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Quella ricchezza che arriva da lontano

Il problema del debito non può essere risolto prescindendo dalla ricchezza privata. L’Italia dovrebbe chiedere un contributo a favore della crescita a quelle generazioni che hanno beneficiato di una tassazione del reddito troppo bassa. E dovrebbe mobilitare la ricchezza pubblica verso il credito.
LE DUE FACCE DI UNA MEDAGLIA
Il tempo a nostra disposizione sta scadendo. Bce e Governo Monti hanno risolto una pericolosa crisi di fiducia, ma la calma dei mercati potrebbe presto svanire. I nostri tassi di interesse sono così bassi anche in virtù delle politiche monetarie espansive perseguite da Fed e Bank of Japan. Il rischio è che queste politiche finiscano, visto che fuori dell’Europa la crescita economica è ripartita. Con un rialzo dei tassi, la possibilità di una nuova crisi finanziaria diverrebbe concreta, soprattutto se nel frattempo l’economia italiana non fosse tornata a crescere.
Di fronte al rischio di insolvenza la Bce non potrebbe far nulla, ed è improponibile pensare che gli altri paesi europei accettino di pagare i nostri debiti. Il nostro paese ha sufficienti risorse per farcela da solo. Al netto di debiti pubblici e privati, la ricchezza delle famiglie italiane in rapporto al Pil è tra le più alte dei paesi del G7, quasi sei volte il Pil, per un valore di 8.600 miliardi. Circa 6mila miliardi provengono dal valore delle abitazioni, 1.200 miliardi è costituito da circolante e depositi, il resto da partecipazioni azionarie e fondi di investimento. C’è poi la ricchezza dello Stato, che ammonta a 800 miliardi, dei quali 100 sono diritti di sfruttamento (frequenze, risorse naturali e altro) e partecipazioni azionarie, mentre altri 370 sono costituiti da immobili.
Debito pubblico e ricchezza sono due facce della stessa medaglia. I dati storici possono aiutarci a comprendere la questione. Il grafico qui di seguito paragona l’andamento del rapporto tra spesa pubblica totale e Pil e tra entrate fiscali totali e Pil per l’Italia e per la media dei paesi europei (Ocse).

