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Author: Giancarlo Perasso

PERCHÉ GLI EUROBOND NON SONO LA SOLUZIONE

Lungi dal risolvere la crisi, l’emissione di eurobond con gli attuali assetti politico-istituzionali europei comporterebbe più danni che benefici, sia dal punto di vista del rafforzamento delle democrazie europee, sia da quello strettamente economico. Darebbero il pessimo segnale di premiare governi che non seguono politiche fiscali rigorose, ponendo le basi per una spirale debitoria fuori controllo in tutta l’area. Per essere efficaci richiederebbero un cambiamento nell’architettura istituzionale europea. E dunque i tempi lunghi dell’approvazione di un Trattato.

NIENTE LACRIME SE LA GRECIA ESCE DALL’EUROZONA

L’uscita della Grecia dall’Eurozona rafforzerebbe la stessa area euro, e quindi sarebbe un bene per la moneta europea, per svariati motivi.

L’EURO SI RAFFORZA

In primo luogo, gli altri paesi dell’Eurozona con finanze pubbliche a rischio si impegnerebbero con maggior vigore a seguire politiche di rientro del debito, dal momento che l’uscita da una unione monetaria con reintroduzione della propria valuta non è mai stata, storicamente, un’esperienza positiva per il paese coinvolto (si pensi soltanto all’impatto inflazionistico).
Il rischio-contagio verrebbe quindi minimizzato, sempre che i governi di quei paesi siano intenzionati a mettere ordine nelle proprie finanze in modo credibile e sostenibile. Dopo un’iniziale fase di debolezza, i mercati probabilmente premierebbero l’euro: accoglierebbero favorevolmente questi eventi anche perché un’Eurozona più forte comporterebbe una bassa probabilità che la Bce si impegni nuovamente in “Non Standard Operations”, cioè nell’acquisto di titoli di stato di paesi membri in difficoltà. La presenza di un attore come la Bce, infatti, provoca distorsioni sul mercato e non permette agli spread di esprimere pienamente la valutazione dei mercati sul merito del credito dei vari paesi.

PAGANO LE BANCHE

Ci sarebbero sicuramente dei perdenti all’interno dell’Eurozona, in particolare le banche che detengono il debito greco, che si troverebbero davanti la strada della ristrutturazione del debito (a quel punto, estero) della Grecia. Un film già visto nel caso delle ristrutturazioni di Russia, Messico e tanti altri paesi nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Ma, a questo punto, sarebbe una negoziazione tra la Grecia e le banche, senza che sia necessario alcun intervento da parte dei governi europei. Se l’esposizione verso la Grecia fosse elevata, e quindi le perdite associate alla ristrutturazione anch’esse elevate, gli azionisti delle banche coinvolte sopporterebbero le perdite sia sotto forma di mancanza di dividendi o, nei casi più gravi, per la diluizione del capitale a causa dell’aumento di capitale necessario per salvaguardare la stabilità della banca stessa. Probabilmente assisteremmo all’entrata dello stato nel capitale delle banche. Anche in questo caso, sarebbe un’esperienza già provata, anche di recente, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Sarebbero costi di breve periodo e, una volta “puliti” i propri libri dal debito greco, le banche potrebbero concentrarsi a fare il loro lavoro. Una volta ristabilita la loro redditività e solidità, la partecipazione statale sarebbe venduta (è da sottolineare come spesso un tale esercizio abbia prodotto profitti per le casse statali, si pensi alla Resolution Trust Corporation americana nel caso delle crisi delle casse di risparmio statunitensi o ai capital gain ottenuti dal governo Usa grazie ai fondi Tarp).
In ogni caso, quale alternativa è più “politicamente vendibile” ai propri elettori: un aumento delle tasse per coprire i trasferimenti alla Grecia con una buona probabilità che il debito greco venga ristrutturato (e che quindi parte di questi soldi vadano persi), oppure un aumento delle tasse per finanziare la ricapitalizzazione di banche che poi verranno privatizzate con ragionevoli aspettative di ottenere un capital gain (e quindi tasse e/o costo del capitale più bassi) in un futuro non tanto lontano?
Non esistono oggi meccanismi che permettono l’uscita di un paese dall’Eurozona, a parte la decisione unilaterale del paese stesso (che molto probabilmente comporterebbe anche un’uscita dall’Unione Euopea tout court). Sarebbe politicamente improponibile che i paesi membri votassero sull’espulsione di un paese dall’Eurozona. Non resta, quindi, che la decisione unilaterale della Grecia. Negli ultimi dodici mesi il governo greco ha dimostrato una scarsa volontà politica di consolidare le proprie finanze pubbliche e periste un vasto dissenso popolare verso le timide riforme adottate fino ad ora: forse un’uscita della Grecia dall’Unione Europea non è così impensabile come qualche tempo fa. L’Unione Europea e l’Eurozona non dovrebbero versare lacrime se una tale evenienza si verificasse.

