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Author: Ruggero Paladini Pagina 1 di 2

Ruggero Paladini è professore di Scienze delle Finanze presso la facoltà di giurisprudenza, Università "La Sapienza" di Roma

Così l’Irpef non sarà più una giungla

Disboschiamo la giungla dell’Irpef

Serve una riforma complessiva per riportare razionalità nel sistema di tassazione del reddito personale, distinguendolo dal sostegno alle famiglie. Come ottenere maggiore equità, benefici per gran parte dei nuclei familiari e riduzione della povertà.

Per un’Irpef più equa

La progressività dell’Irpef non va eliminata, ma razionalizzata. Riducendo le detrazioni e introducendo trasferimenti monetari basati sulla prova dei mezzi per il complesso dei redditi familiari. Il sistema permetterebbe di abbassare le aliquote sui redditi bassi e medi, alzando quella più elevata.

La lunga strada verso una fiscalità equa

Con il passare degli anni l’Irpef è stata caricata di troppi compiti diventando un’imposta inefficiente e iniqua. Il Nens ha lanciato una proposta per riformularla e creare una progressività della tassazione adeguata. I costi dell’operazione.

Così si affonda nel pantano delle detrazioni

Il Governo vuole assicurare un aumento di reddito di 1000 euro l’anno a chi percepisce fino a 1500 euro mensili netti. Ma l’ennesimo intervento sulle detrazioni per il lavoro non può che produrre effetti dirompenti sulla struttura dell’Irpef.

Come uscire dal pantano delle detrazioni fiscali

La nostra imposta sul reddito ha un gravissimo difetto, dovuto alla previsione di detrazioni di imposta decrescenti. Una vera riforma non può quindi che porsi l’obiettivo di eliminarle, oltre che di rimodulare le aliquote. Ecco come farlo pur in presenza di vincoli di bilancio stringenti.

UN COMMENTO DI RUGGERO PALADINI A “LE TASSE E QUEL REDDITO SEMPRE PIÙ DISEGUALE”

Commentando la proposta della CGIL (in sostanza un nuovo scaglione da 150mila in poi con aliquota al 48%) Larcinese, alla fine dell’articolo, osserva che non è detto che essa sia “la risposta più appropriata alla crescita delle diseguaglianze nel nostro paese: la proposta della CGIL toccherebbe di fatto solo chi le tasse le paga, ossia prevalentemente il lavoro dipendente, per quanto ben remunerato”.
L’osservazione va modificata, nel senso che ai livelli di reddito sopra i 150mila vi sono percettori di redditi diversi dal lavoro dipendente, che non evadono (o se evadono, lo fanno in misura molto ridotta). I dati delle dichiarazioni Irpef dell’anno 2005 ci dicono che il 56% dei circa 115mila contribuenti dichiara redditi da lavoro dipendente; in aggiunta ai pensionati si arriva quasi all’83%. Tuttavia su un ammontare di reddito complessivo di 32 miliardi (il 4,6% dell’intera base imponibile) i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano “solo” il 45% del totale. Vi sono quasi 30mila professionisti che dichiarano il 21% dei 32 miliardi, e 34mila percettori di redditi di partecipazione che dichiarano il 16%. Questi ultimi redditi sono quelli dichiarati in Irpef dei membri di srl o azionisti di spa che, avendo partecipazioni qualificate, devono dichiarare una quota dei redditi in Irpef.
Vi sono poi i titolari di redditi d’impresa; si tratta di poco più di 10mila contribuenti, con redditi complessivi che costituiscono solo il 6% dei 32 miliardi. Qui la domanda nasce spontanea: il 2005 è stato un anno di crescita bassa (0,6% di Pil), ma è possibile che tra milioni di imprenditori solo 10mila (lo 0,4%) siano i “ricchi”? Da notare che i professionisti, che sono molti di meno, hanno nello stesso anno un numero di “ricchi” triplo (il 3,4% dei professionisti).
L’impressione è che i contribuenti che dichiarano redditi alti sono quelli che non evadono (o lo fanno in misura molto limitata), perché sono lavoratori dipendente (o pensionati), ma anche liberi professionisti che, per diverse ragioni non possono o non vogliono farlo, o azionisti di società di medie e grandi dimensioni (dove si può eludere, ma molto meno evadere). In tutte le province i notai sono la categoria con reddito dichiarato più alto, ma anche tutti coloro che prestano servizi per il settore pubblico o per le grandi imprese non si trovano nelle condizioni di evadere, anche se lo volessero.
Con questa modifica l’osservazione di Larcinese sembra condivisibile: a quei livelli di reddito si trovano soprattutto coloro che non possono (ed in qualche caso anche non vogliono) evadere. Il che di per sé non implica che la proposta della CGIL sia da condannare a priori; in fondo altre volte, come è avvenuto nel 1997 con il contributo per l’Europa, un prelievo fiscale è caduto sulle spalle dei più onesti (per scelta o per necessità). Ma non vi è dubbio che la strada maestra è quella del contrasto dell’evasione, per ridurre il fenomeno ad una dimensione fisiologica. Dal fatto di “pagare tutti, pagare meno” l’economia italiana non avrebbe che benefici.

UN LIBRO BIANCO PER RIDISEGNARE L’IRPEF

Confronto con i principali paesi partner e squilibrata distribuzione del peso dell’Irpef sulle diverse categorie di contribuenti segnalano l’opportunità di combinare il recupero di base imponibile con una significativa riduzione dell’imposta netta gravante sui singoli contribuenti. Il Libro Bianco suggerisce un intervento di riforma sull’imposta progressiva su base individuale, accompagnata da un sistema di detrazioni da lavoro e da un istituto di sostegno delle responsabilità familiari, che per i cittadini incapienti fornisca un trasferimento netto a loro favore.

Quel singolare quoziente di famiglia

Due proposte in Parlamento per l’introduzione di un “quoziente” destinato a sostituire le detrazioni per carichi familiari. A prima vista un sistema corretto: all’aumentare della numerosità del nucleo familiare, diminuisce il reddito soggetto a imposta, cosicché si applica una aliquota più bassa. In realtà, a ridursi è la progressività, a vantaggio delle famiglie con redditi medio-alti e alti. E con effetti di disincentivo del lavoro femminile. La previsione di una soglia oltre la quale il quoziente non si applica mostra poi la contraddittorietà del progetto.

L’articolo 18 in tribunale

L’analisi empirica rivela che nelle cause di licenziamento relative all’articolo 18, la maggioranza delle decisioni prescindono dalla conoscenza delle situazione di fatto. Subordinare il licenziamento a un’autorizzazione amministrativa ovvero al placet del consiglio di fabbrica, come avviene in alcuni paesi europei, permetterebbe di rendere l’azione del tribunale più mirata sui contenuti e più efficace. E si creerebbe uno spazio importante per le trattative tra le parti, senza asimmetrie informative e atteggiamenti opportunistici.

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