Si distinguono due periodi. Nel periodo 1970-93 la pressione fiscale in Italia è stata di molto inferiore a quella degli altri paesi europei, mentre la spesa pubblica è esplosa, soprattutto a partire dai primi anni Ottanta. Questo ha causato una forte crescita del debito. A partire dal 1993, invece, spesa e prelievo italiani si sono allineati con quelli degli altri paesi europei, ma in presenza di uno stock di debito elevato.
Durante il periodo 1970-93, la ricchezza degli italiani è molto aumentata, più che duplicata rispetto al Pil. È difficile pensare che l’aumento della ricchezza non sia in parte dovuto alla bassa tassazione del periodo 1970-83 e all’esplosione della spesa pubblica negli anni Ottanta (cui contribuirono un sistema pensionistico molto generoso e gli elevati tassi di interesse ottenuti dai risparmiatori sul debito pubblico). Queste politiche hanno favorito un equilibrio con elevato debito pubblico ed elevata ricchezza privata.
RICCHEZZA E CRESCITA
Il legame tra ricchezza privata e debito non si esaurisce nel nesso causa-effetto. È anche vero che il problema di uno Stato sovraindebitato può difficilmente essere risolto prescindendo dalla ricchezza privata. Esistono due strade. La prima è quella di attendere passivamente il default pubblico. In questo caso, il collasso del sistema bancario e la probabile uscita dell’Italia dall’euro distruggerebbero buona parte della nostra ricchezza, riequilibrando il rapporto fra quest’ultima e il debito. La seconda strada per risolvere il problema del debito prevede invece la mobilizzazione della ricchezza a favore della crescita. Se l’Italia torna a crescere, sia lo Stato che i cittadini sarebbero molto più attrezzati a fronteggiare aumenti dei tassi di interesse.
Oggi l’eccessiva tassazione di lavoratori e imprese e la stretta creditizia fanno pensare che, a politiche correnti, produzione, occupazione e consumi non possano tornare a crescere. Per rimettere in moto la nostra economia, è urgente ridurre marcatamente le tasse su lavoro e imprese, e stimolare il credito.
La riduzione delle imposte su lavoratori e imprese potrebbe essere finanziata aumentando un po’ il peso fiscale sulla ricchezza, mantenendo l’imposizione totale costante. Oggi in Italia il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 40 per cento della ricchezza netta totale. L’argomento economico standard per cui la ricchezza non va tassata è che esiste già la tassazione del reddito. Ma se ci sono generazioni che hanno beneficiato di tassazione del reddito troppo bassa rispetto al loro consumo, pare corretto chiedersi, anche da un punto di vista di giustizia distributiva, se queste stesse generazioni non possano dare un contributo alla ripartenza della nostra economia.
L’espansione del credito richiede una ricapitalizzazione delle banche. Da una parte, tale ricapitalizzazione può essere facilitata chiedendo agli istituti di credito di riconoscere le perdite sui prestiti pregressi. Dall’altra parte, lo Stato potrebbe scambiare i suoi attivi più liquidi quali le partecipazioni azionarie con partecipazioni nelle banche. Si sente parlare, molte volte a sproposito, del cruciale ruolo dello Stato nei settori “strategici”. Non si capisce quale settore sia oggi più strategico di quello del credito.
Esistono molti nodi irrisolti che una strategia per la crescita deve affrontare. Riduzione e riqualificazione della spesa pubblica, e quindi riduzione generalizzata delle tasse, investimento nell’istruzione dei nostri figli, sburocratizzazione dello Stato, miglioramento della giustizia civile, aumento della competizione nei mercati. Ma queste riforme, per quanto importanti, richiedono tempo, e purtroppo il tempo a nostra disposizione sta scadendo.
Per far ripartire l’economia nel breve, occorre tornare a investire la nostra ricchezza. Redistribuendo la tassazione dal lavoro alla ricchezza privata, e mobilizzando la ricchezza pubblica a favore del credito. Un tale contributo della parte più ricca della nazione darebbe il segnale di un paese che crede nella sua capacità di creare nuova ricchezza attraverso il lavoro, anziché di un paese che si trincera dietro la passiva e illusoria difesa della ricchezza esistente, minacciata dai rischi che incombono sul nostro futuro.

Leggi anche:  Sulla spending review l’Italia batte la Spagna di misura

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28 commenti

  1. ciardullo

    Ancora più impressionante che la ricchezza dei 10 più ricchi eguagli quella dei 3 milioni più poveri, eppure la distribuzione della ricchezza in Italia sembra tra le + eque a livello oecd (vedi d’alessio 2012 occasional papers Bankitalia). Daremo noi l’esempio agli altri?

  2. Emiliano Mandrone

    Complimenti, davvero chiaro. Si quantifica una sensazione diffusa: che qualcuno (i padri) abbia avuto di più e qualcuno (i figli) di meno. Con grandi eccezioni, ovviamente. Tutti si smarcano dicendo che sono in generale d’accordo ma che “io non c’entro nulla … mio padre ha lavorato onestamente e quello che mi lascia mi spetta”. in realtà, nel grafico, non si parla dei furbi o disonesti. Ma di persone per bene, persone qualunque che erano soggetti ad un prezzo (tasse, contributi, tariffe) inferiore al costo dei servizi (pensioni, scuola, sanità). Questa è la prova anche per chi pensa di privatizzare questi servizi pubblici che sbaglia: non costano troppo è che sono stati pagati poco in passato e ora nel prezzo oltre al servizio c’è un po’ dell’onere del debito. Si tratta di chiedere in dietro qualcosa a chi ha avuto molto, ha accumulato grazie a favori fiscali e spesa pubblica. Nulla di fantasioso: risani il debito che ha creato, come tutti pagano il proprio mutuo della casa. I politici e i cittadini dovrebbero decidere come modulare la compensazione. E qui ci si ferma, perché la campagna elettorale perpetua in cui viviamo impedisce ad un partito di governare questo progetto, poiché avrebbe contro tutti quelli cui si chiederebbe un contributo, che per adesso sono la maggioranza del paese.
    L’introduzione della tracciabilità totale delle transizioni (zero contante) potrebbe alleggerire questo rimborso facendo pagare al furbo e disonesto che non ha mai pagato, ne poco ne tanto.
    Saluti
    EM

  3. Maurizio Sbrana

    Si! Ma quanto tempo e’ che si sanno queste cose, che hanno portato il nostro povero Paese al disastro!
    Eppure nessuno ha mai fatto nulla, ed anzi coloro i quali da decenni(!) lo stavano facendo osservare…,sono stati isolati da tutti!

