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Author: Antonio Schizzerotto Pagina 1 di 2

Schermata 2014-07-10 alle 19.56.12 Antonio Schizzerotto insegna Sociologia presso l’Università di Trento e dirige, nella Fondazione Bruno Kessler, l’Istituto per la Ricerca Valutativa sulle Politiche Pubbliche. Si è occupato a lungo di disuguaglianze sociali con particolare attenzione alla mobilità sociale, alle opportunità di istruzione e ai fenomeni di povertà. Attualmente si occupa di valutazione delle politiche pubbliche. Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca in ambito nazionale e internazionale. Ha fatto parte di organismi consultivi, a livello governativo, in ambito nazionale ed in ambito UE.

Se la pandemia accentua le disuguaglianze di salute

Le classi sociali più basse sono più esposte al coronavirus e ne subiscono le conseguenze più gravi. È una disuguaglianza di salute socialmente determinata e, finita l’emergenza, si dovrà pensare a risolverla. Chiamando in causa il Servizio sanitario.

Più costi che benefici dai corsi di formazione

L’analisi di due diversi corsi di formazione organizzati dalla provincia di Trento mostra che i costi superano, e non di poco, la somma dei benefici monetari che ne sono derivati. Per migliorarne l’efficacia, bisogna intervenire per ridurre le spese.

L’Istat ora vuole eliminare le classi sociali

Nel Rapporto annuale 2017 l’Istat sostiene che le classi sociali sono ormai scomparse dalla società italiana e le sostituisce con nove gruppi. Ma la nuova classificazione è un passo indietro perché debole sotto il profilo concettuale e metodologico.

La nuova scuola: come sarà l’istruzione secondaria?*

Il documento del Governo su “la buona scuola” si fa apprezzare per molti motivi. Manca, però, una proposta di ordinamento complessivo del sistema, in particolare di quello secondario. Necessaria una scelta tra modello comprensivo e duale. E un effettivo rispetto dell’obbligo scolastico e formativo.

Corsi Fse: la valutazione porta chiarezza

Manca in Italia una seria valutazione d’impatto degli esiti occupazionali dei corsi di formazione professionale finanziati con risorse Fse. Eppure, la valutazione potrebbe fornire indicazioni utili sulla loro efficacia e sui modi per migliorarla. I risultati di un’esperienza trentina.

Chi ha ancora paura dell’Invalsi?

In attesa del nuovo presidente, rimangono aperti gli interrogativi sulla possibilità che l’Invalsi riesca a continuare nell’importante opera di misurazione degli apprendimenti, diventando il perno del sistema nazionale di valutazione. Il nodo del potenziamento di personale e strumenti.

Reddito minimo, le condizioni per farlo

L’esperienza del reddito di garanzia nella provincia di Trento dimostra che anche nel nostro paese si possono avviare serie misure contro la povertà, basate sul criterio dell’universalismo selettivo, senza far saltare i bilanci pubblici. A patto però di rispettare alcune condizioni.

Di cosa parliamo quando parliamo di reddito minimo

COS’È IL REDDITO MINIMO?
Il reddito minimo (Rm) è un programma contraddistinto da quattro tratti qualificanti.
(a) È informato all’universalismo selettivo, è cioè erogato a tutte le famiglie che si trovano sotto una determinata soglia di povertà, che varia in funzione della composizione della famiglia. Non è dunque ristretto a particolari categorie di famiglie o persone, né sottosta a un vincolo di finanziamento che tipicamente porta al razionamento.
(b) Consta innanzitutto di un trasferimento monetario che integra il reddito familiare fino alla pertinente soglia di povertà, tiene quindi conto della disponibilità (il reddito e il patrimonio) e dei bisogni (la composizione) della famiglia.
(c) Affianca al trasferimento monetario azioni di sostegno sociale e, per le persone in età lavorativa e abili al lavoro, azioni di attivazione al lavoro (orientamento, formazione, placement) sostenute da condizionalità, nel senso che, in una logica di obblighi reciproci, il beneficiario non può sottrarvisi né rinunciare a ragionevoli offerte di lavoro, pena la riduzione del trasferimento o l’esclusione dal programma.
(d) Il programma ha carattere strutturale, quindi durata illimitata. Certo,  sussistendone le condizioni, mira a portare le famiglie all’autosufficienza economica, quindi a uscire dalla “trappola della povertà” e quindi dal programma stesso. Ma eroga il trasferimento monetario, e le azioni di sostegno connesse, fino a che la famiglia permane nella condizione di povertà.
Se introdotto, il Rm assorbirebbe tutte le misure categoriali mirate a contrastare la povertà (e in Italia sono una miriade). Ad affiancarlo rimarrebbero misure con altre finalità: vuoi di contrasto di specifiche condizioni di disagio, quali la disabilità e la non autosufficienza; vuoi politiche mirate ad altri obiettivi, quali il sostegno per i figli, la conciliazione lavoro-famiglia e simili.
D’altra parte, il Rm nulla ha a che vedere con l’ipotesi di un reddito di cittadinanza: un reddito universale, che garantisce a qualunque persona un trasferimento monetario a prescindere dalle sue condizioni economiche, slegato da qualsiasi obbligo. Un’ipotesi interessante sul piano della filosofia sociale, ma largamente impraticabile per ragioni economiche e di accettabilità sociale.

MOBILITÀ SOCIALE: IN ITALIA È FERMA

Il Rapporto Istat 2012 evidenzia un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Per tutto il ventesimo secolo la mobilità sociale in Italia è stata piuttosto elevata e ha accompagnato il periodo della crescita economica. Ora molti giovani, seppure istruiti, hanno un lavoro che li colloca in una classe sociale più bassa di quella del padre. Serve più meritocrazia nella selezione per le varie posizioni occupazionali. Ma anche politiche pubbliche per emancipare i giovani dalla troppo lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine.

CRISI ITALIANA, CRISI DELLA CONDIZIONE DEI GIOVANI

Il Rapporto annuale 2010 dell’Istat solleva molti motivi di preoccupazione sullo stato dell’Italia, ma quello sulla relazione dei giovani con la sfera lavorativa pare particolarmente grave. Il tasso di disoccupazione dei giovani italiani è al 20,2 per cento, superiore di 3,7 punti rispetto alla media Unione Europea. Ma anche per chi lavora, le prospettive sono tutt’altro che esaltanti. E cresce la quota di chi emigra all’estero in cerca di prospettive migliori. Se la condizione giovanile è lo specchio del futuro del paese, ci aspettano tempi davvero grami.

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