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Author: Lorenzo Cappellari

Professore ordinario di economia politica presso il Dipartimento di Economia e Finanza dell'Università Cattolica, dove insegna economia del lavoro e econometria. Research fellow presso CESIfo, IZA e SFI, ha svolto attività di ricerca per l’OCSE, la Commissione Europea, la Russel Sage Foundation, la Nuffield Foundation e la British Academy. Ha pubblicato articoli riguardanti l'analisi empirica del mercato del lavoro, in particolare povertà e disuguaglianze, le dinamiche di salari e redditi, le transizioni nel mercato del lavoro, l'economia dell’istruzione.

Nuovo apprendistato, un buon contratto poco utilizzato*

Sono passati quasi quindici anni dall’introduzione dell’apprendistato professionalizzante con la legge Biagi. E un confronto con il vecchio apprendistato mostra che ha avuto effetti positivi per i giovani. Ma è un contratto poco utilizzato dalle imprese.

Meno disuguaglianza con il salario minimo

Se è troppo alto, il salario minimo può causare disoccupazione, ma allo stesso tempo sostiene il potere d’acquisto dei lavoratori con retribuzioni basse. Che effetto avrebbe in Italia? Un calcolo su dati del periodo 1993-2012 dice che l’aumento della diseguaguaglianza sarebbe stato molto inferiore.

Quanta instabilità nei contratti a termine

Anche senza articolo 18, il contratto a tempo indeterminato resta ben diverso da quello a tempo determinato. Per i lavoratori a termine l’instabilità dei salari è decisamente superiore. Perché solo l’investimento reciproco e duraturo di impresa e lavoratore produce stabilità. Il decreto Poletti.

Lavoro: gli scenari dopo il decreto Poletti

La maggiore facilità di instaurare rapporti di lavoro a tempo determinato prevista dal decreto Poletti porterà a un aumento della precarietà? Il dato da guardare è quello delle trasformazioni in contratti a tempo indeterminato, che finora in Italia è rimasto alto. Gli incentivi che servono.

Dove studiare

Un’adeguata riforma del sistema universitario italiano, che lo renda maggiormente competitivo a livello internazionale, richiede una forte mobilità degli studenti dagli atenei “peggiori” a quelli “migliori”. Per ottenere questo risultato occorre incidere non solo sui costi della frequenza universitaria fuori sede, ma anche sui benefici. Attraverso sistemi di differenziazione che accentuino le distanze tra università, ben oltre le differenze attuali, in gran parte illusorie. E garantendo meccanismi di selezione di tipo meritocratico.

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