  4. valentino50

    Elementare, Watson. Su come trovare un consenso bipartiscano ho seri dubbi però.

  5. Federico B

    Soluzione che non potrebbe funzionare, tra Economia sommersa ed evasione fiscale. Equo che la patrimoniale la paghi lo stato, anche per non avere saputo fare il proprio lavoro per decenni. Ed urge una soluzione per il Sud Italia

  6. Libero pensiero

    Solo un rapido post scriptum. Inter alia, non bisogna transcurare la circostanza che le regioni Italiane con un’ Economia in attivo si contano usando le dita di due mani.

  7. Lucio Sepede

    Condivido tutto e aggiungerei un paio di cose. La prima è che la tassazione della ricchezza, oltre che essere corretta da un punto di vista della giustizia distributiva, è anche un modo per far pagare chi ha accumulato nel tempo la ricchezza evadendo il fisco. La seconda è che purtroppo le azioni ipotizzate nel nell’articolo, tutte ampiamente condivisibili, non siano sufficienti per innescare lo sviluppo nel breve tempo che può avvenire tramite un intervento dello Stato di stampo keynesiano per avviare progetti nei beni culturali, nella formazione e nello sviluppo con l’obiettivo di impiegare migliaia di giovani che altrimenti rischiamo di perdere per sempre.

  8. giulioPolemico

    Contenuti abbastanza condivisibili, ma manca un punto fondamentale, che presumo gli Autori abbiano sottointeso:
    prima di tutto si fa funzionare lo Stato;
    solo dopo si attua la patrimoniale.
    Perché, se lo Stato continuerà a sprecare, applicata la patrimoniale, noi ci ritroveremo più poveri, vuoi meno ricchi, ma il debito pubblico continuerà a crescere e i servizi al cittadino continueranno a fare schifo.

    • Federico B

      Sono d’accordo. Pur condividendo, la natura “perequativa” della proposta avanzata dai Professori Favero e Gennaioli, ritengo sia ineludibile avviare – immediatamente- un percorso di razionalizzazione della spesa pubblica (: 40 miliardi di euro all’anno di inefficienze, da un mero raffronto by COFOG, con la Germania, in termini relativi) e di revisione dell’assetto statale. La riduzione del debito/deleveraging è imprescindibile, ma in aggiunta a tale profilo, è indispensabile che l’Italia ritorni competitiva e che tutte le sue 20 Regioni ritornino in attivo, à bon entendeur.

  9. Hk

    Oggi il 10% più ricco detiene il 50% della ricchezza. Scandalo! Ma se provate a fare i conti, scoprirete, con sorpresa, che in una società in cui tutti guadagnano la stessa cifra e risparmiano gli stessi soldi nel periodo della vita lavorativa e li spendono anche qui, nello stesso modo, dalla pensione alla morte, meno del 20% delle famiglie deterrebbe il 50% della ricchezza.

  10. Nicola Gennaioli

    Una precisazione. L’articolo non propone di aumentare le tasse. Propone di aumentare le tasse sulla ricchezza per ridurre quelle su lavoro ed impresa. Senza lavoro ed impresa, la ricchezza stessa e’ puramente illusoria.
    E’ innegabile che occorra riformare la spesa pubblica. Ma questo richiede una profonda revisione dei centri di spesa dello stato. E’ difficile pensare che interventi del genere possano dare effetti prima che sia troppo tardi.

    • Luigi Calabrone

      “Ma questo richiede una profonda revisione dei centri di spesa dello stato. E’ difficile pensare che interventi del genere possano dare effetti prima che sia troppo tardi.”
      Con la scusa che “l’effetto ritarderà” non si mai cominciato a farlo. Anche il Governo Monti ha fatto cilecca, con la “Spending review” finita nel niente. Italiani, siate seri! (Lo diceva già Garibaldi ai napoletani).