Un commento all’articolo di Iacopo Viciani “Aiuti da valutare”

Iacopo Viciani tratta la vexata quaestio dell’’efficacia, o meno, dell’’aiuto pubblico allo sviluppo con passione ed evidente capacità professionale, evidenziando giustamente come il dibattito sull’’efficacia degli aiuti sia spesso molto ideologizzato e come oramai sia molto numerosa la corrente di pensiero, cui appartengo, che considera gli aiuti inutili, se non dannosi.

UN PIANO BRADY TARGATO EUROPA

I mercati hanno emesso il loro verdetto: la Grecia non può pagare il suo debito. I vari programmi di aggiustamento hanno dunque basse probabilità di successo. Meglio ristrutturare il debito greco. Magari seguendo l’esempio del piano Brady predisposto per i paesi emergenti alla fine degli anni Ottanta. Francia e Germania potrebbero assumersi l’onere di garantire nuovi titoli che permetterebbero alla Grecia di ridurre l’onere del debito e allo stesso tempo di ritornare su un sentiero di crescita sostenibile e sostenuta. Sarebbe un modello anche per il futuro.

E SE GIOCASSIMO A BASKET IN BANCA?

La discussione sulle nuove regole per il sistema bancario è in un’impasse. Ma la crisi non è stata solo una conseguenza degli eccessivi rischi assunti dalle banche. E’ anche il risultato della quantità di denaro impiegata in questi rischi. Invece di mettere limiti alle attività delle banche, si può prendere esempio dalla Nba. Dove le squadre che superano il monte salari per i giocatori pagano una cifra corrispondente all’Associazione. Lo stesso principio si potrebbe applicare al rapporto tra debiti e asset degli istituti bancari.

Le conseguenze del “no” francese

La vittoria del “no” nel referendum in Francia sulla Costituzione europea porterà secondo alcuni a una crisi valutaria nei nuovi Stati membri, alla fine dell’UME e al blocco di ogni ulteriore allargamento. Sono previsioni che non hanno fondamento. E non dimentichiamo che anche dopo il “no” francese e un probabile “no” olandese, la prosecuzione delle ratifiche secondo i programmi è doverosa ai sensi della dichiarazione n. 30 annessa al Trattato. Ma occorre capire il disagio diffuso rispetto al processo di integrazione comunitaria. Carlo Altomonte, Giancarlo Perasso, Ettore Greco e Gian Luigi Tosato discutono le implicazioni del voto negativo sulla Carta UE al referendum francese. 

Quando l’Europa non è più di moda

Dopo l’ingresso ufficiale nella Ue, i tre grandi paesi dell’Europa centrale hanno iniziato a seguire politiche fiscali meno rigorose, anche per l’imminenza di elezioni nazionali. Il rischio è di una deriva populista che porti a una spirale deficit pubblico-inflazione-deprezzamento del cambio-servizio del debito sempre più alto. Impraticabile un’adesione rapida all’euro, saranno i mercati internazionali dei capitali a impedire l’adozione di politiche scellerate. Ricordando però che il mercato provoca aggiustamenti bruschi e spesso traumatici.

Vivere in un Paese, votare in un altro

Il vice-Presidente Gianfranco Fini propone di dare diritto di voto alle elezioni amministrative agli immigrati. Riproponiamo un intervento di Giancarlo Perasso sul principio secondo cui chi paga le tasse deve avere diritto di voto. Si noti che ciò implica che gli italiani all’estero non dovrebbero avere diritto di voto.

Vivere in un Paese, votare in un altro

Una situazione sempre più frequente. E molto illogica. Perché chi vive all’estero elegge nel Paese di nascita rappresentanti che decideranno su temi e questioni che non lo toccano, mentre non ha nessuna voce in capitolo per scegliere chi prenderà decisioni che lo interessano da vicino. Nonostante i proclami sulla cittadinanza europea, nessun partito politico si fa paladino di una revisione del sistema di voto. Sarà il mercato a imporre i cambiamenti necessari.

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