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Contro i tiranni digitali*

Prima che sia troppo tardi, è arrivato il momento di arginare l’eccessivo potere delle big tech e dei loro proprietari. Istituzioni e cittadini devono impegnarsi per riportare le opportunità offerte dalla tecnologia all’interno del contratto sociale.

Erano questi i giganti cui si riferiva Newton?

Fanno ciò che vogliono, non hanno bisogno di consenso, fagocitano gli avversari e incutono timore, soprattutto a chi gli sta vicino. Non contemplano la discussione e si sentono infallibili.

Non sono i presidenti di finte democrazie, dittatori di varia caratura, sparute monarchie assolute e nemmeno bellicosi autocrati, ma i padroni di società dalle dimensioni così grandi che con la loro condotta spregiudicata non condizionano solo il mercato, ma possono determinare vere e proprie crisi sociali – delocalizzando o scalando la loro manodopera o cambiando assetto organizzativo o agendo il loro immenso potere finanziario.

È di questi giorni la notizia di vari proprietari di big tech (da Elon Musk a Mark Zuckerberg) che hanno cacciato migliaia di loro collaboratori senza neanche saper bene chi stessero licenziando. La legge, spesso, non è un argine alla loro azione. La loro ricchezza è tale da consentirgli di rispettare formalmente le penalità previste dalle norme, un po’ come le multe che non hanno la stessa forza deterrente per chi guida una utilitaria o una fuoriserie. È l’economia delle superstar: iperbolica, immateriale, imprevedibile. Stride il comportamento bizzoso di questi semidei digitali con certe narrazioni che li vede geni visionari, innovatori e, pure, filantropi (ma in articulo mortis).

Come sono diversi da Adriano Olivetti, un innovatore etico, che coniugava ricerca tecnologica avanzatissima con sistemi di conciliazione vita-lavoro pionieristici, alla ricerca dell’equilibrio del lavoratore all’interno di una comunità. Redistribuendo i guadagni attraverso una politica delle retribuzioni che, pur garantendo una premialità (di più a chi ha impegni o capacità superiori), non umiliava le persone con differenze salariali esagerate, fedele alla regola che nessuno deve guadagnare più di 10 volte quanto il salario minimo pagato.

Nel mondo della tecnologia – fortunatamente – ci sono lavoratori che hanno una grande facilità di collocazione in virtù di professionalità molto rare e complesse. Questi radical chip scelgono dove lavorare in base a retribuzione, condizioni di lavoro, carriera, intensità dell’impegno, tempo libero. Ma sono l’eccezione che conferma la regola: le persone e i lavoratori per proteggersi dovrebbero stare unite e invece, paradossalmente, l’astensionismo al voto e la disaffezione verso il sindacato crescono. Si è consolidata una visione del mondo individualista, un american dream digitale che ci fa regredire al far west o, peggio, all’homo homini lupus – ambienti che possono attrarre solo persone e comunità senza cultura.

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E senza memoria. Infatti, era solo il 2000 quando la bolla delle imprese web (dot-com bubble) sembrava destinata a una crescita senza fine e un attimo dopo è esplosa. Eppure oggi, dopo la sbornia della pandemia con la digitalizzazione di massa, tornano a crearsi aspettative eccessive su imprese apparentemente destinate a una crescita senza soluzione di continuità.

Il regolatore si è distratto?

Abbiamo smarrito le ragioni dell’intervento pubblico che limita i fenomeni estremi del mercato. Non è una cosa nuova. La natura apparentemente eterea dell’impresa digitale ha sorpreso istituzioni novecentesche pensate per la grande industria e ha aggirato anche i più tradizionali capisaldi capitalistici: per esempio, l’antitrust pensato per garantire la concorrenza, vecchio di 110 anni, che smembrò la flotta di petroliere di Rockefeller, un monopolio non dissimile da quello delle big tech.

È forse più facile vedere le petroliere che i server, gli operai che i rider? È più facile da regolamentare un singolo paese piuttosto che il web, sospeso com’è sopra gli ordinamenti nazionali? È anche un problema di percezione: la privacy, ad esempio, è diventata un problema rilevante da 10-15 anni con i social, con le transazioni digitali, con le app. Prima non ce ne si curava.

Ecco, non ci siamo accorti di nulla o, peggio, abbiamo fatto finta di niente. A mano a mano che aumentava la loro egemonia abbiamo perso il governo del sistema: si pensi alla difficoltà di fronteggiare gli oligopoli tecnologici o disciplinare le criptovalute (che non si è mai capito se sono davvero legali), di contrastare lo sfruttamento lavorativo delle persone ovunque vivano o gli attacchi ai diritti civili, all’ambiente e alla possibilità delle future generazioni.

Quando finiscono le guerre (politiche o commerciali o tecnologiche) si dice sempre che sono cominciate perché è mancata la società civile. Era distratta o pensava di trarre vantaggio da certe situazioni, ma poi le cose le sono sfuggite di mano. È sempre la stessa storia: “prima vennero a prendere gli zingari (…) e non me ne curai, poi gli ebrei (…)”  e a un certo punto il tiranno era al potere.

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Agire le istituzioni democratiche

C’è un ripiegamento della comunità su molti piani e molte conquiste sociali si stanno perdendo. Non è solo un modo di dire: meno di una persona su due vive in una democrazia compiuta, solo il 5,7 per cento in una democrazia perfetta (Democracy Index) e l’indicatore dell’Economist è in calo ovunque, così come il livello di sindacalizzazione, di protezione sociale, dell’istruzione, della sanità. Per proteggerci servono adeguate istituzioni pubbliche per garantire interventi idonei e tempestivi.

È necessaria una ampia elaborazione culturale per affrontare le implicazioni che le possibilità tecnologiche producono sulla nostra comunità, per ricondurre le opportunità all’interno del contratto sociale, per adattare i codici analogici alla dimensione digitale, per decidere quali principi non sono negoziabili, per autoregolamentarci definendo un perimetro di salvaguardia oltre il quale non si può andare, come si è fatto per le questioni etiche relative alla frontiera della medicina, della biologia o della fisica.

Lo spazio e il tempo sono collassati, la prestazione del lavoro o la fruizione dei servizi è cambiata radicalmente, l’energia e la mobilità in forte evoluzione, forse è il momento di aggiornare il sistema. Serve la politica (economica).

* Le opinioni espresse dall’autore non impegnano l’Istituto d’appartenenza.

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  1. mauro zannarini

    Complimenti Emiliano , la tirannia è già al potere quando sono venuti per mè non c’era più nessuno.
    Abbiamo un disperato bisogno di CULTURA, forse per non essere sempre inadeguati, ma per rimettere in discussione tutto , compresi noi stessi, che ci siamo fatti tranquillamente distrarre .
    Fatti non foste per viver come bruti.

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