    • gianni000007

      E´cosi´ difficile capire che i risparmi di cui lei propone un´ulteriore tassazione ormai tra le piu´elevate sono proprio quelli che premettono di fare quegli investimenti che producono posti di lavoro? Il problema semmai e´ che oggi finiscono a finanziare un debito pubblico astronomico e improduttivo. E´ cosi´ complicato davvero?
      Ha idea inoltre di quanto le tasse sul patrimonio incidono sula fiscalita´ generale in paesi dove queste sono applicate? E´ difficile immaginare cosa capita quando la tassazione sui risparmi e´ cosi´ elevata?

  11. Piero

    Contenuti non attuabili in questo momento di recessione, ricordo agli autori, l’effetto del moltiplicatore fiscale che in Italia e’ maggiore dell’1%, ricordo che con la scelta di Monti di tassare gli immobili si è avuto il crollo del settore immobiliare con tutte le conseguenze che vengono a caduta, sia nelle banche per gli impieghi in tale settore (le banche hanno ridotto gli attivi anche per effetto dei crediti deteriorati del settore immobiliare), ricordo che l’unico modo per ripagare il debito attuale e’ solo l’inflazione, non abbiamo via d’uscita, on la moneta cattiva si ha lo spostamento della ricchezza dalla rendita al lavoro e alle imprese (naturalmente i dovranno tutelare le fascine deboli).
    Agli autori dico basta mettere la paura per l’uscita dall’euro, avvicinare l’uscita dall’euro al default e’ cattiva informazione, può essere una propria legittima opinione a non deve essere data come scontata, ricordo che in un passato recente 1992 uscimmo dallo SME (regime di cambio fisso simile all’euro), non è successo niente, anzi abbiamo avuto anni di prosperità con crescita dl Pil superiore ala Germania.
    Siamo obbligati oggi come nel 1992 all’uscita da una moneta che non ci possiamo permettere se la Bce. non cambia politica monetaria.
    Basta dire che non siamo competitivi, il nostro settore privato e più competitivo della Germania

  12. Federico B

    Nutro perplessità sulla concreta possibilità di attuazione. A mio avviso, un’eventuale alternativa potrebbe essere fare uscire Irlanda, Portogallo, Grecia (: debt restructuring) per concentrarsi su Spagna ed Italia. Stiamo comunque parlando di una massive quantity of bailout facilities (2.5/3 trillion) per Spagna/Italia (: 500 billion circa sono serviti per la sola Grecia, solo per dare un’idea dell’order of magnitudo), che dovrebbero essere fornite dall’area “core” (Germania, Francia, Paesi Scandinavi). Già si sta producendo una divaricazione tra queste due aree. Oppure ristrutturare l’intera unione europea. Più realistico un piano di dismissals/privatizzazioni del patrimonio pubblico Italiano.

  13. carlo

    idea giusta ma difficile da applicare…giusto invece che lo stato entri con partecipazioni nelle banche

  14. plapla60

    Questa teoria per quanto suffragata da grafici e tabelle mi trova in completo disaccordo perchè sconfessa uno degli articoli della costituzione n 47che dice testualmente : ” La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme ” e la casa x gli italiani è la forma di risparmio più diffusa.
    Occorrerebbe invece cominciare a ridurre la forbice vergognosa nei reddditi e fare una piccola ma sana rivoluzione nella tassazione .Eliminare o ridurre al minimo tutte le forme di elusione fiscale e fare mettere nella dichiarazione Irpef di ogni singolo cittadino , tutti i redditi cumulati da lavoro ,rendita mobiliare e immobiliare .A questo punto finalmente avremmo la famosa equità fiscale di cui si parla sempre a sproposito e un forte gettito da portare a riduzione del costo del lavoro , in attuazione finalmente dell’art 53 della costituzione sulla progressività dei tributi.

  15. carlo956

    Mi sembra che le scelte politiche vadano in direzione opposta, vedi IMU.
    Domanda da profano: i circa 6000 miliardi di ricchezza legata agli immobili sono effettivamente mobilizzabili o sono una ricchezza difficilmente riutilizzabile?

