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Autore: Ugo Trivellato Pagina 2 di 3

trivellato Professore emerito di Statistica Economica, Università di Padova. Attualmente è senior research fellow di FBK-Irvapp. È stato ricercatore visitatore/professore alle Università di Monaco, Århus, Wisconsin-Madison, e Uppsala. I suoi principali interessi di ricerca riguardano: valutazione d’impatto di politiche pubbliche (segnatamente lavoro e welfare); misura e analisi della partecipazione al lavoro e della disoccupazione; modelli strutturali e di misura nelle scienze sociali. È CESifo research fellow, IZA research fellow, socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Nel 2005 gli è stato conferito il Premio di Economia del Lavoro Ezio Tarantelli per il contributo alla ricerca.

Di cosa parliamo quando parliamo di reddito minimo

COS’È IL REDDITO MINIMO?
Il reddito minimo (Rm) è un programma contraddistinto da quattro tratti qualificanti.
(a) È informato all’universalismo selettivo, è cioè erogato a tutte le famiglie che si trovano sotto una determinata soglia di povertà, che varia in funzione della composizione della famiglia. Non è dunque ristretto a particolari categorie di famiglie o persone, né sottosta a un vincolo di finanziamento che tipicamente porta al razionamento.
(b) Consta innanzitutto di un trasferimento monetario che integra il reddito familiare fino alla pertinente soglia di povertà, tiene quindi conto della disponibilità (il reddito e il patrimonio) e dei bisogni (la composizione) della famiglia.
(c) Affianca al trasferimento monetario azioni di sostegno sociale e, per le persone in età lavorativa e abili al lavoro, azioni di attivazione al lavoro (orientamento, formazione, placement) sostenute da condizionalità, nel senso che, in una logica di obblighi reciproci, il beneficiario non può sottrarvisi né rinunciare a ragionevoli offerte di lavoro, pena la riduzione del trasferimento o l’esclusione dal programma.
(d) Il programma ha carattere strutturale, quindi durata illimitata. Certo,  sussistendone le condizioni, mira a portare le famiglie all’autosufficienza economica, quindi a uscire dalla “trappola della povertà” e quindi dal programma stesso. Ma eroga il trasferimento monetario, e le azioni di sostegno connesse, fino a che la famiglia permane nella condizione di povertà.
Se introdotto, il Rm assorbirebbe tutte le misure categoriali mirate a contrastare la povertà (e in Italia sono una miriade). Ad affiancarlo rimarrebbero misure con altre finalità: vuoi di contrasto di specifiche condizioni di disagio, quali la disabilità e la non autosufficienza; vuoi politiche mirate ad altri obiettivi, quali il sostegno per i figli, la conciliazione lavoro-famiglia e simili.
D’altra parte, il Rm nulla ha a che vedere con l’ipotesi di un reddito di cittadinanza: un reddito universale, che garantisce a qualunque persona un trasferimento monetario a prescindere dalle sue condizioni economiche, slegato da qualsiasi obbligo. Un’ipotesi interessante sul piano della filosofia sociale, ma largamente impraticabile per ragioni economiche e di accettabilità sociale.

SONO SOLDI BEN SPESI?

Sono ben spesi i finanziamenti alle imprese per ricerca e sviluppo? I fondi per gli ammortizzatori sociali? Per la sperimentazione didattica? Il libro, di cui pubblichiamo brevi estratti dal primo e quarto capitolo (edito da Marsilio, 184 pagine, 16 euro), illustra le potenzialità della valutazione degli effetti di politiche basata sull’analisi “controfattuale”. Ne presenta gli utilizzi negli Usa, in Germania e Francia. Discute lo stato della valutazione in Italia e della sua arretratezza.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Grazie per la diecina di commenti. Rispondo brevemente, in modo “collettivo”. Semplificando un po’ – ma non troppo, le questioni sollevate sono tre: (i) bisognerebbe saperne di più, sulle varie forme e caratteristiche del lavoro “precario”; (ii) serve un welfare diverso, improntato a criteri di universalismo e di equità – e per un intervenuto anche di flessibilità quanto a licenziamenti; (iii) occorre avere una prospettiva di medio-lungo periodo, per essere consapevoli dei problemi che si porranno e cominciare ad affrontarli sin da adesso.
Sulla sostanza dei commenti sono d’accordo. Faccio qualche precisazione.

