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Author: Stefano Castriota Pagina 1 di 2

castriota Ph.D. in Economia all'Università di Roma Tor Vergata, M.Phil. in Finanza alla Stockholm School of Economics, M.Sc. in Economia all'Università Luigi Bocconi e B.Sc. in Economia all'Università La Sapienza. Terminati gli studi, ha svolto un post-dottorato all'Università di Trento ed è stato assistente all'Università di Perugia. I suoi interessi di ricerca includono il welfare e l'economia industriale, del lavoro e dello sviluppo. Ha lavorato per il Fondo monetario internazionale e per il World Food Program ed è stato consulente per l'Istat.

Con il coronavirus sale lo share dei Tg

Durante la prima ondata della pandemia lo share dei Tg nazionali e regionali è aumentato, anche nelle aree meno colpite dal Covid-19. Così i politici locali sono spinti ad attuare politiche restrittive preventive, anche quando il virus è ancora lontano.

Da dove ricomincia il turismo

Con la stagione turistica bloccata dall’emergenza, le imprese del settore hanno un problema di liquidità. Ma bisogna ragionare anche sulle strategie future: da come spalmare nell’anno ferie e vacanze scolastiche a ingenti sgravi fiscali per la ristrutturazione degli impianti ricettivi.

Sei regole per sopravvivere alla guerra del vino

Il mercato mondiale del vino è cambiato moltissimo, con il crollo dei consumi nei paesi dell’Europa mediterranea e il prepotente ingresso dei paesi del cosiddetto nuovo mondo. Per sopravvivere alla “guerra del vino” bisogna puntare su sei variabili chiave. Dalla qualità all’eccesso di varietà.

Chi brinda col vino

Negli ultimi decenni il mercato del vino è significativamente cambiato. L’ingresso di nuovi protagonisti nella produzione e nel consumo ne ha modificato la geografia, aprendo inediti scenari caratterizzati da minacce ma anche opportunità di espansione. Almeno per le aziende che sanno coglierle.

Il Misery Index per leggere il disagio sociale

Negli ultimi mesi, all’interno di Fed e Bce sono emerse voci contrarie al mantenimento di politiche monetarie accomodanti. È necessario evitare che si generino effetti distorsivi sull’economia reale, ma oggi la priorità è l’occupazione e non l’inflazione. Come mostra l’analisi del Misery Index.

Italia e Germania: apprendistati a confronto

La riforma Fornero ha profondamente modificato il mercato del lavoro. Per il rilancio dell’occupazione giovanile punta sull’apprendistato. Che però è per molti versi diverso dal modello che lo ha ispirato, l’apprendistato tedesco. Difficilmente, da solo potrà essere l’elemento di svolta.

Nelle calamità un aiuto dal microcredito

Il microcredito si dimostra un valido strumento di sostegno economico delle popolazioni colpite dalle sempre più frequenti calamità naturali. Va accompagnato da programmi obbligatori di microassicurazione per evitare fenomeni di contagio e insolvenza strategica. Un piano utile anche per l’Italia.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro è sempre più al centro della discussione politica italiana. Penso però ci sia il rischio di assolutizzarlo pensando che una formula magica contrattuale possa tirarci fuori da sola dalla crisi, o, dall’altra parte, che essa possa rappresentare la garanzia assoluta della nostra stabilità lavorativa. Quando invece la tutela del lavoro e la creazione di nuovi posti dipendono da moltissime altre cose che fanno funzionare l’economia (produttività e competitività delle imprese, dinamica della domanda interna, capacità di penetrazione dei mercati esteri, innovazione, ecc.) Uno dei commenti più interessanti dei lettori è che non necessariamente il contratto unico d’inserimento si rivolge a giovani ma più generalmente a persone che iniziano un rapporto di lavoro in un’impresa e quindi non automaticamente questo tipo di contratto “calza a pennello” con i risultati stessi. I risultati che troviamo nel nostro articolo possono essere letti nel senso che i giovani hanno probabilmente più energie, risorse e speranze per poter fronteggiare un periodo di disoccupazione nel mondo del lavoro. Se crediamo a questa interpretazione che pare suffragata dai dati può essere ragionevole riflettere su come tenerne conto o attraverso la modifica della stessa idea del contratto unico d’inserimento o attraverso la costruzione di ammortizzatori che ne tengano conto quando il contratto non è offerto a giovani ma a lavoratori già avanti negli anni. Nella vecchia letteratura anglosassone di economia del lavoro ci si focalizzava molto sul concetto di lavoratore scoraggiato sottolineando come la disoccupazione di lungo periodo genera deterioramento delle proprie capacità e rende molto difficile il reinserimento nel mondo del lavoro. E per questo si ragionava su interventi speciali di welfare per combattere la disoccupazione di lungo periodo. Allo stesso modo dobbiamo ragionare su come fronteggiare efficacemente (o via contratto o via ammortizzatori) lo scoraggiamento di chi esce o è fuori dal mercato del lavoro ad età non più giovani. Da questo punto di vista è interessante la proposta di chiedere alle imprese di pagare parte del costo del licenziamento perché tale richiesta (i) le spinge a licenziare solo quando effettivamente e’ indispensabile e (ii) prima il lavoratore trova un nuovo impiego e prima smette di pagargli i contributi.

LA FELICITÀ IN UN CONTRATTO UNICO DEL LAVORO

Che impatto avrebbe l’introduzione di un contratto unico a tutela progressiva sul benessere degli italiani? Difficile rispondere. Ma un’indagine condotta su un vasto campione di cittadini europei con dati Eurobarometro dimostra come a subire di più i contraccolpi anche psicologici della condizione di disoccupazione sono gli individui nella fascia di età compresa tra i 42 ed i 64 anni. Proprio i lavoratori che nella proposta di contratto unico da tempo depositata in Parlamento sono i più protetti.

Quote latte: un pasticcio nostrano

Il sistema delle quote latte, stabilito dall’UE, ha come obiettivo ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta. Nel corso degli ultimi 25 anni molti produttori italiani hanno consapevolmente superato il tetto massimo delle quote assegnategli dall’UE. Solo una minima parte delle multe sono state effettivamente pagate dagli allevatori. I contribuenti italiani hanno, invece, giá pagato 1,87 miliardi di euro per i prelievi relativi al periodo 1984-1996. I restanti 2,5 miliardi devono essere pagati dai coltivatori, a meno di non voler far scattare una procedura d’infrazione da parte dell’UE.

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