  16. Luigi Calabrone

    Ma quale “ricchezza che arriva da lontano?”.
    Sono stato lavoratore dipendente per oltre quarant’anni, pagando regolarmente contributi e tasse, per un ammontare che non è mai stato inferiore al 35 – 48% per le sole trattenute fiscali sulla retribuzione; anche oggi, sulla pensione, mi viene trattenuto il 37% a titolo di Irpef alla fonte. Dov’è stato il “deficit di tassazione” di cui parlano gli estensori dell’articolo?
    Parallelamente, lo stato Italiano ha continuamente elevato le spese, sottraendo al paese tutte le risorse e sperperandole in impieghi clientelari, corruttivi. Ha creato milioni di burocrati (parlamentari, comunali, provinciali, regionali, comunità montane) cui si devono versare dei soldi senza che il paese ne abbia alcun beneficio. Ha creato sistemi di sperpero e di corruzione (sanità regionale, enti inutili, eccetera).
    Dagli ultimi vent’anni il paese non cresce più, e nel triennio più recente va indietro, perché tutto il denaro del paese finisce nella voragine dello stato, e non c’è più disponibilità di capitali per impieghi che aumentino la ricchezza del paese.
    E qui si parla ancora di “aumentare il “prelievo sulla ricchezza”? E su quale “ricchezza”, poi? Non basta l’errore di Monti, che, applicando la “patrimoniale” sulle case (la nuova IMU sui cespiti rivalutati del 60%) ha fatto crollare il settore dell’edilizia, impoverendo ulteriormente il paese?
    Prima di fare qualsiasi intervento di prelievo, è indispensabile ridurre tutte le fonti di spreco/corruzione/pagamenti cui non corrisponde alcun beneficio, se non quello al gruppo sociale che ne ha approfittato e tuttora ne approfitta.
    Stiamo parlando di un paese così ben amministrato, che, avendo un’anagrafe fiscale da quarant’anni e un sistema sanitario nazionale da trenta, paga le pensioni ai morti e le invalidità ai finti ciechi, titolari di patenti d’auto. Eccetera

  17. Luigi Calabrone

    “Circa 6mila miliardi provengono dal valore delle abitazioni”
    Gli autori dell’articolo hanno mai provato a capire come è stato accumulato tale patrimonio? Gli italiani del secolo ventesimo hanno fatto l’esperienza di governi che hanno costantemente falsificato la moneta; prima, in occasione delle due guerre, in cui gli italiani hanno prestato soldi allo stato, ed hanno ricevuto in cambio carta straccia.
    Poi, dal dopoguerra, la Banca d’Italia, fino a tutti gli anni ’90, stampava moneta a richiesta del Tesoro (testimone: Guido Carli, nelle sue memorie). Poi le “svalutazioni competitive” a danno di coloro che avevano lire (non marchi, non franchi svizzeri, non sterline, non oro) liquide. Nel DNA di ogni italiano di buon senso era scritto che, se si avevano risparmi, bisognava comperarsi un immobile; chi non lo faceva, diventava subito più povero.
    Persino il povero La Malfa padre aveva notato, negli anni Ottanta, che, di due fratelli che avessero incassato un’eredità in denaro, sarebbe rimasto ricco solo quello che l’avesse subito investita in immobili. L’altro, acquirente di Buoni del tesoro, sarebbe diventato povero.
    A ciò si è aggiunta la follia dell’equo canone, che ha costretto gli italiani a comperarsi la casa, anche dove – razionalmente – vivere in affitto sarebbe stato meglio. Ora gli economisti si accorgono che il patrimonio immobiliare è eccessivo?
    Non si rendono conto, proprio perché è in qualche modo eccessivo, che l’inflazione del numero delle case ne sta diminuendo il valore? Così propongono di tassarle ulteriormente? Vogliono forse, che, alla prossima statistica, risulti che il paese è diventato più povero, perché il patrimonio immobiliare vale meno? Che le banche prestino meno soldi, e più cari, perché la garanzia immobiliare vale meno?
    Questa vantata “ricchezza delle famiglie” è solo sulla carta; le famiglie sono ricche se l’economia italiana va bene, e, soprattutto, se, in prospettiva, il PIL del paese aumenta. Forse che l’India era un paese ricco perché i Maraja avevano le casseforti piene di diamanti? E il Regno delle Due Sicilie più ricco di quello di Savoia, perché le casse del primo erano più piene di quelle del secondo?