BISOGNEREBBE SAPERNE DI PIÙ, SUL LAVORO “PRECARIO”

È vero. I dati amministrativi che ho presentato riguardano le assunzioni e cessazioni di rapporti di lavoro dipendente – a meno di quello domestico e di quello intermittente – e le collaborazioni di tipo subordinato – co.co.pro. e lavoro a chiamata. Mancano i lavoratori precari “camuffati” da partite IVA e da tirocini o stage (Maurilio M). I dati si riferiscono a movimenti – entrate e uscite dal lavoro dipendente e parasubordinato – e non alle “teste”, cioè al numero di lavoratori coinvolti (Paolo R). Servirebbero dati tempestivi anche su mansioni e salari (Luca V). Aggiungo che sappiamo molto poco sul lavoro nero, e per buoni motivi: è difficile  documentare la dinamica corrente di un fenomeno “nascosto” perché irregolare.
Ciò detto, il fuoco della nota era sulle opportunità che offre una nuove fonte: i dati amministrativi sulle comunicazioni obbligatorie elaborati in maniera omogenea da alcune Regioni. I motivi per i quali sono interessanti sono due: riguardano flussi – assunzioni e cessazioni – e sono quindi particolarmente utili per cogliere l’evoluzione della congiuntura; sono resi disponibili con notevole tempestività – hanno anticipato di qualche settimana le stime trimestrali dell’Istat sulle forze di lavoro.
Certo, c’è dell’altro da sapere. Il fatto è che, nonostante il profluvio di previsioni normative – dal pacchetto Treu del 1997alla  riforma Maroni del 2004, il ritardo nella compiuta attuazione di un “Sistema Informativo del Lavoro” è stupefacente. E l’entità del ritardo risalta con maggior evidenza se si ricorda che i primi infelici (e costosi) tentativi di realizzare un “Teleporto del Lavoro” risalgono a circa trent’anni fa.
Il problema, poi, non è solo nei dati. Partite IVA e tirocini o stage che “camuffano” occupazione dipendente precaria, e ancor più il lavoro nero, chiamano in causa una regolazione inadeguata dei rapporti di lavoro e, soprattutto, carenze nella vigilanza e nel controllo sull’applicazione di norme sul lavoro (Isabella N).

SERVE UN SISTEMA DI WELFARE PROFONDAMENTE DIVERSO

È risaputo che il nostro mercato del lavoro è segmentato e che l’impianto degli ammortizzatori sociali obbedisce a una logica categoriale, frammentata. Purtroppo, con  la crisi economico-finanziaria del 2008, e i suoi riflessi sull’occupazione, questi tratti si sono accentuati. L’indirizzo scelto dal Governo, infatti, può essere riassunto in due affermazioni:
(a)  questo non è il tempo delle riforme, ma degli interventi-tampone in attesa che “passi la nottata”. Detto altrimenti, si accantona  ogni ipotesi di riforma del welfare e ci si concentra su interventi puntuali;
(b)   vi è una forte concentrazione degli interventi in favore del mantenimentodell’occupazione, mirati cioè ai lavoratori sospesi – prevalentemente lavoratori con contratto a tempo indeterminato, e l’estensione di benefici a categorie di lavoratori precedentemente esclusi avviene secondo una logica derogatoria e particolaristica.

