si verifica una transazione nell’economia, inevitabilmente la sua crescita tende a essere connessa a spese che, in alcuni casi, rappresentano un indizio di malessere più che di benessere, come quelle associate ad esempio, a disastri ecologici, alla lotta alla criminalità, ai divorzi. Spese sostenute per la bonifica di un oil spill, oppure per la cura di un tumore da inquinamento, pur facendo crescere il Pil, sono sintomi di un danno per l’ambiente e per l’uomo. Su questo fronte, anche per il più bravo degli avvocati difensori, è difficile soccorrere il Pil. Una crescita della spesa per il Prozac, pur stimolando il Pil, non implica una maggiore felicità.

L’impronta ecologica

Ora, a questa pars destruens si affianca una pars costruens, spesso trascurata dai detrattori del Pil. Esterna alla tradizione economica, abbiamo una classe di indicatori sintetici, di tipo fisico che, prescindendo dal Pil, cercano di misurare la qualità dell’ambiente o lo sforzo che a esso chiediamo.
Un esempio è rappresentato dal concetto di impronta ecologica ("ecological footprint") che misura l’incidenza esercitata da una certa popolazione sul territorio, in termini di ettari utilizzati per lo svolgimento delle sue attività.
L’impronta ecologica di un abitante medio degli Stati Uniti è di 10,3 ettari, mentre il territorio procapite disponibile è di 6,7 ettari, il che significa che la pressione sul territorio è eccessiva (+3.6). Analoghe situazioni riscontriamo in altri paesi: tra gli altri, Singapore (+7.1), Giappone (+3,4), Svizzera (+3,2), Germania (+3,4), Italia (+2,9).
Altro strumento interessante è il barometro della sostenibilità, che combina indicatori elementari in due dati sintetici: uno riferito agli esseri umani, un altro all’ecosistema.

Indici, ambiente e società

Una maggiore continuità caratterizza una classe di indicatori che, interna alla tradizione economica, cerca di superare il Pil a partire dal Pil. In termini generali, questi indicatori cercano di fornire informazioni, oltre che sulla sfera economica, anche su quella sociale e ambientale.
Nell’ambito dell’Unep (United Nations Development Program), ad esempio, troviamo un insieme di indicatori di grande interesse, il più noto dei quali è probabilmente l’indice di sviluppo umano (Human Development Index) che aggrega con peso identico, dopo opportuna elaborazione, tre variabili principali: il reddito pro-capite, la speranza di vita alla nascita, il tasso combinato di alfabetismo e scolarizzazione.
Ispirato dal Nobel Amartya Sen, l’Hdi ridimensiona il peso del Pil dando spazio ad altri elementi che influiscono sul benessere dell’uomo e che tentano di catturare, seppure sinteticamente, il ruolo svolto dalle libertà, così care a Sen. Nella sua visione, "lo sviluppo è libertà" di fare e di essere, e questo spiega l’inclusione della longevità e dell’istruzione nell’Hdi.

Un altro esempio è rappresentato dal Pil verde, che sottrae al prodotto interno lordo i danni ambientali.
Ma probabilmente, la formulazione più avanzata dello sforzo di superamento del Pil è il Genuine Progress Indicator (Gpi). Proposto da Redefining Progress, è un indice ottenuto attraverso alcune correzioni del Pil.

In particolare, il Gpi sottrae i costi sociali legati alla criminalità, ai divorzi, all’inquinamento e al deterioramento delle risorse naturali, e aggiunge al prodotto interno lordo il valore del lavoro svolto all’interno della famiglia e del volontariato. Inoltre, il Gpi prende in considerazione altri fattori, quali la distribuzione del reddito (maggiore l’equità, più alto è il Gpi), i servizi e i costi dei beni durevoli e delle infrastrutture, il capitale preso in prestito dall’estero, la disponibilità di tempo libero (maggiore il tempo libero, più alto è il Gpi).
Con tale procedimento, il Gpi si svincola dall’assunzione che a ogni transazione monetaria corrisponda un aumento del benessere. Un confronto tra Pil (Gdp) e Gpi procapite per gli Usa evidenzia una notevole distanza (vedi grafico).

