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L’Abi e la strategia dello struzzo

IL CREDITO ALLA PA
Da una lettura attenta del mio precedente articolo, nonché dalla risposta data ad un commento di un gentile lettore, si può constatare che i calcoli sul funding gap, ovvero sul differenziale tra raccolta e impieghi bancari, si basano, esclusivamente, sulla clientela famiglie e imprese produttive. Se si prende in considerazione solo questo perimetro di clientela emerge, sulla base dei dati Banca d’Italia, che non esiste pressoché alcun gap tra quanto le banche raccolgono e quanto prestano a famiglie e imprese.

Ne deriva che non appare fondata la tesi dell’Abi secondo la quale il credito non sta fluendo verso imprese e famiglie perché non ci sono sufficienti risorse, e dall’articolo di Pierluigi Morelli non emergono elementi che possano far cambiare idea a me e ai lettori.
Il calcolo del funding gap cambia evidentemente se si prendono in considerazione anche gli altri operatori economici residenti, quali le società finanziarie e, in particolare, la pubblica amministrazione. A quest’ultima tipologia di clientela, infatti, le banche non hanno mai lesinato il credito, nonostante l’inesistenza di una raccolta stabile derivante dalla Pa e la sua rischiosità, ben evidenziata dall’andamento dello spread Btp-Bund. Anzi, ciò che appare sensazionale è che gli istituti di credito abbiano difficoltà a scontare i crediti delle imprese verso la Pa, ma dall’altro lato siano ben disposti a finanziare il Governo italiano sia tramite finanziamenti diretti sia mediante l’acquisto di titoli di Stato (la possibilità di finanziarsi a tassi molto bassi presso la Bce, per poi reinvestire queste somme con rendimenti ben più elevati, è la chiave che spiega questo meccanismo). Qualora si prenda in considerazione un perimetro più ampio di clientela ecco che effettivamente emerge il funding gap, anche se devo segnalare all’Abi che l’ultima stima della Banca d’Italia, riportata nel Rapporto sulla stabilità finanziaria, si attesta solo al 12,8 per cento ed è in continuo miglioramento.
Passando al tema dei tassi di rendimento sulla raccolta, e del loro confronto con lo spread verso il Bund tedesco, devo far presente che la comparazione con i titoli di Stato decennali (ben più liquidi di quelli a più breve scadenza) è stata effettuata anche con riferimento agli altri paesi dell’area euro, non solo per l’Italia. L’aspetto centrale, in questo caso, è il paragone con gli altri paesi che stanno avendo le nostre stesse difficoltà nelle finanze pubbliche. A tal riguardo, appare lampante il confronto tra Italia e Irlanda: nonostante lo spread sui titoli di Stato sia più elevato, i rendimenti sulla raccolta bancaria italiana sono gli stessi delle banche irlandesi.
LE RISPOSTE DELL’ABI
Infine, l’analisi dell’Abi non offre nessuna risposta alla questione del rendimento sulle obbligazioni bancarie: come si spiega l’evidenza della Consob per cui il rendimento offerto su questo tipo di attività finanziaria è inferiore a quello dei titoli di Stato di pari caratteristiche, se non per il fatto che si sfrutta la generale scarsa consapevolezza dei risparmiatori?
In conclusione, l’Abi farebbe un servizio ben più utile alle sue associate bancarie e all’intero paese se cominciasse ad ammettere l’esistenza di problemi nell’industria bancaria, quali l’incapacità, allo stato attuale, di sostenere l’economia reale e la necessità di interventi radicali per il rilancio del credito, come ricapitalizzazioni e costituzione di una bad bank. (1) Continuare a seguire la strategia dello struzzo di nascondere la testa sotto la sabbia, pur di non affrontare la realtà, non aiuterà certo a far uscire l’Italia dalla palude in cui si è cacciata.
 (1) Si veda al riguardo anche Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 17 maggio 2013.

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Il Punto

  1. Giada

    “Continuare a seguire la strategia dello struzzo di nascondere la testa sotto la sabbia, pur di non affrontare la realtà, non aiuterà certo a far uscire l’Italia dalla palude in cui si è cacciata.”
    Non è una questione di non voler affrontare la realtà… anzi, le banche la loro realtà la affrontano proprio molto bene… ponderando bene le loro scelte sulla base di una valutazione di costo (risk-sensitive), paragonato al rendimento.
    Evidentemente, il costo/rendimento che stimano nell’elargire le proprie risorse al sistema pubblico, è migliore del costo/rendimento stimato nel risollevare l’economia reale.
    Da brava impresa (ben tutelata) qual’è la banca, il ragionamento imprenditoriale non fa una piega 🙂

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