Pagano soprattutto i “precari”: in larga parte giovani, ma anche meno giovani – gli  “ultraquarantenni” (Giulio). La strada per uscire da questo cul de sac non può che essere una profonda riforma della regolazione dei rapporti di lavoro e del welfare. Quali i criteri ispiratori? Li riassumo in due parole-chiave: “universalismo selettivo” – un binomio solo apparentemente contraddittorio, che segnala la scelta per interventi generalizzati per chi si trovi in condizioni di bisogno; equità distributiva. Tutto da inventare? No. Ci sono gli esempi virtuosi di vari paesi, condensati in una parola: flexicuruty, insieme flessibilità nei rapporti di lavoro (Luca G) e sicurezza sociale,  realizzata quest’ultima con un sistema universalistico – largamente omogeneo, selettivo quanto a requisiti di ammissibilità, con “diritti e doveri” per i beneficiari (Vincesko).
Ma quanto tempo richiede? Non pochissimo – anche perché i vincoli della nostra finanza pubblica sono severi, ma neppure un’eternità. Abbiamo un esempio alle porte di casa: la Germania. Provata dalle conseguenze dell’unificazione, affronta il problema nel 2002: una Commissione nominata dal Governo federale lavora da febbraio ad agosto; Parlamento e Governo mettono in atto le riforme in tre tappe – a gennaio del 2003, del 2004 e del 2005; le riforme sono sistematicamente monitorate e valutate nei loro effetti, e progressivamente “aggiustate”. Certo, servono lungimiranza, determinazione e largo consenso: merci che, purtroppo, da noi non abbondano.

E’ NECESSARIA UNA PROSPETTIVA DI MEDIO-LUNGO PERIODO

Questo ci porta all’ultimo punto. Le questioni basilari con cui l’Italia deve confrontarsi sono strutturali: perdurante stagnazione, bassa crescita della produttività, in prospettiva rischio di squilibri previdenziali – nel senso, largo, dell’emergere di una massa di “pensionati poveri”, ai cui bisogni occorrerà comunque far fronte (Dino B, Roberto A).
La risposta è in due indirizzi di fondo, strettamente connessi:
(a)  riprendere un percorso di crescita – tra l’altro, la flexicurity è sostenibile soltanto in un quadro di sviluppo e di alta occupazione;
(b)  non limitarsi a tamponare alla bell’e meglio i problemi di oggi, ma guardare al futuro. «È [nella] “veduta corta”, in questa incapacità di andare oltre il calcolo di breve periodo e di guardare il futuro lungo che sta la radice più profonda della crisi in atto».(1)

(1) Tommaso Padoa-Schioppa, La veduta corta. Conversazione con Beda Romano sul Grande Crollo della finanza, Bologna, Il Mulino, 2009.

UN’OCCUPAZIONE SEMPRE PIÙ PRECARIA

I lavoratori precari riescono a organizzare per la prima volta una manifestazione nazionale, sabato 9 aprile. Anche perché sono sempre di più. A due anni e mezzi dall’inizio della crisi e dopo un 2009 disastroso per l’occupazione, il mercato del lavoro italiano attende ancora un’effettiva inversione di tendenza, benché la dinamica nel 2010 sia stata meno negativa rispetto all’anno precedente. La crescita debole delle assunzioni per gli under 30 e il peso decrescente di quelle con contratti a tempo indeterminato segnalano che l’occupazione è sempre più precaria e che le conseguenze della crisi gravano sempre più sui giovani.

SOCIAL CARD: VOGLIAMO FARLA SERIAMENTE?

Il Milleproroghe prevede la sperimentazione per un anno di una nuova social card. Perché sia proficuo l’esperimento deve far parte di un progetto organico di rafforzamento del nostro welfare. E va condotto in modo da comprendere quali siano le modalità più appropriate di fornitura della carta e delle misure di accompagnamento, oltre a quali siano le implicazioni finanziarie e organizzative per la sua estensione a tutte le famiglie in povertà assoluta. Insomma, una sperimentazione da prendere sul serio.

CONCORSI FUORI TEMPO MASSIMO

I concorsi per professore e ricercatore universitario banditi tra marzo e novembre 2008 sono stati ibernati in attesa della definizione di nuove modalità di formazione delle commissioni giudicatrici. Ora, il decreto che le contiene è sul punto di essere varato. Ed è auspicabile che preveda la riapertura dei termini sia per nuove domande sia per aggiornare quelle presentate a suo tempo. Intanto, le facoltà dovrebbero eleggere nuovi commissari interni. Sono due condizioni imprescindibili se si vogliono meccanismi di selezione improntati a una logica meritocratica.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Sono stati numerosi i commenti alla nota in merito alle provocatorie dichiarazioni del Ministro Tremonti sulle statistiche dell’Istat sulla disoccupazione. E in questi giorni vi sono state anche altre strampalate sortite di commentatori e uomini di governo sulla qualità e l’eccesso di tempestività (sic!) delle statistiche diffuse dall’Istat. Proprio perché strampalate le tralascio.
Rispondo invece ad alcuni dei commenti, cominciando da quelli che hanno sollevato dubbi o critiche.

