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Author: Luciano Forlani

Quanto costa ridurre il cuneo fiscale

Il cuneo fiscale italiano, cioè la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e quanto i lavoratori percepiscono in busta paga, è di circa 35 punti percentuali (non considerando nel computo l’Irap). È certamente un valore considerevole che si colloca tra i più alti in Europa e il suo contenimento è oggi al centro di un vivo dibattito politico ed economico.

Entrambe le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra avevano recepito nei loro programmi elettorali l’obiettivo della riduzione del cuneo fiscale: 3 punti per il centrodestra e 5 per il centrosinistra. La Confindustria si era spinta oltre, individuando in 10 punti l’abbattimento necessario per il rilancio dell’economia nazionale, unitamente alla riduzione dell’Irap.

Finanziamento

Per ridurre il cuneo fiscale occorre tuttavia individuare le risorse necessarie alla copertura del suo costo, in termini di minore gettito: secondo la valutazione più accreditata, potrebbe aggirarsi in 10 miliardi di euro per una riduzione di 5 punti.

Nel programma di Governo, il centrosinistra si proponeva di attingere le risorse necessarie da: i) lotta all’evasione fiscale; ii) contenimento della spesa pubblica al livello della crescita nominale del Pil; iii) aumento delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati e autonomi; iv) tassazione delle rendite finanziarie.

L’aumento delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati e autonomi, come correttamente evidenziato da Elsa Fornero, “equivale a promesse pensionistiche più elevate e quindi, prima o poi, ad incrementi di spesa”. (1) Pertanto, assumendo la costanza della spesa pubblica in termini reali, la copertura della manovra non può che basarsi sulla tassazione delle rendite finanziarie e sulla lotta all’evasione.

Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra hanno stimato il gettito che si potrebbe ottenere dalla riforma della tassazione delle rendite finanziarie, pur sottolineandone l’aleatorietà, tra i 2,5 e i 4,2 miliardi. La lotta all’evasione sembrerebbe quindi la conditio sine qua non per l’implementazione della politica di riduzione del cuneo fiscale.

Analisi in equilibrio economico generale

Lo studio di ipotesi di manovre fiscali richiede però l’analisi degli effetti da queste generati nel sistema economico. L’utilizzo di un modello computabile di equilibrio economico generale calibrato sui dati dell’economia nazionale italiana rappresenta lo strumento più idoneo.

Se nel modello elaborato presso il dipartimento di Scienze economiche e finanziarie dell’università di Genova, simuliamo la riduzione delle aliquote degli oneri sociali del solo lavoro dipendente (proporzionalmente) di 3, 5 e 10 punti percentuali, con il vincolo del bilancio in pareggio, (2) emerge un risultato molto interessante. Infatti, se prendiamo come benchmark la stima di 10 miliardi di euro quale costo per la copertura della riduzione del cuneo fiscale di 5 punti, allora, secondo il modello, possiamo valutare rispettivamente in 4,7 e 23 miliardi la copertura richiesta per un abbassamento del cuneo fiscale di 3 e 10 punti. Queste stime possono essere riviste al ribasso tenendo in debito conto l’andamento generale del sistema economico e in particolare dei prezzi. Dalla simulazione condotta in equilibrio economico generale emerge infatti un costo di copertura notevolmente inferiore se visto in termini spesa pubblica reale: 3,16 miliardi per una riduzione del 3 per cento, 7,98 per il 5 per cento e 20,4 per il 10 per cento.

La riduzione del cuneo fiscale è accompagnata da effetti positivi dal lato del consumo (maggior reddito disponibile per le famiglie e conseguente incremento dei consumi) e dal lato della produzione (diminuzione dei costi di produzione, diminuzione dei prezzi, recupero in competitività, aumento nei livelli di attivazione, aumento della domanda del fattore lavoro). Si innesta in altre parole un circolo virtuoso che partendo dai due lati opposti, sebbene strettamente interconnessi, produzione e consumo, si propaga nel sistema economico generando favorevoli effetti moltiplicativi. Inoltre non va sottovalutato il fatto che l’abbattimento del cuneo fiscale determina, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro, un minor onere deducibile e quindi un maggior imponibile fiscale.

Tenendo conto di tutto questo attraverso il modello di equilibrio economico generale e focalizzando l’attenzione sull’ipotesi di una riduzione del cuneo di 5 punti percentuali (valore mediano tra quelli proposti), emerge un risultato ancora più confortante. In termini di gettito complessivo reale, il costo finale per lo Stato potrebbe essere quantificabile in un intervallo compreso tra il 41 e il 53 per cento del costo di 10 miliardi di euro inizialmente stimato. Questo valore risulta dalla differenza in termini reali per lo Stato italiano del reddito prima e dopo la manovra fiscale. (3)

Si può quindi ipotizzare un costo di copertura finanziaria decisamente inferiore a quanto previsto anche se gli effetti di eventuali manovre per il suo finanziamento, lotta all’evasione o tassazione delle rendite finanziarie, andrebbero ancora analizzate in termini di equilibrio economico generale.