  18. Luigi Calabrone

    Dialogo ascoltato in banca
    Cliente: sono venuto a perfezionare la pratica di prestito che ho aperto qui l’anno scorso.
    Bancario: aspetti che prendo il fascicolo; ecco, Lei aveva chiesto, per il capitale circolante della sua nuova impresa, un prestito di mezzo milione di euro. Come garanzia, un’ipoteca sulla sua casa.
    C.: Sì, è quella che ho ereditato da mio padre. Vale un milione di euro.
    B.: E quello che avevamo ipotizzato l’anno scorso. Ma qui vedo una lettera dei mei superiori: oggi il mercato degli immobili e calato, e la Sua casa non vale più di 700 mila euro. Non le possiamo dare un prestito superiore a 300 mila euro.
    C.: Questi soldi non mi bastano. Sono costretto a rinunciare all’impresa. Peccato, perché avrei dato lavoro a quattro persone, e pagato le relative tasse, contributi, eccetera. Ci rimetto io, ma anche lo stato. Anche Voi non guadagnerete gli interessi.

  19. l.u.i.g.i

    Ho letto con interesse questo articolo e ci sono alcune cose
    che mi lasciano perplesso.
    Nonostante la sicurezza mostrata dagli autori, non mi sembra
    così evidente che:
    “Debito pubblico e ricchezza sono due facce
    della stessa medaglia”
    La relazione mostrata dagli autori potrebbe essere più
    facilmente una relazione temporale che una relazione causa effetto. Personalmente sono inoltre convinto, pur non avendo elementi per dimostrarlo, che l’aumento della spesa pubblica sia andata più facilmente in sprechi che ad aumentare la ricchezza della popolazione.
    Anche in questo caso non ho elementi per dimostrare il
    contrario, ma la mia memoria mi induce a pensare che i tassi di interesse reali
    (che sono quelli che interessano) fossero bassi e non elevati negli anni ottanta. Mi sembra anche di ricordare che in alcuni anni fossero negativi (interessi del 15/18% con un’inflazione del 20/25%).
    La strada di attendere passivamente il default pubblico mi
    sembra semplicemente improponibile. In questo caso il costo verrebbe pagato da chi ha imprestato i soldi allo stato. In questo caso, se ho capito bene, essendo il debito pubblico per il 50% circa in mano ad investitori stranieri, il costo verrebbe pagato per metà dagli investitori italiani e per l’altra metà dagli investitori esteri. Le banche italiane verrebbero coinvolte in quanto
    posseggono una forte quantità di titoli del debito pubblico. Ma, come detto
    prima, allo stato attuale questa ipotesi mi sembra non realistica.
    Condivido la necessità di favorire la crescita e le conseguenze positive che si avrebbero sull’economia nazionale, ma non credo che ci sia un problema reale di mancanza di denaro per gli investimenti; credo che il problema maggiore sia quello che attualmente le aziende ritengono che non ci
    siano le condizione per fare investimenti redditizi.
    Non credo che ci sia un reale problema di tasse elevate e che sia sufficiente ridurre marcatamente le tasse su lavoro e imprese per favorire la ripresa. Credo che il problema maggiore sia nella inefficienza della p.a. italiana, nella forte corruzione esistente nella p.a. italiana, nella mancanza o carenza di infrastrutture esistenti. Credo che ridurre le tasse sul lavoro o sulle imprese serva molto poco, se non si riesce ad intervenire per migliorare l’efficienza della p.a.
    C’è un problema di carenza di disponibilità a prestare denaro alle aziende; non c’è carenza di liquidità, ma mancanza di disponibilità delle banche a rischiare denaro prestandolo ad imprese. Lo stimolo al credito non è facile, se le banche ritengono che nella situazione attuale, con tante imprese in difficoltà a rischio di fallimento, il rischio sia particolarmente elevato.
    Aumentare le tasse sulla ricchezza ha senso se si aumentano
    sulla ricchezza che non può scappare, per esempio sulle case. Ma già l’IMU
    sulle seconde case e sugli esercizi commerciali è piuttosto elevata e,
    specialmente la seconda, si troverebbe in contrasto con la ipotesi di ridurre
    la tassazione sulle imprese. A mio giudizio sarebbe preferibile aumentare l’IMU sulle prime case, ma la tendenza attuale è nella direzione opposta.
    Aumentare le tasse sulla ricchezza mobile (finanziaria) comporta il rischio di una uscita di capitali dal nostro paese. Non mi sembra che: “L’argomento economico standard per cui la ricchezza non va tassata è che esiste già la tassazione del reddito.”; mi sembra che l’argomento economico standard sia “perché c’è il forte rischio di un’uscita di capitali dal paese per evitare la tassazione”.
    Non capisco perché:
    “Da una parte, tale ricapitalizzazione può essere facilitata
    chiedendo agli istituti di credito di riconoscere le perdite sui prestiti
    pregressi.”
    Di fatto, con le norme attuali, le banche debbono avere una copertura per i crediti a rischio, ovvero di fatto c’è già l’obbligo per le banche di riconoscere nel proprio bilancio fondi di copertura per i rischi di credito. Credo che il problema vero che impedisce la ricapitalizzazione delle banche sia in molti casi la non disponibilità degli azionisti di maggioranza ad investire il proprio denaro in un aumento di capitale e, contemporaneamente, nel non voler perdere il controllo della propria banca aumentandone il capitale, ma non sottoscrivendo le nuove azioni. E credo che ci sia anche il problema che, agli attuali valori di mercato, sia più difficile chiedere agli azionisti di minoranza di sottoscrivere un aumento di capitale.
    “Dall’altra parte, lo Stato potrebbe scambiare i suoi attivi
    più liquidi quali le partecipazioni azionarie con partecipazioni nelle banche.”
    Si era parlato di necessità di privatizzare le società pubbliche anche per ricavare denaro a diminuzione del debito. Qui si sostiene la tesi opposta: aumentare il debito pubblico per ricapitalizzare le banche. Io non so che cosa sia meglio.
    Per Piero.
    “ricordo che con la scelta di Monti di tassare gli immobili
    si è avuto il crollo del settore immobiliare”
    No. Il crollo del settore immobiliare è precedente alla tassazione degli immobili di Monti. Può darsi che questa tassazione possa aver aumentato questo effetto, ma non credo in misura rilevante.
    Non faccio una tragedia per l’eventuale uscita dall’euro; ci
    sono vantaggi e svantaggi. Allo stato attuale ritengo che siano ancora maggiori i vantaggi di rimanere nell’euro, ma non considero disastrosa per l’italia una eventuale uscita.
    Per Lucio Sepede.
    “La prima è che la tassazione della ricchezza, oltre che
    essere corretta da un punto di vista della giustizia distributiva, è anche un
    modo per far pagare chi ha accumulato nel tempo la ricchezza evadendo il fisco.”
    No, non credo. Credo che la maggior parte della ricchezza accumulata evadendo il fisco sia già all’estero in paradisi fiscali o società di comodo. Tassare la ricchezza significa essenzialmente tassare il piccolo/medio risparmio, perché è l’unico che non può fuggire. I grossi capitali si muovono rapidamente dove è più conveniente.