Ma l’Istat racconta frottole?

I dubbi di tre lettori riguardano la credibilità della rilevazione. “Sarebbero 1.500 famiglie intervistate al giorno. Ma voi ci credete?” “Ma i campioni vanno modificati di tanto in tanto, o no?” “Ditemi, quanti di voi conoscono almeno una famiglia che sia stata interrogata dell’Istat?”
Ogni rilevazione sulle forze di lavoro si svolge nell’arco di un trimestre. Per semplicità, faccio dunque riferimento a una rilevazione trimestrale. Il campione di famiglie è di circa 76-77.000. Quelle che vengono trovate e rispondono sono dell’ordine dell’88%. Siamo a 67-68.000 famiglie, delle quali sono intervistati i componenti che hanno almeno 15 anni: 165-170mila persone. Tenuto conto del disegno dell’indagine, delle famiglie che non hanno il (o non desiderano rispondere al) telefono e della cura particolare messa nel raggiungere gli stranieri, grosso la metà delle interviste sono faccia a faccia mentre l’altra metà avviene per telefono. In ogni caso le interviste sono computer assisted, svolte cioè con l’ausilio di un personal computer che gestisce il questionario elettronico, sono realizzate da una rete di 350 rilevatori – selezionati e adeguatamente formati, e l’intero processo è monitorato in maniera sistematica. Che c’è di sorprendente nel fatto che, contando cinque giorni la settimana (ma qualche intervista si fa anche di sabato), si effettuino circa 1.050 interviste il giorno? Corrispondono a un carico di 3-4 interviste giornaliere per intervistatore professionale: un carico del tutto normale.
È ovvio che le stime si basano su un campione, sia pure piuttosto grande. Ed è altrettanto evidente che la cura posta nell’indagine non esclude vi siano errori. Ma essi sono contenuti entro limiti ragionevoli, e in buona parte sono individuati e corretti controllando la coerenza delle risposte. In definitiva, i risultati sono credibili, affidabili: soprattutto per i grandi aggregati. Non a caso, l’Istat fornisce stime provinciali delle principali grandezze non ogni trimestre, ma soltanto in termini di media annua (cioè, combinando i risultati di quattro rilevazioni).
E si rassicuri un lettore: il campione di famiglie viene rinnovato, con un piano di rotazione tale per cui una famiglia è intervistata 4 volte nell’arco  di 16 mesi (cioè, di 6 rilevazioni), e poi esce definitivamente dal campione(1).
Quanto all’aver conosciuto o meno una famiglia che sia stata interrogata dell’Istat: via, non è così che si ragiona riferendosi a fenomeni che toccano una frazione dell’ordine di 1 su 360 degli oltre 24milioni e mezzo di famiglie! Comunque, se mai servisse una testimonianza per soddisfare la curiosità di quel lettore, ebbene io conosco due famiglie che hanno fatto parte del campione delle forze di lavoro.

Forse i disoccupati sono ancora di più

Di tutt’altro tenore è l’obiezione di un altro lettore, secondo il quale “il problema non è tanto nella sovrastima della disoccupazione, quanto nella sua probabile (anzi sicura) sottostima”. La questione non è centrale nel dibattito intorno alle dichiarazioni del Ministro Tremonti, ma l’affermazione è plausibile. Il perché è presto detto. Il mercato del lavoro italiano è segmentato, vischioso. Chi cerca lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno, affronta dei costi di ricerca spesso elevati rispetto alla possibilità di trovarlo. Per di più, coloro che cercano un primo lavoro – e in Italia sono un terzo dei disoccupati – così come i disoccupati (precedentemente occupati) di lunga durata non hanno diritto all’indennità di disoccupazione, sicché di fatto non è loro richiesto neppure di compiere periodicamente la segnalazione di disponibilità al lavoro presso un Centro per l’impiego. L’insieme di questi fattori – strutturali e attinenti alle caratteristiche del nostro welfare del lavoro (e al modo mediocre con cui è amministrato) – comporta che una frazione non trascurabile di persone alla ricerca di lavoro e disponibili a lavorare non compia azioni attive di ricerca a cadenza almeno mensile: manchi cioè di uno dei requisiti per essere ufficialmente contata come disoccupata. Recenti studi mostrano che la gran parte di tali persone sono simili ai disoccupati ufficiali, sia per le loro caratteristiche che per il loro comportamento nel mercato del lavoro(2).