 

 

È certamente auspicabile un superamento del Pil attraverso l’uso di un indicatore non esclusivamente incentrato sulle transazioni economiche, più democratico, che tenga conto di altri aspetti rilevanti nelle nostre vite.
Al di là dei notevoli problemi da superare, a cominciare dalla monetizzazione dei danni ambientali, rappresenterebbe una sorta di rivoluzione. La crescita del Pil sarebbe solo uno degli obiettivi a cui tendere e, nel farlo, occorrerebbe prestare attenzione anche all’ambito sociale e ambientale, e agli effetti che la crescita del Pil avrebbe sui di essi.
Le proposte sono numerose. Ora si tratta di compiere la seconda parte del cammino, dall’idea all’applicazione.
Ma questa, come noto, è la più ardua.

Per saperne di più

Sul Gpi, si veda il sito: http://www.rprogress.org/
Sen A., "Development as freedom", Anchor Books Editions, 2000.
Undp 2003, "Human Development Report 2003", scaricabile dal sito http://www.undp.org/hdr2003/
Wackernagel M. et al. 1997, "Ecological footprints of nations. How much nature do they use? How much nature do
they have?", in http://www.ecouncil.ac.cr/rio/focus/report/english/footprint/

Kyoto vive

Cop9, la conferenza sul clima svoltasi a Milano il mese scorso ha viaggiato su due binari paralleli: l’attività negoziale e i side events. Se i risultati della prima sono scarsi, assai più significativo è il contributo di tavole rotonde e seminari che hanno affrontato i veri nodi del negoziato sui mutamenti climatici. Ciò che è apparso chiaro è che Kyoto e il suo Protocollo restano ancora al centro del dibattito: non vi sono sul tavolo alternative a questa base da cui occorre partire o, meglio, ripartire.

Milano capitale del clima

Dodici giorni per discutere di cambiamenti climatici e di gas serra. L’agenda ufficiale della conferenza prevede che siano trattati temi importanti come le penalità per chi non rispetta il programma di mitigazione delle emissioni e la questione dei permessi di inquinamento legati a progetti di tecnologia pulita nei paesi in via di sviluppo. Ma aumenta il numero di coloro che pensano già al dopo-Kyoto, perché il Protocollo è stato svuotato dei suoi contenuti originari e perché rischia di non entrare mai in vigore.

Banana Republic

È comprensibile che nessuno voglia scorie nucleari nel cortile di casa. Ma in Italia il rischio vero è quello di non decidere niente per non scontentare nessuno. Si procede di rinvio in rinvio.  Mentre una soluzione per il sito nazionale delle scorie va trovata anche se richiede coraggio e senso di responsabilità. E se una scelta unilaterale dello Stato centrale è improponibile per la frammentazione dei poteri locali, si potrebbe iniziare a riflettere su modalità di compensazione per le comunità che dovessero accettare lo stoccaggio di rifiuti pericolosi nel loro territorio.

Calamità naturali “assicurate”

E’ iniziato alla Camera l’iter del decretone di collegamento alla Legge Finanziaria. Si discute anche dell’introduzione dell’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali. Riproponiamo ai lettori un‘intervista a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, che ne spiega i dettagli.

A qualcuno conviene abusivo

L’abusivismo edilizio è un fenomeno costante nel nostro paese. E non potrebbe raggiungere dimensioni così importanti senza una connessione con l’edilizia legale. Quando questa è in crisi, le opportunità di lavoro si trovano nell’attività illegale, soprattutto nel Mezzogiorno. In calo negli ultimi anni, riprende ora in vista di quel prezioso incentivo che è il condono. L’abusivismo è dunque parte integrante dell’economia sommersa.

Non solo effetto serra

L’aumento della produzione e dei consumi di merci comporta la diminuzione delle risorse naturali disponibili e della loro qualità, a livello planetario e locale. Nonostante i dati statistici incerti, esiste una correlazione tra attività umane, modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera e aumento della temperatura terrestre. Se non ripensiamo un intero modello di sviluppo economico, le calamità naturali e i loro costi sono destinati ad aumentare.

Pagina 41 di 42

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén