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Un’assemblea civica per la riforma elettorale

La revisione della legge elettorale è forse la più urgente delle riforme istituzionali. Ma anche la più difficile perché i partiti conoscono le conseguenze politiche che comporta scegliere un modello oppure un altro. Si può adattare all’Italia l’esperienza canadese della Civic Assembly?
LA RIFORMA PIÙ URGENTE E PIÙ DIFFICILE
Nel 2011 il patto politico era chiaro: i professori avrebbero dovuto sistemare i conti e nel contempo la classe politica avrebbe lavorato per la propria “autoriforma”. I conti – a forza di lacrime e sangue – sono stati un po’ raddrizzati, ma della promessa autoriforma della politica non vi è stata traccia. Niente riduzione dei costi della politica. Niente riforma del finanziamento pubblico. Niente controlli esterni alle spese dei gruppi parlamentari. Niente legge sullo status giuridico dei partiti politici. Niente riduzione dei parlamentari e niente riforma elettorale. Insomma, niente di niente e ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti: le elezioni politiche dello scorso febbraio non sono state risolutive e i problemi sono ancora tutti lì sul tavolo, solo più complicati.
Definire riforme strutturali profonde al fine di ricostruire su basi nuove la rappresentanza politica in tutti i suoi aspetti è quindi oggi ancora più importante. E tra tutte, la riforma elettorale è probabilmente la più urgente, come ricordato anche da molti commentatori su lavoce.info. Però si tratta anche di gran lunga della riforma più difficile. Come evidenziava Giovanni Sartori in un suo scritto di alcuni anni fa, la sola legge elettorale “onesta” è la prima, quella fondativa, la sola protetta dal “velo di ignoranza” sui suoi esiti, mentre tutto il dibattito successivo finisce per essere invariabilmente viziato dalla conoscenza degli effetti politici e dei rapporti di forza emersi con il primo voto.
Tanto più la riforma è necessaria, tanto più è di difficile realizzazione. Come affrontare questa equazione a due incognite apparentemente irrisolvibile? Magari prendendo esempio dalla recente esperienza canadese, dove per riformare la legislazione elettorale vigente in due importanti stati (Ontario e British Columbia) si sono create “assemblee civiche” di cittadini incaricati di redigere una nuova legge elettorale da sottoporre a referendum popolare confermativo.
L’esito di questo processo è stato in chiaroscuro (più positivo in British Columbia, meno in Ontario), ma l’idea è interessante e nel contesto italiano potrebbe essere riprodotta con solo qualche leggera variazione. Proverò a illustrare in sintesi le singole fasi, che immagino contenute entro l’arco di dodici mesi.
LE QUATTRO FASI DEL PROCESSO
Il primo passo è costituire un’assemblea composta da un numero di persone rappresentativo della popolazione sorteggiato tra cittadini che abbiano svolto la funzione di giudice popolare di corte d’assise d’appello, eventualmente integrato con ulteriori nominativi al fine di una equa rappresentanza dei generi e delle minoranze linguistiche. Nell’esperienza canadese, i cittadini sorteggiati (con un processo a più fasi sul quale non mi soffermo) formarono un’assemblea di circa 150 persone, ma ritengo che nel caso italiano i numeri potrebbero essere decisamente più contenuti.
Va poi prevista una fase di alcuni mesi di formazione approfondita sui meccanismi elettorali e sul loro impatto politico, con simulazioni e comparazioni delle esperienze straniere. In parallelo, il Parlamento dovrebbe “legittimare” il lavoro dell’assemblea approvando una legge costituzionale istitutiva. Si potrebbe obiettare che è curiosa l’approvazione di una legge che istituisce una struttura nei fatti già operante, ma un “semi-precedente” c’è: quello della commissione bicamerale per le riforme istituzionali creata nel 1992, che ricevette formalmente i propri poteri “costituenti” quando il suo lavoro era già in fase inoltrata.
Alla formazione dovrebbe seguire la terza fase di stesura della normativa vera e propria, anche questa della durata di alcuni mesi, durante la quale l’assemblea dovrebbe potersi valere del supporto tecnico di Camera e Senato.
La quarta fase, quella di approvazione, potrebbe essere delegata al Parlamento, che discuterebbe la nuova normativa senza apporvi modifiche, ma limitandosi a un voto complessivo sulla norma, oppure demandando l’ultima parola a un referendum confermativo, come nell’esperienza canadese.
Alcuni dettagli sono certo perfezionabili: mi rendo conto ad esempio delle possibili obiezioni relative al meccanismo del sorteggio che può sembrare una sorta di “salto nel vuoto”. Rispetto al precedente canadese, che non prevedeva vincoli particolari, ho comunque ritenuto di proporre un filtro, indicando la figura dei giudici popolari di corte d’assise d’appello che hanno una scolarizzazione almeno a livello di scuola media superiore, un indubbio senso civico (essendo l’iscrizione nei registri di natura volontaria) e buona condotta morale. Inoltre, il meccanismo del sorteggio mi sembra il solo che potrebbe almeno in parte ricostruire il “velo di ignoranza” di cui sopra.
Quanto preme sottolineare è che se un processo simile è stato attivato in altri contesti democratici maturi è riproducibile anche da noi, pur avendo ben chiara la differenza tra la natura civica dei contesti socio-politici di cultura anglosassone e la nostra realtà. Però, a situazioni limite, soluzioni limite.