L’intervento di Tremonti è la spia di un più generale degrado del paese

Infine, mi trovo amaramente d’accordo con un altro commento, che legge in questa vicenda il sintomo di un degrado più generale dell’intero paese, e della sua classe dirigente in particolare. Davvero, vi è “un disprezzo per la scienza, la conoscenza in generale, per cui si può dire tutto senza necessità di parlare di metodi e tecniche”, senza suffragare le proprie affermazioni con l’evidenza informata, anzi avanzando accuse tanto infondate quanto destabilizzanti, “mettendo tutto sul ridere [ed] elevando le chiacchiere da bar a verità”.
Provo un profondo disagio per la situazione di un paese che vede i sondaggi – non importa di che qualità – branditi come argomenti se fa comodo; le stime e le proiezioni serie, che dovrebbero servire come riferimento (certo, da vagliare e da aggiornare) per l’azione, irrise – e i loro autori invitati al silenzio; l’assenza di uno sforzo pubblico per informare correttamente ed educare a un uso consapevole dei dati. E vedo con preoccupazione il suo futuro.

(1) Informazioni essenziali su contenuti, disegno e modalità di svolgimento dell’indagine sono nella nota Rilevazione sulle forze di lavoro. Le caratteristiche dell’indagine sono presentate in modo più dettagliato nel volume La rilevazione sulle forze di lavoro: contenuti, metodologie, organizzazione.
(2) Vedi Brandolini A., P. Cipollone e E. Viviano, “Does the ILO definition capture all unemployment?”, Journal of the European Economic Association, 2006, vol. 4 (1), pp. 153-179, e Battistin E., E. Rettore e U. Trivellato, “Choosing among alternative classification criteria to measure the labour force state”, Journal of the Royal Statistical Society – Series A, 2007, vol. 170 (1), pp. 5-27.

LA CIAMBELLA E IL BUCO

Le critiche del ministro Tremonti all’Istat lasciano allibiti. L’accertamento dello stato di disoccupazione è fatto in modo stringente, sulla base di un insieme di quesiti che mirano a rilevare una situazione oggettiva. E’ un sistema utilizzato in tutti i paesi sviluppati, che consente confronti credibili nel tempo e nello spazio. Minare la credibilità dell’informazione statistica ufficiale o ridurre gli spazi di autonomia di istituzioni con cruciali funzioni tecniche e scientifiche non aiuta a uscire dalla crisi. A meno che non si vogliano illudere i cittadini con finzioni.

IL COMMENTO ALL’ARTICOLO DI BOERI E GARIBALDI

La proposta di Boeri e Garibaldi ritorna sull’importante questione del “sussidio unico di disoccupazione”.
Sarebbe opportuno che gli autori precisassero alcuni nodi e risolvessero alcune difficoltà sulle quali si rischia di sorvolare troppo velocemente. (1) Giustamente, del resto, Boeri e Garibaldi sostengono che non ha senso parlare dei costi e dei finanziamenti se prima non si chiariscono condizioni di accesso, livello e durata del sussidio di disoccupazione.
Una prima questione concerne la platea ammessa al sussidio. Nella proposta di Boeri e Garibaldi il sussidio verrebbe garantito a “tutti i disoccupati”, con esclusione di quanti sono in cerca di prima occupazione. È infatti la stima è condotta su un totale di disoccupati (di fonte Istat), al netto dei giovani in cerca di prima occupazione, pari a 1,740 milioni, muovendo da una stima di tasso di disoccupazione all’8%. Ma in tale ammontare sono incluse alcune categorie per le quali non è semplice ipotizzare l’accesso al sussidio:

  1. coloro che sono usciti dal lavoro autonomo (anche Boeri e Garibaldi sembrano escluderli dal sussidio unico di disoccupazione, ma la scelta non è nitida);
  2. coloro che si dimettono, escono cioè volontariamente da un’occupazione dipendente. Le dimissioni volontarie valgono circa un terzo del totale delle cessazioni (1). Si propone di ritornare alla situazione ante-1997, prima della legge Treu che escluse i dimessi dall’accesso al sussidio ordinario di disoccupazione?
  3. coloro che rientrano nel mercato del lavoro dopo un periodo, anche lungo, di inattività. Queste persone non sono in cerca di prima occupazione, ma sono “nuovi disoccupati”. Si prevede un sussidio anche per costoro? Non è semplice ipotizzarlo;
  4. i disoccupati di lunga durata, sopra i 24 mesi. Per questi, in verità, anche Boeri e Garibaldi rinviano a strumenti diversi dal sussidio di disoccupazione, quale un reddito di ultima istanza (del quale non si prospettano stime né di beneficiari né di costi).

E’ evidente che, depurato da queste componenti, lo stock di disoccupati si ridurrebbe significativamente.
In altre parole, occorre precisare se si propone un sussidio per tutti coloro che puntualmente – per semplificare le cose, diciamo al primo giorno di ogni mese – risultano alla ricerca di occupazione (proposta di difficilissima realizzabilità) oppure, più parcamente e più realisticamente, si propone un sussidio per quella frazione di disoccupati costituita da quanti hanno involontariamente e recentemente perso un posto di lavoro o concluso un rapporto di lavoro a termine (tra questi ultimi possono essere inclusi i lavoratori parasubordinati: ma non ci si devono nascondere le numerose difficoltà operative nel definire per essi un sussidio “congruo”, vale a dire simile a quello dei lavoratori dipendenti).
Una seconda questione riguarda la relazione tra durata del sussidio e durata del periodo precedentemente lavorato. Si possono “rilassare” gli attuali requisiti richiesti per l’accesso alla disoccupazione ordinaria (un anno di contribuzione e due anni di assicurazione). In presenza di un mercato del lavoro in cui i periodi di occupazione “brevi” sono diventati una frazione considerevole, ciò è del tutto ragionevole. Ma fino a che punto tali requisiti possono essere rilassati? O meglio, si pensa di togliere ogni connessione fra durata del periodo precedentemente lavorato, anche in modo non continuativo – cioè sommando una serie di episodi di occupazione “brevi” e interrotti – e durata del sussidio? Basta una settimana di lavoro per avere diritto ad un sussidio della durata proposta da Boeri e Garibaldi (24 mesi)? Se non è così (ed è difficile che sia così), è evidente che si può sì muovere verso un “sussidio unico”, nel senso che è disegnato secondo una logica unitaria, ma avendo ben presente che se ne dovranno articolare durata, progressiva contrazione, ecc., avanzando una proposta che si faccia carico di tale articolazione. Certo, razionalizzare si può e si deve, e molto, per migliorare la “balcanizzata” situazione esistente, frutto di note stratificazioni successive. In quest’ottica appare difficile disegnare alternative razionali se non si mette in gioco il superamento della disoccupazione a requisiti ridotti che, così com’è, è tutt’altra cosa rispetto ad un sussidio di disoccupazione.
Una terza questione, infine, è relativa alla stima dei costi. Nel 2007 il sistema esistente (indennità di mobilità + disoccupazione ordinaria a requisiti pieni e ridotti, inclusa l’agricoltura) ha indennizzato circa 600.000 anni/uomo con un costo attorno agli 8 miliardi. Se ci aggiungiamo anche la cassa integrazione straordinaria arriviamo a circa 9 miliardi per 700.000 anni/uomo. È perlomeno problematico pensare che con 15,6 miliardi si possa coprire una durata media di 12 mesi di disoccupazione per 1,740 ml. di disoccupati, se non riducendo fortemente, rispetto alle regole attuali, il tasso medio di sostituzione. Ma questa non è certamente l’intenzione degli autori.
Un volta buttato il sasso nello stagno, è il caso di porre mano a ipotesi circostanziate.

