Il lavoro è diventato un’emergenza nazionale. Specie per i più giovani. Lo certifica la flessione osservata in questi anni di crisi degli occupati in età tra 15 e 29 anni: 727 mila individui in meno dal 2008.  E, ancora più crudamente, lo dimostra l’aumento del tasso di disoccupazione, salito per i 15-29enni al 25,2 per cento, dal 15,3 per cento che era appena cinque anni prima.

L’ESEMPIO FRANCESE
In questo quadro si inserisce la proposta di una staffetta generazionale, allo studio del Governo Letta, per favorire l’inserimento nel mercato del lavoro delle nuove generazioni. Di cosa si tratta? Il meccanismo prende spunto dal contrat de génération avviato proprio in questi mesi in Francia. L’obiettivo è creare nuovi occupati fra i giovani, senza intaccare l’occupazione dei lavoratori più anziani. Questo, oltre che per elevare il tasso complessivo di occupazione, anche per non disperdere le competenze professionali dai lavoratori maturi, che potrebbero invece essere trasmesse a coloro che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro o che hanno in ogni caso poca esperienza.
Oltralpe, l’ingresso dei giovani si attua con un contratto a tempo indeterminato di tipo full time e, per ogni coppia di lavoratori coinvolta (under 26  e over 55), lo Stato offre alle imprese con meno di 300 dipendenti alcuni incentivi economici; le imprese con più di 300 dipendenti sono invece obbligate ad attivare, attraverso accordi collettivi, aziendali o settoriali, il contrat de génération, pena l’applicazione di sanzioni o la revoca di alcuni sgravi contributivi altrimenti concessi per legge (la cd reduction Fillon).
LA VARIANTE DEL GOVERNO LETTA
In Italia, secondo le anticipazioni raccolte dagli organi di stampa, la declinazione del modello francese potrebbe concretizzarsi invece nell’incentivazione del part time a fine carriera, se abbinato a nuove assunzioni. Non esiste ancora una versione definitiva del progetto. L’orientamento che sembra prevalere sarebbe quello di offrire a tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, a meno di 36 mesi dal pensionamento, la possibilità di trasformare il loro contratto da tempo pieno in uno a tempo ridotto (ad esempio 50 per cento). Ciò consentirebbe alle imprese di assumere, poniamo con un contratto di apprendistato, un certo numero di giovani a seconda del numero dei senior disposti ad accettare il part time.  Lo Stato interverrebbe, in questo patto generazionale, versando però la differenza dei contributi necessaria a garantire al lavoratore con orario ridotto un assegno, al momento in cui maturerebbe il diritto alla pensione, pari a quello di cui egli avrebbe goduto lavorando a tempo pieno. Quanti i potenziali beneficiari e quante potenzialmente le risorse a carico del settore pubblico?
QUANTI I BENEFICIARI? E A QUALE COSTO?
Utilizziamo le informazioni che possiamo trarre dall’indagine Eusilc dell’Istat. Sfruttando le informazioni sull’anzianità contributiva si stimano nell’ordine di 288 mila i lavoratori potenziali del comparto privato, che potrebbero essere interessati dalla staffetta generazionale. Sono tutti coloro che distano meno di 36 mesi dal godimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia e per quella anticipata. Le risorse a carico del settore pubblico, pari ai contributi necessari ad integrare un orario a tempo pieno, ammonterebbero a 1,5 mld di euro: una cifra tutt’altro che trascurabile, se si pensa che  la sospensione dell’ anticipo dell’Imu sulla prima casa vale – come termine di paragone- circa 2 miliardi di euro. I giovani che potrebbero essere assunti con le risorse che le imprese risparmierebbero dalla trasformazione dei contratti full time dei lavoratori senior in part time, ipotizzando un salario di ingresso pari a quello di un apprendista (circa 17 mila euro), sono stimabili nell’ordine delle 190 mila unità.
Sono, questi descritti, però tutti numeri potenziali. Nel senso che ipotizzano la piena disponibilità degli occupati senior al patto generazionale, che nell’immediato si traduce in una riduzione di stipendio. Ma non anche dei benefici previdenziali, per tutelare i quali lo Stato si accollerebbe un costo che avrebbe potuto essere più efficacemente utilizzato, ad esempio, per l’alleggerimento del carico fiscale sul lavoro. Anche perché, come rilevano Boeri e Galasso, i più generosi importi pensionistici -rispetto a quelli di cui godranno le future generazioni- di cui possono beneficiare molti lavoratori oggi prossimi all’uscita dal mercato del lavoro, giustificano difficilmente un trasferimento di risorse pubbliche nei loro confronti. Hanno già avuto. Molto più di quanto non abbiano ricevuto nel tempo i più giovani.
LA STAFFETTA NON CREA LAVORO
Inoltre la staffetta di per sé non crea lavoro aggiuntivo, in quanto si risolve in una redistribuzione dell’ammontare complessivo di ore lavoro dagli anziani ai giovani. C’è da chiedersi, quindi, se le limitate risorse pubbliche non debbano essere impiegate in politiche capaci di creare lavoro, piuttosto che di ridistribuirlo. Resta pertanto non più rinviabile -se si vuole affrontare incisivamente la disoccupazione giovanile- l’esigenza di rilanciare la crescita attraverso gli investimenti pubblici e privati. Trovando, in attesa dell’Europa, le risorse -poche che siano- anche da una corretta valutazione del costo opportunità delle misure all’attenzione del Governo, quali appunto la staffetta generazionale o, per restare all’attualità, l’abolizione dell’Imu sulla prima 

I numeri del patto generazionale
Lavoratori senior potenzialmente interessati al part time

287,711

Minori costi per le imprese (a)

3,2 mld

Maggiori costi per il settore pubblico

1,5 mld

Costo del  lavoro medio di un apprendista (b)

17 mila euro

Potenziali nuovi assunti (c=a/b)

190 mila

Fonte: stime da Eusilc
 
 

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