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11 commenti

  1. Danilo

    Egr. Prof. Cucchini,
    la sua proposta per la riforma della legge elettorale mi trova perfettamente d’accordo anche perché ebbi modo, tempo fa, di pensarne una molto simile alla sua ed estesa al problema del finanziamento pubblico dei partiti. Dovrebbe trovarsene traccia in un forum di Libertà e Giustizia di circa un anno e mezzo fa. L’idea fondamentale della proposta cioè che sulla legge elettorale siano i cittadini a dettare le regole agli eletti e non i rappresentanti eletti ad autorappresentarsi non è populismo ma semplice fondamento democratico della rappresentanza. Tutto dipende da come è concepito e da come è vissuto. Se i partiti o gli antipartito strumentalizzeranno la proposta è ovvio che potrà esserci anche una deriva antidemocratica, ma si tratta di esplicitare ampiamente l’intento fortemente democratico che non può essere il controllore, a tutti i livelli, a proporre leggi per il controllo di sé stesso. E’ vero che Camera e Senato sono gli organismi più elevati e rappresentativi della nazione, ma proprio per questo, se sinceramente democratici, dovrebbero lasciare che le norme che definiscano l’elezione dei loro membri, nonché gli stipendi dei parlamentari e l’eventuale finanziamento dei partiti rappresentati in Parlamento, siano proposte e definite dai cittadini. Ho dei dubbi invece sulla scelta dell’assemblea come organismo proponente, perché penso possa costituire un elemento pletorico che si dilungherebbe nei tentativi di mediazione. Proporrei, come già ho fatto, che l’organismo indicato dell’elaborazione sia composto da una commissione di saggi, non più di 10, nominata dal Presidente della Repubblica fra personalità di grande spessore culturale, professionale e assolutamente non indicate né sponsorizzate dai partiti e che il lavoro della stessa non si limitasse ad una sola proposta ma a 3, fra di loro equilibrate, snelle e comprensibili in modo da permettere agli elettori di poter effettuare una vera scelta. Se non superata da altre proposte (vedi programma del Governo Letta) lo stesso percorso può essere adottato per definire gli stipendi dei parlamentari, dei consiglieri regionali nonché di un eventuale finanziamento pubblico dei partiti che potrebbe realizzarsi o con un 5% per mille su base volontaria o un x (es. 0.50 cent) sui voti riportati dai singoli partiti che abbiano varcato la soglia limite per accedere alla Camera. E’ evidente che il lavoro della Commissione sarebbe limitato e a tempo poiché una volta introdotto il referendum confermativo modificando l’art. 75 della Costituzione e l’approvazione senza modifiche da parte del Parlamento, sarebbe molto difficile per i partiti mettere in discussione un legge elaborata e confermata dagli elettori. Inoltre non darebbe adito a beghe fra gli stessi tenendo in scacco per decenni la nazione. Eventuali modifiche che si rendessero necessarie nel tempo potrebbero essere affrontate con lo stesso organismo proponente, così come l’adeguamento di stipendi e finanziamento dei partiti potrebbe essere superato con un meccanismo di “indicizzazione” moderata, molto moderata.
    Distinti saluti

  2. Prof. Cucchini, è possibile e consigliabile che un’assemblea dibatta e proponga una nuova legge elettorale senza che sia prima stabilito se vi sarà o meno il superamento del bicameralismo perfetto ? Ha senso avere la stessa legge elettorale in due camere che potrebbero avere funzioni diverse ?
    Distinti Saluti,
    Stefano

  3. Ubaldo Muzzatti

    L’idea è buona e conferma, ancora una volta, che bisogna guardare maggiormente fuori dal proprio orticello. C’è ormai poco da inventare e assai più da scegliere e adattare. No so se il suggerimento del prof. Cucchini sarà raccolto. Comunque ritengo che sia assolutamente necessario non far scrivere le regole (del voto) ai giocatori attuali o che ambiscono esserlo in futuro.
    Insomma la legge elettorale deve essere scritta da una terza assemblea,
    o civica o costituente o ad hoc. L’importante è che sia vincolata all’interesse generale, non contingente e non di parte. A questo scopo riterrei utile che prima di addentrarsi nelle scelte (maggioritario-proporzionale; preferenze-sbarramento; uninominale-plurinominale;…) venissero concordati e resi pubblici
    gli obiettivi da perseguire, le esigenze da soddisfare i requisiti che la nuova legge dovrà soddisfare. In questo modo sarà possibile verificare in che misura
    l’articolato proposto corrisponde a quanto si era concordato di ottenere.

