L’estinzione di un residuo passivo della Pa implica un incremento del fabbisogno e dunque una variazione positiva del debito consolidato, anche quando si utilizza la liquidità di cassa. Servono criteri equi di ripartizione dei costi dovuti al pagamento dei debiti arretrati delle amministrazioni.
PERCHÉ AUMENTA IL FABBISOGNO
Lo scorso 6 aprile il Governo ha approvato il decreto che sblocca 40 miliardi entro il 2014 per risolvere parte del problema relativo al rilevante ammontare di impegni di spesa non pagati da parte della pubblica amministrazione, che ha generato ingenti residui passivi.
Nel  dibattito che ha preceduto e seguito il decreto, si è avuta la sensazione che in alcuni casi i debiti dei comuni non potessero esser pagati a causa del patto di stabilità interno, che impediva di utilizzare le risorse finanziarie disponibili nel circuito di cassa della Pa.
In realtà, l’estinzione di un residuo passivo implica un incremento del fabbisogno e una conseguente variazione positiva del debito consolidato della Pa. (1) Tale effetto sul fabbisogno della Pa persisterebbe anche nel caso in cui ci trovassimo di fronte a un ente che per pagare i propri debiti utilizzi la liquidità che ha in cassa.
Infatti il fabbisogno della Pa si ottiene dal consolidamento del fabbisogno del settore statale, degli enti di previdenza e degli enti locali e altri enti del settore pubblico. Il fabbisogno della Pa determina quindi in modo residuale la posta in entrata del conto delle passività finanziarie relativa all’emissione di prestiti obbligazionari, date le altre poste in entrata e in uscita del conto delle passività. Tra le voci in entrata delle passività finanziarie vi sono anche i residui passivi, che, se estinti, creano un ammanco di copertura dello stesso fabbisogno, anche se un ente utilizza legittimamente parte delle proprie liquidità di cassa.
Finché il conto consolidato della Pa restituisce un fabbisogno positivo, significa che la Pa, in termini consolidati, ha necessità di attingere a finanziamenti esterni al suo circuito (prestiti obbligazionari), anche al lordo delle disponibilità di cassa, che sono d’altronde contabilizzate nella voce in entrata delle attività finanziarie.
Tale eventualità pone forte il problema di un equo riparto tra i vari enti del costo dovuto all’incremento del debito necessario a finanziare l’operazione. In particolare, bisognerà fare molta attenzione al confronto tra le quote di fabbisogno dei singoli enti finanziate dai residui passivi, verosimilmente molto diverse a seconda degli enti considerati, e all’interno della stessa tipologia di enti sul territorio nazionale.
È necessario trovare un equo sistema di riparto delle risorse disponibili che abbia anche riguardo al grado di virtuosità degli enti nella gestione della propria politica finanziaria: un indicatore molto utile potrebbe proprio essere la quota di residui passivi sul fabbisogno finanziario dell’ente.
 (1) Il fabbisogno della Pa è approssimabile al fabbisogno del settore pubblico che è un saldo di cassa dato dalla somma algebrica dell’indebitamento netto (entrate nette meno uscite nette) del settore statale e del saldo delle partite correnti (attività finanziarie). I residui attivi sono inclusi tra le uscite delle attività finanziarie.
 

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