L’evasione fiscale

L’evasione fiscale in Italia è stimata dalla Agenzia delle Entrate in 200 miliardi di euro l’anno, equivalente a un minor gettito per l’erario di 80-100 miliardi di euro, pari circa al 6-7 per cento del Pil. A copertura totale della manovra, almeno secondo la nostra simulazione, basterebbe un valore inferiore allo 0,38 per cento del Pil. Attenzione, però: la lotta all’evasione nasconde insidie dal punto di vista del benessere generale.

L’evasione è in certa misura configurabile come un contributo, sebbene non voluto, alla produzione e al lavoro. Se, per ipotesi, lo Stato fosse in grado di eliminare tout court il fenomeno, senza tuttavia dar seguito ad una riforma del sistema fiscale (in particolare, alla diminuzione delle aliquote), allora si assisterebbe a una perdita di benessere: i prezzi aumenterebbero, molte imprese perderebbero in competitività ed altre sarebbero spinte fuori dal mercato. Gli effetti a catena che verrebbero a generarsi sarebbero simmetrici ma di segno contrario a quelli attesi nel caso di riduzione del cuneo fiscale.

Se invece il finanziamento avvenisse attraverso l’introduzione di nuove imposte o l’aumento di imposte già esistenti, come per la tassazione delle rendite finanziarie, si potrebbero creare, anche in questo caso, indesiderabili effetti distorsivi, con conseguente eccesso di pressione e perdita di benessere: attraverso le inevitabili ripercussioni sul sistema economico, andrebbero ad alterare sensibilmente le stime prodotte aumentando più che proporzionalmente il costo di copertura della riduzione del cuneo fiscale.

(1) Il Sole-24Ore 31/3/2006.

(2) Il minor gettito per lo Stato conseguente alla riduzione del cuneo fiscale non è coperto da altre entrate ma semplicemente gestito attraverso una riduzione di spesa pubblica.

(3) La definizione di “reddito reale” qui utilizzata comprende il gettito di tutte le imposte dirette e indirette, a qualsiasi titolo introitate dalla Pubblica amministrazione con riferimento quindi sia al Governo centrale che a quelli locali.

Regolare la flessibilità

Mi pare che nel contributo dell’8 maggio, Maurizio Benetti e Gabriele Olini abbiano centrato bene diverse questioni. Non sarà solo la differenza di oneri contributivi a favorire l’uso improprio dei dispositivi d’inserimento al lavoro da parte delle imprese, ma è certo che le convenienze economiche pesano, e molto, nelle decisioni dei datori di lavoro. Al minor costo previdenziale del lavoro parasubordinato o autonomo si aggiunge poi il vantaggio della flessibilità, non quella necessaria, comprensibilmente ricercata dalle imprese, ma quella resa possibile e quasi suggerita dall’attuale regolazione.
Il problema è che nessuno regala niente: se la contribuzione vale poco, varranno poco anche le prestazioni; e se la flessibilità è elevata, si volteggia senza rete. Il vantaggio di alcuni sarà pagato dalla collettività e dalla parte più debole dei lavoratori. Occorre dunque intervenire su quelle convenienze, regolare la flessibilità, premiare i comportamenti socialmente virtuosi delle imprese, rivedere il sistema delle tutele in un mercato del lavoro profondamente mutato. Non correzioni, ma un quadro d’interventi coerente, che va ben al di là della legge 30.

Lavoro parasubordinato

Vi è una massa di lavoratori autonomi prevalentemente “involontari” poco garantiti sotto il profilo previdenziale e con nessuna tutela economica in caso di mancanza di lavoro. L’unica strada per moderare il ricorso a questi rapporti di lavoro è abbattere il differenziale che sfiora i 15 punti percentuali con il lavoro dipendente. Per quanto riguarda la domanda di tutela per i periodi senza lavoro, se la diffusione resta quella attuale, la risposta non è semplice. Se la platea dei co.co.pro si riduce, sarà agevolata.

Lavoro incentivato

L’Italia è tradizionalmente un paese che ricorre molto agli incentivi economici per promuovere l’occupazione, in particolare giovanile. (1) In via di principio, le sottocontribuzioni per l’apprendistato, quelle che intendono agevolare l’inserimento e il reinserimento al lavoro dei disoccupati sono una misura ragionevole e in qualche caso appropriata. È l’utilizzo anomalo, peraltro stigmatizzato a livello europeo perché in contrasto con la normativa dell’Unione, a far mutare il giudizio. (2) Di fatto, le imprese considerano le sottocontribuzioni un risarcimento degli eccessivi oneri impropri sopportati piuttosto che uno stimolo ad accrescere la domanda di lavoro. Inoltre, poiché gli sgravi contributivi riguardano il flusso di nuovi assunti, ciò incentiverà le imprese ad attuare il ricambio occupazionale: di conseguenza, a pagare saranno spesso i lavoratori meno giovani, anche perché sono sempre meno utilizzabili gli ammortizzatori sociali in deroga (mobilità lunga, prepensionamenti).