 

(1)   Su queste questioni ci si è soffermati in Anastasia B., M. Mancini e U.Trivellato, Il sostegno al reddito dei disoccupati: note sullo stato dell’arte. Tra riformismo strisciante, inerzie dell’impianto categoriale e incerti orizzonti di flexicurity, contributo ai lavori del Comitato tecnico-scientifico dell’iniziativa interistituzionale Camera dei Deputati-Senato-Cnel  su “Il lavoro che cambia” (Commissione Carniti), in www.cnel.it.
(2)   Cfr. Veneto Lavoro, Lavoratori dipendenti con contratti a termine e indennità di disoccupazione: analisi della copertura e simulazioni su possibili allargamenti, Misure, n. 18 (www.venetolavoro.it).

MIGLIORARE SI DEVE. E SI PUÒ

I commenti all’articolo Il concorso che visse due volte si collocano su diversi piani. Condividono tutti il rifiuto di pratiche intollerabili di gestione dei concorsi universitari. In qualcuno prevale un amaro senso di impotenza. In altri, lo sdegno e insieme l’indicazione di proposte per contrastare  questo stato delle cose. E spicca un commento anomalo, che assume la forma di lettera aperta all’avvocato Mariastella Gelmini, nuovo ministro dell’Istruzione, università e ricerca, sottoscritta da oltre la metà dei professori di prima fascia di Statistica economica – il settore al quale si riferisce il concorso ibernato e scongelato – e da quasi tutti i componenti il consiglio direttivo della Società Italiana di Statistica.
Non risponderò a ciascuno, anche perché qualche commento neppure richiede una risposta. Mi fermo, invece, su tre temi di rilievo generale che emergono dagli interventi. Ricapitolando, prima, i fatti e gli interrogativi che pongono.

I FATTI

Nel lontano 2002 l’università di Messina bandisce un concorso per professore di prima fascia in Statistica economica. Di cui si perde traccia, grazie a due commissioni giudicatrici che si succedono senza concludere i lavori. Ora, sta per essere eletta la terza. Chiamata a giudicare i pochi candidati superstiti sulla base di pubblicazioni di sei anni fa. Perché semplicemente l’ateneo non emana unnuovo bando per lo stesso posto? La scelta avrebbe l’evidente vantaggio di consentire la partecipazione di tutti gli interessati di oggi, e con una produzione scientifica aggiornata. Perché il ministero dell’Università, così attento nell’emanare disposizioni su modalità e tempi di svolgimento dei lavori delle commissioni, non si accorge della “trave” di un protrarsi abnorme del procedimento concorsuale, che viola apertamente la logica della selezione basata sul merito scientifico, e non fissa una ragionevole durata massima per l’intero procedimento?

MERITO, AUTONOMIA RESPONSABILE E VALUTAZIONE

Il caso del “concorso che visse due volte” è esemplare, ma (sfortunatamente) non ha nulla di singolare. Alcuni commenti segnalano altri casi indecorosi. E recentemente non sono mancate inchieste giornalistiche e televisive che hanno documentato le degenerazioni dei concorsi universitari: quello che è stato chiamato “nepotismo ambientale diffuso, che sostituisce all’integrità del sistema una vasta corruttela familistica”. (1)
C’è chi, sconsolato, ne deduce che ci potrebbe salvare soltanto la deontologia dei docenti universitari: che però non c’è, o comunque non in misura sufficiente. Non sono d’accordo. La deontologia non è una sorta di patrimonio genetico, immutabile. È una cultura: che si forma certo in tempi lunghi e con forti inerzie. Ma, come si è (de)formata, così si può cambiare. Per rinnovarla servono buone regole, fatte rispettare rigorosamente (niente è peggio di una severa grida manzoniana largamente disattesa). E servono incentivi che premino i comportamenti virtuosi.
Nella riunione della Commissione istruzione del Senato del 17 giugno, il ministro Gelmini ha presentato gli indirizzi generali della politica su università e ricerca, per diversi aspetti convincenti. Tre passi ne danno il segno: l’affermazione che l’azione del ministero si fonderà “sul trinomio autonomia, valutazione e merito”; l’impegno a rinnovare i criteri di finanziamento degli atenei, “innalzando almeno al 20 per cento la quota degli stanziamenti destinati a premiare i migliori”;  l’intenzione di riattivare il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, per “non interrompere la valutazione delle università e degli enti di ricerca”, e di ripensare  la disciplina dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, riducendone il sovraccarico di compiti. Il tutto, appunto, nella prospettiva di “un sistema integrato di valutazione, che vincoli il finanziamento ai risultati”. (2)
Se il ministro procederà in queste direzioni, contribuirà a far crescere la deontologia dei docenti universitari. Che comunque in molti non manca. La lettera aperta che ho richiamato all’inizio ne è una testimonianza. E non c’è motivo di dubitare che energie vive, sane siano ampiamente presenti nelle diverse aree disciplinari: pronte a essere coinvolte nella costruzione di una università migliore.

