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L’economia di Cosa Nostra al tempo della crisi

La notizia della confisca del patrimonio di un imprenditore siciliano attivo nel settore delle energie rinnovabili porta a interrogarsi sullo stato dell’economia della Mafia in tempo di crisi. Le strategie di investimento si differenziano ora per territori. Cambiano i rapporti con la politica.
LA MAFIA TRA NORD E SUD
Il presidente Letta nel suo discorso di insediamento non ha ha parlato di lotta alla mafia,forse per problemi di sintesi. Ma la notizia relativa alla confisca del patrimonio di un imprenditore siciliano che agiva nel settore delle energie rinnovabili (eolico) ha ricevuto particolare attenzione dai media. (1) Soprattutto, per l’ordine di grandezza dei beni confiscati (1,3 miliardi), tra cui compaiono quarantatré società di produzione di energia alternativa.
Viene spontaneo interrogarsi sullo “stato” dell’economia di Cosa Nostra in tempo di crisi, sulle sue strategie di investimento, sui rapporti con la politica, sull’andamento della redditività di alcuni suoi specifici settori di attività.
I materiali resi disponibili dalle indagini giudiziarie ci presentano un’economia di Cosa Nostra differenziata per luogo d’azione, più che mai presente nel settore degli appalti, a maggior grado di politicizzazione (ma per converso è come se la politica si fosse più mafiosizzata). (2)
Andiamo per ordine. Nel Nord Italia, la mafia si presenta con il volto rassicurante di manager e colletti bianchi. Una sorta di aristocrazia mafiosa, in un momento di recessione, offre capitali, alle aziende locali magari accontentandosi di quote di minoranza, per colonizzare progressivamente provincie e regioni con una fitta rete di relazioni a lungo termine. (3) E questo riciclando i profitti messi da parte negli anni d’oro dei traffici di droga.
L’economia di Cosa Nostra, in Sicilia, risente della crisi economica. Il ricavato delle estorsioni serve appena a pagare gli onorari degli avvocati, a procurarsi liquidità per dare sostegno alle famiglie dei detenuti e a mantenere il controllo sul territorio. La crisi, paradossalmente, non penalizza il traffico di droga che continua a essere il “core business” di Cosa Nostra in Sicilia. Dall’agosto del 2012 al marzo scorso, nella sola Palermo, le forze dell’ordine hanno sequestrato droga per quasi un milione e mezzo di valore sul mercato. Ora, una vecchia regola stabilisce che i sequestri di sostanze stupefacenti sono appena il 20 per cento del “circolante”.
L’attenzione di Cosa Nostra, in questi tempi, si concentra anche sulla “messa a posto” dei lavori pubblici e le infiltrazioni in settori come quello alberghiero, la grande distribuzione, la cantieristica navale. C’è un secondo aspetto della crisi. Le difficoltà nel credito e l’enorme pressione fiscale sono spesso ragioni che spingono gli imprenditori “puliti” verso il mercato parallelo dei prestiti gestito dai “commercialisti” di Cosa Nostra. Il primo passo per perdere il controllo della loro aziende.
IL NUOVO RAPPORTO CON LA POLITICA
Un terzo fenomeno, già ampiamente conosciuto e forse non direttamente collegato alla crisi, continua a persistere: lo scambio di know how tra Cosa Nostra e imprese del Nord che operano nel settore edilizio. Cosa Nostra cura in Sicilia le pubbliche relazioni che garantiscono l’aggiudicazione dei bandi e aziende con competenze e requisiti per concorrere al bando. (4)
In sostanza è come se per accedere dall’esterno alle gare pubbliche in Sicilia, qualunque sia il soggetto che le bandisca, fosse necessario utilizzare un “facilitatore”, Cosa Nostra appunto.
Accennavamo a un nuovo modello che, come emerge dalle indagini, contraddistingue oggi i rapporti tra Cosa Nostra e la politica in Sicilia. Questa una sua descrizione: “la politica non sembra avere più un ruolo subalterno per convenienza, paura o necessità. Non c’è un mafioso che dà ordini e un amministratore che esegue. L’ingranaggio nel quale sono entrambi, li vede perfettamente compartecipi del medesimo disegno, c’è una identificazione assoluta tra chi decide fuori dal palazzo e chi lo fa nelle sedi istituzionali a tutti i livelli”. (5)
Val la pena ricordare che nell’ultimo biennio in Sicilia ben nove amministrazioni hanno subito indagini per infiltrazioni mafiose (sei nel 2012).
Contro queste e vecchie forme di “economie cattive” sono in corso efficaci azioni dello Stato (forze dell’ordine e magistratura) nella consapevolezza che oggi, in una condizione di crisi, l’economia di Cosa Nostra non è residuale né marginale all’interno del sistema Sicilia. Con preoccupanti fenomeni di adattamento da parte di alcuni soggetti produttivi.
(1) Vito Nicastri, ex elettricista di Alcamo, operava come “sviluppatore”: realizzava e vendeva, chiavi in mano, parchi eolici con ricavi milionari. Le indagini della Dia di Palermo sostengono la sua “contiguità” con Cosa Nostra. Contiguità che si sarebbe risolta in comunanza di interessi, una lunga attività di fiancheggiamento e di scambio di reciproci favori, in un rapporto fondato sulla fiducia e sui vicendevoli vantaggi che ne possono derivare.  Si veda l’articolo di S. Palazzolo, “Confiscato il tesoro del re dell’eolico”, La Repubblica Palermo, 4 aprile 2013.
(2) E. Bellavia, “C’è un nuovo patto tra i clan e la politica”, La Repubblica Palermo, 10 aprile 2013.
(3) I cantieri navali a Palermo, La Spezia e Monfalcone, il cemento depotenziato nelle autostrade e nei ponti, decine di appalti e pubbliche forniture in Lombardia, Liguria, Piemonte, l’edilizia pubblica e privata in Emilia Romagna, le energie alternative in Sicilia, Toscana e in Calabria e poi la grande distribuzione e un fittissimo reticolo di società di autotrasporti, di ortofrutta, di scommesse sportive. Ecco il volto pulito di Cosa Nostra.A. Ziniti, “Trasporti, edilizia, supermercati, appalti. Il volto pulito dell’economia di Cosa Nostra”, La Repubblica Palermo, 18 aprile 2013.
(4) Materiali interessanti su questo punto vengono offerti da A. Ziniti nell’articolo citato. Recenti testimonianze possono ricavarsi da operazioni di polizia in città (Trapani) e altri comuni siciliani.
(5) La citazione è tratta dall’articolo di E. Bellavia.

