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Aiuti alle scuole paritarie, un problema irrisolto

Rimane un problema irrisolto la compatibilità di contributi pubblici alle scuole paritarie con la disciplina europea sul divieto di “aiuti di stato” alle imprese. Superata la fase derogatoria dovuta alla pandemia, tutti i nodi ritorneranno al pettine.

Il ritorno alla normalità

Non appena si chiuderà la tragica parentesi in cui necessariamente tutti i governi del mondo si sono adoperati per aiutare direttamente famiglie e imprese a non fare collassare il sistema economico, tutte le organizzazioni sociali dovranno ritornare a differenziarsi lungo la dicotomia pubblico/privato, se non altro per evitare di turbare irreversibilmente il libero mercato concorrenziale. Aiuti, sussidi e forme di sostentamento di matrice pubblica non potranno che essere erogati nel rispetto di quanto previsto dalle norme del Trattato europeo. Lo stato dovrà ritornare a essere liberale e regolatore e l’impresa dovrà ritornare a pascolare nei tradizionali prati del libero mercato, senza dimenticare che la nozione di impresa, rilevante ai fini dell’applicazione dell’articolo 107, paragrafo 1, del Tfue abbraccia qualsiasi attività economica che consista nell’offrire beni e servizi su un mercato in concorrenza con altri operatori.

Le misure del governo a sostegno delle scuole

All’art. 31 del Dl n. 41/2021 – “decreto Sostegni” – il governo, nel prevedere alcune misure per favorire l’attività didattica nell’emergenza Covid-19, ha incrementato di 150 milioni, per il 2021, il Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche, per acquistare prodotti per l’igiene, per l’assistenza pedagogica e psicologica degli studenti e degli insegnanti, per il tracciamento dei contatti, ma anche “dispositivi e materiali destinati al potenziamento delle attività di inclusione degli studenti con disabilità, disturbi specifici dell’apprendimento e altri bisogni educativi speciali”. Il comma 2 del medesimo art. 31 specifica che l’incremento è destinato alle sole istituzioni scolastiche statali. Altri 150 milioni sono poi previsti per il potenziamento dell’offerta formativa extrascolastica, i famosi “recuperi della socialità” che dovrebbero essere organizzati nel periodo estivo. Quest’ultimo stanziamento, ancorché sollecitato dal tavolo dell’Agorà della parità (Agesc – Associazione genitori scuole cattoliche, Cdo Opere educative, Cnos Scuola – Centro nazionale opere Salesiane, Ciofs Scuola – Centro italiano opere femminili salesiane, Faes – Famiglia e scuola, Fidae – Federazione istituti di attività educative, Fism – Federazione italiana scuole materne, Fondazione gesuiti educazione), è destinato “prioritariamente alle istituzioni scolastiche statali”.

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L’art. 58, comma 5, del successivo Dl 71/2021 – “decreto Sostegni bis” – prevede l’erogazione di un contributo complessivo di 50 milioni di euro alle scuole paritarie primarie e secondarie facenti parte del sistema nazionale di istruzione, al fine di contenere il rischio epidemiologico in relazione all’avvio dell’anno scolastico 2021/2022.

Le scuole paritarie in Italia

Ora, non ci sfugge il dato (organizzativo e politico) che le scuole paritarie in Italia sono circa 13 mila, frequentate da 900 mila studenti – il 10 per cento della popolazione scolastica – e che fanno parte a pieno titolo del sistema nazionale dell’istruzione, così come previsto dalla legge n. 62/2000. Ma non è più sostenibile continuare a pretendere di essere equiparati agli istituti statali ai fini della ripartizione dei contributi pubblici, come fatto anche dalle scuole paritarie cattoliche nelle pagine della versione on-line dell’Avvenire, omettendo di ricordare che, per non incorrere nel divieto di “aiuti di stato” alle imprese, i parametri per la distribuzione degli ausili finanziari a favore di soggetti che svolgono un servizio pubblico (come quello scolastico erogato dalle scuole paritarie) non possono che essere quelli dettati dalla giurisprudenza europea.

La nozione di impresa

Secondo una giurisprudenza ormai costante della Commissione europea, la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che esercita un’attività economica, a prescindere dal suo status giuridico e dalle sue modalità di finanziamento. La classificazione di un determinato soggetto come impresa dipende pertanto interamente dalla natura delle sue attività. E poiché è stato già detto e confermato anche dalla nostra giurisprudenza amministrativa (Consiglio di stato, Sez. VI, n. 292/2016; Consiglio di stato, parere n. 02818/2019) che non è di per sé sufficiente a escludere la natura economica dell’attività di un ente non profit il fatto che gli eventuali avanzi di gestione non siano distribuiti tra i soci e siano reinvestiti nell’attività istituzionale e che la sola condizione in presenza della quale è lecito escludere il carattere commerciale dell’attività è quella della gratuità o quasi gratuità del servizio offerto, ci piace pensare che il governo si prepari ad affrontare una volta per tutte la questione irrisolta dei contributi pubblici agli istituti scolastici non statali.

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Le sole scuole paritarie che non possono essere annoverate nella vasta categoria degli operatori economici, per i quali vige il citato divieto di “aiuto di stato”, sono quelle che svolgono il servizio scolastico senza corrispettivo, vale a dire a titolo gratuito, o dietro versamento di un corrispettivo solo simbolico, o comunque di un corrispettivo tale da coprire soltanto una frazione del costo effettivo del servizio.

Pertanto, la classica retta che gli studenti iscritti pagano alle scuole paritarie, di importo evidentemente non minimo, è considerato elemento rivelatore dell’esercizio di un’attività con modalità commerciale e, pertanto, al netto della parentesi pandemica e derogatrice dell’art. 107, paragrafo 1, del Tfue, dalla qualificazione della misura governativa adottata nei termini di “Misure urgenti per la scuola”, discende l’obbligo della preventiva notifica alla Commissione europea per il necessario scrutinio di compatibilità.

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19 commenti

  1. Lorenzo

    https://www.senato.it/1025?sezione=121&articolo_numero_articolo=33
    Art. 33

    Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato

    • Alessandro

      Stavo per postare anch’io l’Art. 33… C’è da chiedersi come sia stato possibile, fino ad oggi, garantire soldi pubblici alle scuole private (leggasi cattoliche).

    • Vincenzo Pascuzzi

      l’art- 33 è ampiamente derogato a partire dal governo Renzi e poi anche con la scusa pandemia; le scuole paritarie e la CEI considerano l’entità dei contributi finora conquistati (circa 1 miliardo di euro) come “acquisiti” definitivamente e punto ulteriore di partenza per successivi passi verso la parità completa o vera (così la indicano) cioè i circa 6 miliardi euro calcolati da Agesc nel 2007 e contestati da Andrea Gavodto (FGA).

  2. Giacomo

    Per analogia, le società sportive erogano corsi di nuoto. Si paga l’iscrizione (salata) e ricevono contributi dallo stato. Sono aiuti di stato alle imprese? Come l’Alitalia (che le sue centinaia di milioni continua a prenderli)?

  3. Emanuele Bracco

    Ma ha senso invocare la normativa sugli aiuti di stato in questo caso?

    La normativa è a tutela della concorrenza / per evitare concorrenza sleale. Le paritarie fanno “concorrenza sleale” perchè ricevono aiuti dallo stato?

    Mi sembra più ragionevole guardare per analogia agli ospedali privati accreditati, che ricevono fondi dalle regioni in ragione dei servizi (pubblici) erogati e che sono quindi anche soggetti a ispezione/verifica etc.

    • Vincenzo Pascuzzi

      scrive Emanuele Bracco:
      “Ma ha senso invocare la normativa sugli aiuti di stato in questo caso?”

      la domanda è pertinente;
      infatti le paritarie invocano per le scuole statali (!) la piena autonomia (cioè la privatizzazione), come dicono di averla loro, mentre sappiamo che che fanno capo e CEI e al Vaticano che impongono regole di comportamento e assistono anche economicamente; dicono per attuare piena e vera concorrenza; ma ciò non è possibile, infatti non ha proprio senso pratico la concorrenza nel servizio scolastico; lo Stato dovrebbe concorrere con scuole da lui stesso finanziate e che fanno capo – come detto – a un altro Stato che persegue anche suoi e diversi fini?

      “guardare per analogia agli ospedali privati”
      è analogia forzata e impropria, perché il servizio sanitario è rivolto e fornito a singole persone, non a classi, a ogni persona con tempi diversi, con modalità specifiche finalizzate a recupero della propria salute; ci sarebbero anche altre considerazioni che rimarcano la diversità del servizio;

  4. bumblebee

    A furia di guardare il dito, non si vede il cielo. Sostenere che le scuole paritarie (cioe quelle che svolgono il servizio – pubblico per sua natura – di fornire l’istruzione scolastica , a condizioni stabilite e controllate dallo Stato) siano, in via pricipale, “operatori economici” e che come tali non possano essere finanziate dallo Stato, per divieto della UE., significa ignorare la realtà.

    Chi scrive queste cose è animato dal vecchio pregiudizio, di origine risorgimentale, poi continuato dal regime fascista, che propugnava lo “Stato etico”, che l’istruzione pubblica (servizio pubblico, come pacificamente riconosciuto) debba essere fornita esclusivamente da enti/persone appartenenti allo Stato stesso. In realtà, gran parte dei servizi, anche importantissimi, vengono oggi, pacificamente, forniti anche da privati o da istituzioni private, sotto il controllo dello Stato – vedi, ad es. i notai, i medici associati al servizio sanitario nazionale, gli ospedali privati, eccetera.

    Paradossale che si citi l’Europa come fonte di questo divieto, solo a sfavore delle scuole organizzate da privati, quando è sotto gli occhi di tutti (non dell’autore dell’articolo, che forse li tiene chiusi) che negli altri paesi europei per es. la Germania lo Stato finanzia le scuole private in misura enormemente superiore a quello che avviene in Italia. Magari il finanziamento avviene indirettamente, fornendolo direttamente alle famiglie che così possono pagare le rette. Anche lo Stato o i Lander tedeschi violano i principi del diritto comunitario, sovvenzionando imprese private? Per serietà, qui bisogna guardare alla sostanza dei fatti: direttamente o indirettamente, lo Stato finanzia tale servizio, indipendentemente dal soggetto che lo fornisce.

    (Su questo forum un lettore trascrive l’art. 33 Cost. facendo intendere, evidentemente, che la Cost. proibisca il finanziamento delle scuole private. Ma da sempre è stato chiarito che “senza oneri per lo Stato” significa “senza che lo Stato sia obbligato a contribuirvi.” Ma se lo Stato ritiene opportuno, per svariati motivi (economici, organizzativi, per favorire la libertà educativa da parte dei genitori, ecc.) fornire il servizio pubbblico mediante soggetti terzi – naturalmente, sotto il suo controllo – la Costituzione non lo vieta.

    Cio accade da decenni nel campo delle scuole, apertamente e pacificamente, seppure, fino ad oggi, in misura meno ampia che nel resto d’Europa, per il diffuso pregiudizio liberal fascista che è sopravvissuto ai dui precedenti regimi. Vogliamo per forza proseguire in questa tradizione autoritaria? Lo Stato italiano ha ancora così paura dei preti, come cento cinquanta anni fa, o meno?

    • Vincenzo Pascuzzi

      scrive “bumblebee”

      ”Ma da sempre è stato chiarito che “senza oneri per lo Stato” significa “senza che lo Stato sia obbligato a contribuirvi.” ”

      1) “da sempre”? no, da poco;
      na interpretazione
      2) ” è stato chiarito”? no, non è un chiarimento, ma solo una interpretazione diversa, forse anche autorevole, ma minoritaria e manca legge o ddl per renderla operativa e che risale al prof. on. Stefano Ceccanti (PD);
      3) nel marzo 2018, l’on. Comaroli (Lega) presentò un ddl costituzionale per rimuovere il 3° comma dell’art. 33 Cost. quasi a conferma della impossibilità di interpretazione diversa da quella letterale; in tal senso, il ddl Comaroli venne commentato da una nota del prof. Marco Chiauzza;

    • Lorenzo

      No, “senza oneri per lo Stato” non significa “senza che lo Stato sia obbligato a contribuirvi.”.
      Al limite è un’interpretazione (ma dovrebbe essere la corte costituzionale a esprimersi).
      Il Parlamento può adoperarsi per una modifica, diversamente parliamo di aiuti impropri se non illeciti.

      • bumblebee

        Se fossero aiuti impropri, o addirittura illeciti, vivremmo da anni in uno stato di grande illegalità; come mai, nessuno, finora, ha preso l’iniziativa di adire alla Corte Costituzionale per farla dichiarare?

        La verità è contenuta negli “atti parlamentari” che hanno accompagnato l’infelice formulazione dell’art. 33 Cost.

        Uscendo dal legalese e dal pregiudizio anticlericale, residuo del risorgimento e dello stato etico fascista, ed andando a vedere quello che succede negli altri stati europei, risulterebbe chiaro che una interpretazione dell’art . 33 Cost. che sancisse il monopolio di fatto dell’istruzione pubblica ci porterebbe nella situazione di ciò che attualmente si lamenta nell’Ungheria di Orban. E’ questo che vogliamo?

        • Vincenzo Pascuzzi

          1) “nessuno, finora, ha preso l’iniziativa ”
          questa inerzia non prova nulla; c’è invece inerzia operativa (quella propagandistica invece abbonda) da parte di chi ama l’interpretazione di Stefano Ceccanti;

          2) “atti parlamentari”
          vengono citati a sproposito e all’incontrario; l’art. non è né infelice né felice: è e basta, da più di 70 anni;

          3) “monopolio di fatto dell’istruzione pubblica”
          “Non è vero che nel nostro ordinamento esiste un monopolio statale dell’ istruzione.” e ” nell’ istruzione esiste un ruolo preminente dello Stato. Ma questo primato statale, per motivi facilmente intuibili, caratterizza quasi tutte le grandi democrazie. E, in Italia, si è instaurato con l’ attivo consenso degli stessi cattolici. Fu Aldo Moro”: vedere l’articolo “Moro disse: per lo Stato la scuola è libera” di Claudio Rinaldi – la Repubblica del 15 novembre 1999.

          4) “quello che succede negli altri stati europei,” può essere utile conoscetlo, ma allora il confronto va esteso: l’Italia è UNICA con IRC a carico dello Stato e docenti scelti da vescovi e parroci (o no?); l’Italia è UNICA senza educazione sessuale nelle scuole; l’Italia è bagli ultimi posti con la percantuali di Pil destinata all’istruzione; l’Italia è ancora ultima con le retribuzioni a di docenti; lo stesso Bianchi ha detto al G20: “Stipendio docenti più basso degli altri OCSE. Bisogna ridare dignità al mestiere”;

          5) l’articolo di Massimo Greco sta sul piano delle normative UE, non è utile ma dispersivo riferirsi e citare costituzioni, leggi normative italiane;

          • bumblebee

            “l’Italia è nagli ultimi posti con la percentuali di Pil destinata all’istruzione”.

            Bene: impediamo con ogni forza e pretesto l’esistenza di scuole private (dove, tra l’altro, i costi per allievo sono percentualmente inferiori – dal 20 al 30% – a quelli del sistema pubblico.

            Se i genitori e gli allievi di qualche regione di italia o di qualche segmento particolare della popolazione possono ricevere istruzione che altrimenti lo Stato non può o non vuole direttamente fornire per motivio di costo/organizzativi, perchè lo Stato deve far cessare questo servizio pubblico (di questo si tratta)?

            Così , per motivi puramente ideologici, saremo riusciti a ridurre ancora detta percentuale di Pil destinata all’istruzione. Per un pregiudizio laicistico, spariamoci nelle gambe. I meno furbi d’Europa.

            L’articolo di Massimo Greco parte dal presupposto, (o pretesto) risibile, che tutte le scuole private svolgano attività prevalentemente a scopo di profitto. Tutto il resto, è chiacchericcio da legulei.

            Se mai si scopra che esiste una di queste macchine di solo profitto che riceve contributi statali, togliamolgli questi conntributi.. Ma non facciamo d’ogni erba un fascio.

    • Vincenzo Pascuzzi

      A proposito di pregiudizi, così scrive “bumblebee”: “Chi scrive queste cose è animato dal vecchio pregiudizio ….”

      1) questo è un suo giudizio soggettivo e gratuito, con cui “bumblebee” vorrebbe inquadrare d’autorità possibili interlocutori come “straw men” ….

      2) a “bumblebee” ricordo la lettera del 3 gennaio 1870, con cui papa Pio IX esortò Vittorio Emanuele II ad «allontanare un altro flagello, e cioè una legge progettata per quanto si dice, relativa alla istruzzione [sic] obbligatoria. Questa legge parmi ordinata ad abbattere totalmente le Scuole cattoliche e soprattutto i Seminari. Oh quanto è fiera la guerra che si fa alla religione di Gesù Cristo. Spero dunque che la M. V. farà sì che in questa parte almeno, la Chiesa sia risparmiata. Faccia quello che può, Maestà, e vedrà che Iddio avrà pietà di Lei»

      • bumblebee

        Caro Pascuzzi,

        Lei mi conferma quello che avevo affermato, parlando di “vecchio pregiudizio”.

        Infatti, a sostegno del pregiudizio di oggi, luglio 2021, da cui prende le mosse questo articolo di “lavoce-info”, di cui stiamo discutendo, mi cita, addirittura, un documento del 1870 (appena 151 fa) di Papa Pio IX. Più vecchio di così!

        Lasciamo la muffa e i cascami del Risorgimento; guardiamo a che cosa succede oggi in Europa. Badiamo alla sostanza dei fatti e non ai cavilli pseudo legali.

        Con questo ritengo chiusa la nostra simpatica diatriba sull’argomento, su cui non interverrò ulteriormente.

  5. Vincenzo Pascuzzi

    in risposta alla nota di “blumblebee” dell’8 luglio 2021

    1) “Bene: impediamo con ogni forza e pretesto l’esistenza di scuole private (dove, tra l’altro, i costi per allievo sono percentualmente inferiori – dal 20 al 30% – a quelli del sistema pubblico.”

    bene? non bene!
    nessuno vuole impedire l’esistenza con forza o pretesti;
    costi inferiori? fa parte della narrativa propagandistica delle stesse scuole paritarie, soprattutto cattoliche, volta a supportare richieste di contributi economici a dispetto dell’art. 33, Costo.;
    costi inferiori? sempre dalla narrativa propagandistica vengono validati costi del tutto privi di fondamenta e dimostrazioni; i costi delle paritarie vanno da 3.000 a 4.000, 5.000 euro anno e risultano bassi anche per i contributi statali, regionali, comunali; inoltre il 70% delle paritarie sono scuole dell’infanzia con maeste obbligate a 40 o più ore settimanali (*); le paritarie possono scegliere quali scuole attivare e dove, non le statali; i costi indicati per le statali vanno da 6.000 a 8.500 fino a 10.000 euro anno e includono i costi generali del Ministero e degli USR e USP, il dover istituire scuole di ogni tipo e in ogni località o territorio;
    (*) qualche anno fa, Renata Puleo scriveva “Scuole paritarie, costano poco? Certo, sfruttando i docenti ….”

    2) “Se i genitori e gli allievi di qualche regione di italia o di qualche segmento particolare della popolazione possono ricevere istruzione che altrimenti lo Stato non può o non vuole direttamente fornire per motivio di costo/organizzativi, perchè lo Stato deve far cessare questo servizio pubblico (di questo si tratta)?”

    questa è un’altra parte del problema, che mi trova disponibile e concorde; in tal senso mi sono espresso – come anche altri – esplicitmente; si tratta di provvedere con convenzioni temporanee mentre Stato o Comuni provvidono concretamente a istituire le scuole mancanti, ai sensi del comma 2, art. 33, Cost.; pare invece che esistano accordi locali tra sindaci e parroci e vescovi per non modificare le situazioni di carenza esistenti;
    ricordo che nel 2013 “la giunta piemontese, retta dal leghista Cota, ha approvato una legge regionale sulle scuole materne che sembra capovolgere il principio di libertà di scelta. In pratica la legge dice che dove esiste una scuola materna paritaria non può aprire una scuola materna pubblica; a meno che la prima non dia il permesso alla seconda. Insomma le paritarie hanno una sorta di diritto di veto sull’apertura di una concorrente pubblica sul proprio territorio.”

    3) “Così , per motivi puramente ideologici, saremo riusciti a ridurre ancora detta percentuale di Pil destinata all’istruzione. Per un pregiudizio laicistico, spariamoci nelle gambe. I meno furbi d’Europa.”

    motivi ideologici, pregiudizio laicistico: sono espressioni della propaganda delle paritarie, quando non hanno altri argomenti;

    4) “L’articolo di Massimo Greco parte dal presupposto, (o pretesto) risibile, che tutte le scuole private svolgano attività prevalentemente a scopo di profitto. Tutto il resto, è chiacchericcio da legulei.”

    le scuole private, in quanto tali (private), devono avere i conti in ordine, i bilanci in pareggio, non possono praticare rette sottocosto e poi chiedere aiuto allo Stato; non possono nemmeno praticare “dumping salariale e sfruttamento delle suore” (v. Renata Puleo);

    5) “Se mai si scopra che esiste una di queste macchine di solo profitto che riceve contributi statali, togliamolgli questi conntributi.. Ma non facciamo d’ogni erba un fascio.”

    d’accordo; segnalo che è stato di recente approvato un emendamento al Decreto sostegni bis, che prevede proprio “fondi alle scuole paritarie solo in caso di trasparenza”;

  6. Gianluca

    Divertente leggere che gli insegnanti sono scelti da parroci e vescovi. Divertente vedere citato Pio IX! Adesso cerco qualcosa di Marco Aurelio…
    Assoluta ignoranza di cosa sia la scuola privata (che non è solo cattolica, btw…)
    Oltre a condividere quasi tutto di bumblebee (che ringrazio), è sempre istruttivo vedere il livore di molti nei confronti di una NON attività economica (chi dice il contrario è abbastanza disinformato, in generale) che fa risparmiare parecchio allo Stato. Perchè non rinvestire PARTE dei risparmi in queste iniziative? Io, Stato, favorisco il mio risparmio…
    Il problema, come sempre, non è dei “ricchi”, che possono pagare per avere una scuola conforme ai propri desideri, ma di chi non se la può permettere. Così limitando la possibilità di scelta dei “poveri”. Davvero un bel concetto di uguaglianza veterocomunista che ha dimostrato in passato tutta la sua efficacia.
    La luna, non il dito. Istruzione di qualità, chiunque la produca, e per quanto possibile con la massima pluralità di fonti (domani, con le scuole islamiche, come la metteremo?), sotto il controllo dello Stato.
    Chissà di cosa hanno paura i detrattori della scuola privata… bah.

    • Vincenzo Pascuzzi

      “Chissà di cosa hanno paura i detrattori della scuola privata… bah.” (*)

      di nulla, proprio di nulla, gentile Gianluca; la domanta è un espediente o trucco dialettico.
      è il “gruppo di pressione pro-paritarie” che teme ed evita di stare nell’ambito europeo indicato da Massimo Greco (UE e sue normative) e tenta di svicolare dall’ambito italiano proprio (Costituzione e l. 62/2000), ma cerca di focalizzare su interpretazioni alternative (v. Stefano Ceccanti) senza però dar loro un binario possibile;
      segnalo che di recente (6 mesi fa) un bravo prete, don Antonio Villa ha classificato come del tutto inutili e improduttive le azioni propagandistiche e rivendicative delle scuole paritarie, negli ultimi 70 o più anni.

      ——-
      (*) in mancanza di argomenti seri e fondati, la paura viene evocata per imbarazzare l’interlocutore;
      già nel 2011, Pietro Cipollone, su questo stesso sito (lavoce.info), ricorreva a “Chi ha paura delle prove Invalsi?”
      ancora nel 2019, Daniele Checchi e Maria De Paola sempre su questo sito, dovevano riproporre “Chi ha paura dei dati Invalsi?”
      il mese scorso Franco Paglieri su il Mulino scriveva, per non nominare Invalsi, “Chi ha paura della standardizzazione?”
      il fatto è che Invalsi non convince ed è imposto dall’alto.

    • Pietro Della Casa

      “domani, con le scuole islamiche, come la metteremo?”

      Questo è l´elefante nella stanza… o più in generalela dicotomia che esiste tra l´esistenza di culture fortemente identitarie (etno-identitarie o religioso-identitarie) e la possibilità di sopravvivenza di una società pluralista e multietnica. Se da un lato i tentativi di omogeneizzazione forzata portano direttamente a reazioni difensive (per es. abbandono scolastico e scuole abusive) dall`altro la separazione scolastica secondo etnia e credo non può che creare muri sempre più alti…

      • Vincenzo Pascuzzi

        in diversi post, commenti e articoli si trascurano completamente alcuni fatti operativi e logistici importanti:
        – il servizio istruzione viene fortito a gruppi, cioè classi, sezioni, scuole intere con delle soglie di consistenza numerica:15-20 alunni per classe, 45-100 alunni per sezione o scuola;
        – le distanze scuola-abitazioni devono essere ragionevoli (10-15 min per le scuole infanzia e primarie; fino a 15-30 minuti per scuole superiori, magari organizzando pullman);

        di conseguenza in alcuni territori non ci si può sbizzarrive con scuole per ogni religione o etnia o altro a prescindere dai numeri; non ha proprio senso ipotizzare concorrenze per “migliorare” le scuole tutte; di norma scuole pubbliche statali, gratuite e laiche per la maggior parte; parrocchie, oratori, madrase, sinagoghe, …. provvedano per loro esigenze peculiari se gli interessati provvedono alle spese (in toto o in massima parte);

        inoltre con la scoperta della didattica a distanza si potranno sempre più fronteggiare esigenze particolari ….

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