  20. ciro daniele

    Tutto giusto, almeno in linea di principio, Peccato che la ricchezza delle famiglie italiane, a differenza di quelle europee e statunitensi, sia costituita essenzialmente dalle abitazioni di proprietà e quindi sia sostanzialmente “immobile” e poco produttiva. In altri termini, siamo “ricchi” di beni sostanzialmente inutili. Quasi tutti i risparmi delle passate generazioni (legali o meno) sono stati utilizzati (stupidamente) per acquistare qualcosa di cui è difficile privarsi (a meno di emigrare o andare a vivere sotto i ponti) e che non è possibile “riciclare” per usi più produttivi (se non in qualche modesto studio professionale o laboratorio artigiano). Forse lo scarso sviluppo di questo paese dipende anche dall’aver incoraggiato per decenni questo tipo di “investimenti”, invece di quelli in macchinari, infrastrutture e capitale umano.

    • Luigi Calabrone

      “Quasi tutti i risparmi delle passate generazioni (legali o meno) sono stati utilizzati (stupidamente) per acquistare qualcosa di cui è difficile privarsi”.
      Non sono d’accordo sullo “stupidamente”.
      La maggioranza degli investitori in case erano piccoli risparmiatori, che non avevano altra possibilità di tutelare i loro risparmi, se non quella dell’acquisto del “mattone”, che non per niente si chiamava “bene rifugio”.
      Chi aveva grosse somme le ha sempre “messe al riparo” in Svizzera, eccetera. Questa era la conseguenza della gestione truffaldina della moneta, che per un secolo e più (ricordate lo scandalo della Banca Romana) è stata falsificata dallo stato. Anche i bilanci dello stato sono stati sempre falsificati, e, durante la Repubblica, non è stata rispettata la Costituzione che richiedeva la copertura delle spese.
      La maggioranza degli italiani ha fatto quello che, almeno allora, era la scelta più razionale. non una stupidaggine.