Leggi anche:  Per la giustizia in ritardo la riforma è necessaria

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Il Punto

  1. salvatore

    Ma se avevamo un ministro che ha fatto una Legge-scudo fiscale al 5% (votata dalla maggioranza) che è molto meno costosa di un normale riciclaggio che va dal 9% al 30% (tratto da un lipro dell’attuale presidente del Senato) che cosa dire? E una Legge sulle pale eoliche che vengono incentivato NON sulla base dell’energia prodotta ma sulla loro costruzione, che dire? E se il CIP6, mediante un “onorevole” che si è prestato al gioco ha assimilato il catrame alle energie rinnovabili, che fare?

  2. sc

    Ma la vicenda Nicastri non è del 2010?

  3. Franco

    Lacrime di coccodrillo sulle vittime della ludopatia, delle sale giochi controllate dalle mafie. Ma si potrebbe andare a vedere chi ha sostenuto e approvato le leggi a favore degli importatori e noleggiatori di quelle macchinette? A mia conoscenza solo la Gabanelli ci ha provato, un paio di anni fa, poi troppo silenzio sull’origine di questa piaga che prima non c’era perché le macchinette erano illegali.

  4. ugo di girolamo

    Per sconfiggere definitivamente le mafie occorre spezzare i rapporti tra clan e politici. Negli ultimi anni sono state prodotte alcune analisi innovative sulla questione mafiosa che puntano alla definitiva risoluzione del problema con strategie radicalmente diverse rispetto al passato, fondate proprio sulla necessità di spezzare il legame mafie-politica e pubblica amministrazione.
    Si veda in proposito http://mafiepolitica.blogspot.it/2012/02/nuovi-orientamenti-nella-lotta-alle.html

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