  4. sterbani

    Io abito in British Columbia da oltre 10 anni ed ho vissuto l’esperienza del referendum per la riforma del sistema elettorale. Trovo che sia stata un’esperienza democratica e sono molto favorevole al procedimento adottato anche se la riforma proposta dall’assemblea civica non ha trovato il consenso della popolazione e tutto e’ rimasto come prima. Anche io votai contro la riforma, ma devo dire che il sistema uninominale secco che esiste qui funziona gia’ molto bene e non vedevo la necessita’ di cambiarlo.

  5. Eparrei

    E’ da tempo che caldeggio questa soluzione nei discorsi con gli amici. Però nei miei desideri la commissione elaborerebbe tre proposte, intermedie tra uninominale e proporzionale secco, da sottoporre a referendum .

  6. Stefano

    Che si consideri l’utilizzo di cittadini estratti a sorte una cosa strana è un sintomo dell’arretratezza politico-culturale della nostra classe politica.
    Senza andare alla bulè di Clistene, l’estrazione a sorte è stata utilizzata, con una formula complessa, anche per la selezione dei Dogi di Venezia per oltre 600 anni. Da quelle elezioni traggono origine anche le parole ballottaggio e broglio.
    In California il Civil Grand Jury, estratto a sorte tra i cittadini e in carica un anno, ha poteri che includono quelli che da noi hanno il difensore civico e la sezione inquirente della corte dei conti.
    Per non parlare poi di come gruppi di cittadini estratti a sorte partecipino alla pianificazione per esempio dei trasporti pubblici in Germania, Svizzera o Australia. Per includere vicini e lontani.
    Mi disturba invece un po’ la conclusione dell’articolo. Secondo me in nostri politici sono ben peggio della media dei cittadini. Sono le nostre istituzioni che non permettono ai migliori, e nemmeno ai medi, di agire. La nostra è una peggiocrazia.
    Esistono per altro degli studi che evidenziano il legame tra strumenti adeguati di intervento diretto dei cittadini nelle decisioni politiche e coscienza civica e politica. Per esempio si vedano gli articoli di Feld e Kirchgässner.

  7. Lorenzo Persi

    Perché non pensare a un sorteggio tra gli iscritti alle liste dei presidenti di seggio? Così si potrebbero coinvolgere persone dotate di requisiti simili ai giudici popolari, ma dotati di un’esperienza diretta nelle operazioni di voto (anche dal punto di vista pratico), e comunque già informati su uno o più (a seconda dell’età) tipologie di sistemi elettorali..

  8. Lorenzo Persi

    Perché non pensare a un sorteggio tra gli iscritti alle liste dei presidenti di seggio? Così si potrebbero coinvolgere persone caratterizzate da requisiti simili ai giudici popolari, ma dotate di un’esperienza diretta nelle operazioni di voto (anche dal punto di vista pratico), e comunque già informate su una o più (a seconda dell’età) tipologie di sistemi elettorali..

  9. Ubaldo Muzzatti

    Concordo in pieno e con ciò, ahi noi, ne abbiamo di strada da fare.
    Nonostante ci si vanti di avere la Costituzione più bella del mondo.

  10. henricobourg

    E l’iniziativa legislativa popolare ex articolo 71, 2?
    I promotori dell’ultimo tentativo di referendum abrogativo dichiarato inammissibile per i soliti motivi “giuridici” avrebbero fatto bene sdoppiare la proposta con un’iniziativa; avrebbero potuto scegliere o il Mattarellum o lo stesso senza la quota proporzionale, tutti gli elettori avrebbero capito facilmente di cosa si trattava. Pur non essendo vincolante, una tale iniziativa peserebbe come il piombo.
    Assemblee civiche che non seguono delle forme precise per eleggere i loro componenti sono peggiori del problema che sono chiamate a risolvere, cioè il metodo non democratico, abusivo e sostanzialmente incostituzionale della legge elettorale vigente.

  11. mcucchini

    Ringrazio per l’attenzione e i commenti riservati alla mia proposta. Qualche risposta è doverosa:
    a) henricobourg le proposte di legge di iniziativa popolare vengono normalmente chiuse in un cassetto e dimenticate. Potrebbe comunque essere una soluzione, ma la capacità “amatoriale” di stendere un articolato definito (tale è la proposta di legge popolare) e non una mera enunciazione di principio mi pare – in materia elettorale – particolarmente complessa;
    b) Lorenzo Persi, il sorteggio tra presidenti di seggio era una delle alternative che avevo ipotizzato. Potrebbero essere integrati questi con i giudici popolari della mia proposta. Nel modello canadese non vi furono filtri di alcun genere;
    c) Stefano, concordo in pieno e grazie per i riferimenti che arricchiscono la riflessione;
    d) Sterbani, lei dimostra che non me la sono inventata di notte ma che si può fare realmente 🙂
    e) Bonki il tema della riforma del bicameralismo è cruciale

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