Lavoro a termine

Non si può non riconoscere che la precarietà del lavoro nella prima parte della vita attiva è preferibile alla disoccupazione. Ma è altrettanto certo che una sequenza prolungata di lavori a termine, per di più scarsamente retribuiti, finisce per riflettersi negativamente sulla condizione del lavoratore. La mancanza di autonomia economica influenzerà le scelte di vita, compresa quella non irrilevante di avere figli. (3) È ragionevole ritenere che un lavoratore a termine costi di più alla collettività in quanto “consumerà” più interventi pubblici di un lavoratore stabile sia per sostenere il suo reddito, nella forma di un’indennità di disoccupazione ordinaria o più frequentemente con requisiti ridotti, che interventi di politica attiva.

Convergenza – unificazione delle aliquote previdenziali

Oltre a favorire un uso improprio dello strumento, le aliquote attualmente in vigore per i parasubordinati finiscono per deprimere l’ammontare della pensione cui si avrà diritto per l’effetto combinato del metodo contributivo e per la tutt’altro che rara discontinuità dei nastri lavorativi individuali. Si potrebbe elevare di 10 punti percentuali l’aliquota contributiva attualmente in vigore per coloro che non hanno un’altra posizione previdenziale attiva. Con l’occasione, ma la questione ha un rilievo più generale, potrebbe essere riesaminato il contributo rispettivo di datori e lavoratori.

Rimodulazione della spesa pubblica per le politiche del lavoro

Operando sulle convenienze economiche, dovrebbe essere possibile “pilotare” il sistema lavoro verso una assetto più convincente ed efficiente. La perdita di peso del lavoro parasubordinato e la riduzione dell’area del lavoro incentivato dovrebbero favorire inizialmente la crescita del lavoro a termine. Questo non può essere l’obiettivo finale del disegno riformatore, ma va considerato un passo in avanti in termini di chiarezza del mercato del lavoro, di maggiore tutela previdenziale dei lavoratori deboli. Il passaggio più delicato sarà comunque la rimodulazione della spesa per incentivi individuando la priorità nella stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Parte delle risorse oggi destinate agli sgravi contributivi potrebbe essere utilizzata per ridurre in misura modesta ma strutturale il costo del lavoro alle dipendenze per tutte le imprese, limitando però l’applicazione alla platea di lavoratori che percepiscono una retribuzione inferiore a un determinato ammontare (per esempio 40mila euro/anno ), parte per finanziare la riforma degli ammortizzatori sociali e parte per impieghi mirati, e in particolare per investimenti formativi. (4)

Differenziazione delle aliquote extraprevidenziali

L’ammontare della contribuzione all’assicurazione per la disoccupazione involontaria che vale poco meno del 2 per cento della massa salariale potrebbe essere differenziato a seconda che si tratti di assicurare lavoratori a termine o lavoratori stabili. Nel primo caso, il contributo per il finanziamento delle politiche attive del lavoro e la tutela economica della disoccupazione potrebbe essere maggiorato di 1,4 punti percentuali rispetto all’assetto attuale, dall’1,61 al 2 per cento l’ordinario, dallo 0,30 all’1,30 per cento il contributo addizionale. (5) L’importo risultante dalla maggiorazione contributiva sarebbe restituito al datore di lavoro nel caso in cui il rapporto di lavoro venga stabilizzato prima o entro la scadenza contrattuale.

L’adeguamento dei contributi previdenziali degli autonomi

Come fanno giustamente notare Benetti e Olini, l’aumento dei contributi previdenziali degli autonomi sembra importante per due ragioni: le aliquote attualmente in vigore non sono certamente aliquote di equilibrio e il loro adeguamento porterà loro vantaggi nelle prestazioni.

 

(1) Più di 5 miliardi di euro l’anno pari a 10mila miliardi delle vecchie lire secondo i dati contenuti nel Rapporto di monitoraggio del ministero del Lavoro.
(2) L’Italia ricorre agli incentivi all’assunzione assai più degli altri paesi europei. È proprio questo ricorso anomalo che toglie senso al confronto con gli altri paesi per quanto attiene alla spesa per le politiche attive del lavoro.
(3) Il costo elevato degli alloggi e la mancanza di esternalità limitano fortemente la mobilità territoriale dei giovani a fini di formazione o per lavoro.
(4) La precarizzazione dei rapporti di lavoro ha messo in crisi il modello della formazione continua. Una nuova e impegnativa strategia potrebbe quella del sostegno alla domanda individuale di formazione. Ma questo richiede un sistema pubblico all’altezza della sfida, più qualità e più concorrenza tra le proposte formative, azioni di sistema appropriate. Comunque, deve emergere la consapevolezza che la fase attuale non è favorevole alla formazione: la leggerezza dei rapporti di lavoro non promuove gli investimenti formativi e dovendo scegliere a cosa rinunciare, gli individui scelgono comprensibilmente più reddito rispetto a più formazione;
(5) Il contributo dello 0,30 per cento finanzia oggi in parte i fondi interprofessionali per la formazione continua.

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