  21. Luigi Di Porto

    Alcune cose del vostro articolo non mi convincono, io lavoro dal 76 e non mi risulta che ci siano stati momenti in cui pagavo molte meno tasse di adesso, mi sono comprato la casa e penso di aver fatto bene.
    A parte questo, secondo me, voi economisti trascurate troppo spesso il lato umano delle cose, l’esperienza mi ha insegnato che un gruppo di persone se vuole fare una cosa la fa, indipendentemente dalle risorse disponibili e se non ha intenzione di farla non c’è verso di fargliela fare.
    Io penso che il primo problema degli Italiani sia di tipo motivazionale, convincersi che bisogna lavorare tutti per il bene comune.
    Propongo allora di non tassare la ricchezza e di non sovratassare i redditi alti ma di passare ad una forma di prestito forzoso con rendimento indicizzato al pil nominale, in modo di convertire a questa formula il nostro debito. Si avrebbe un vantaggio finanziario perché automaticamente gli interessi sul debito non andrebbero a incrementare il rapporto debito/pil ma soprattutto motiverebbero i prestatori, cioè tutti noi, a lavorare di concerto per incrementare il pil inculcandoci il concetto che se va bene per tutti va bene anche per me e viceversa, che oggi non ci è tanto chiaro.
    Una cosa del genere, ben mi ricordo, venne fatta alla fine degli anni 70 e servì a rimettere sotto controllo l’inflazione togliendo dal giro i soldi della scala mobile.

  22. DoppiaBi

    Direi che uno dei due lati dello squilibrio (ovvero la ricchezza privata accumulata) è frutto non solo della bassa (o meglio “meno elevata”) tassazione nel periodo storico precedente, ma solo in parte modesta; credo che la maggior parte della ricchezza privata accumulata sia frutto di evasione in parte prevalente e, in parte minore ma non marginale, di attività criminose o paracriminose del periodo storico dove il contrasto a tali fenomeni era inesistente.
    Tutti conosciamo il fruttivendolo, il gioielliere o il dentista (scusate gli stereotipi) che denunciava (e a quanto pare denuncia ancora) meno di 1.000 euro al mese e ogni anno comprava un nuovo appartamento e/o 50 milioni di lire di CCT.
    Pertanto nella sostanza non si tratta di tassare il risparmio (fattispecie deprecabile) ma di tassare tardivamente dei redditi mai tassati; in altri termini un haircut su tali ricchezze non sarebbe un esproprio bensì un … ravvedimento operoso forzato.

    • plapla60

      La teoria della tassazione tardiva è proprio fantasiosa .Questa idea di mettere al bando gli ex fruttivendoli altrettanto divertente .E nel frattempo i manager che hanno distrutto aziende e banche si beccano i bonus milionari e nessuno si scandalizza .Siamo proprio un paese singolare.
      Negli USA le cose andavano bene negli anni 50 e 60 quando l’aliquota max era al 90 % .Poi con Regan si è scesi fino al 28 e il ceto medio ha pagato la differenza.E’ dalla sperequazione dei redditi che occorre partire ,non attaccando il piccolo patrimonio del ceto medio perchè non si farebbe altro che aumentare il numero dei poveri e i consumi scenderebbero ulteriormente.

  23. gianni000007

    La tassazione sulla “ricchezza” in Italia e´ ormai al top rispetto al PIL in EU superata solo dalla Francia e pochi altri paesi secondo i dati OECD del 2011 cioe´ prima che entrasse in vigore IMU e “patrimonialina”.Quest´ultima rende allo stato piu´della ISF francese (patrimoniale per eccellenza) nel 2013.
    Inoltre i risparmi sono investiti e quindi non si capisce davvero cosa voglia dir con “mobilizzare” se non saccheggiare ulteriormente e redistribuire a favore dello stato ormai l´unica ricchezza rimasta agli italiani impoveriti da una pressione fiscale che, questa si, impedisce qualsiasi investimento produttivo. Credere poi che lo stato e la politica sappiano investire meglio di imprenditori è una semplice bufala.

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