INTERVENIRE SUBITO: SI PUÒ, E SI DEVE

Ma qualcosa si può fare subito, a legislazione vigente, per scoraggiare pratiche concorsuali indecorose, e i loro esiti negativi sui nostri atenei. Anzi, a ben vedere, si deve fare. Per ragioni di merito, illustrate nell’articoloIl concorso che visse due volte. E per un obbligo di legge.
La legge 241/1990 prevede infatti che per ciascun tipo di procedimento, nel nostro caso un concorso universitario, l’amministrazione pubblica competente, nel nostro caso il ministero dell’Università, determini il termine entro cui esso deve concludersi.
In maniera del tutto ragionevole (perché non immaginava comportamenti degeneri), il ministero ha fissato termini rigorosi, ma soltanto per un segmento della procedura concorsuale: la durata in carica delle commissioni giudicatrici. Ora, a fronte dell’evidenza di comportamenti dilatori, che violano lo spirito della normativa sui concorsi, è auspicabile che il ministero intervenga sollecitamente e fissi un termine – diciamo 18 o 24 mesi – per la conclusione dell’intero procedimento concorsuale.

DIETRO L’ANGOLO

Guardando un po’ più in là, serve poi riflettere ai nuovi concorsi universitari, che dall’anno prossimo saranno regolati dalla legge 230/2005. Con due obiettivi:

§     Eliminare malcelati meccanismi di progressione ope legis, tramite la riserva di consistenti quote di posti per giudizi di idoneità a professori ordinari e associati, rispettivamente per professori associati e ricercatori con anzianità di servizio. Il ministro Gelmini si è espresso chiaramente: “reputa inaccettabile che l’università favorisca le progressioni di carriera locali piuttosto che l’ingresso di forze nuove, mantenendo in vita un sistema duplicemente impermeabile, rispetto ai giovani studiosi italiani a agli esperti stranieri”. (3)
È un’affermazione importante. Attendiamo le decisioni conseguenti

§     Aumentare la trasparenza delle procedure concorsuali, anche tramite forme di peer review da parte di comitati di esperti di elevata qualificazione, per monitorare i nuovi meccanismi concorsuali. Sia chiaro: non a fini di controllo burocratico-formale, ma per un vaglio di merito complessivo della rispondenza di regole e comportamenti alle finalità di un procedimento di selezione meritocratico. Rendere l’intero processo di reclutamento trasparente, chiamare tutti a “rispondere”, anche soltanto sul piano morale, delle scelte operate, è un deterrente contro logiche “familistiche”. Ed è un ingrediente essenziale che può far crescere quell’etica del merito di cui oggi, giustamente, si lamenta la debolezza.

(1) Martinetti G., “Una università diversa (e migliore)?”, in R. Moscati e M. Vaira (a cura di), L’università di fronte al cambiamento, Bologna, Il Mulino, 2008, pag. 60.
(2) Senato della Repubblica – Legislatura 16a – 7a Commissione permanente – Resoconto sommario n. 7 del 17/6/2008: Seguito delle Comunicazioni del ministro dell’Istruzione, università e ricerca sugli indirizzi generali della politica del suo dicastero, pp. 2-3 [http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=304295].
(3)Senato della Repubblica, cit., pag. 4.

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